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Epatite C: sintomi, cura e prevenzione

16 Febbraio 2019 | Autore: Salvatore Guarro


Epatite C: sintomi, cura e prevenzione

> Salute e benessere Pubblicato il 16 Febbraio 2019



Epatite C: un’infezione cronica del fegato causata dal virus HCV che si presenta quasi sempre in maniera asintomatica ed evolve in cirrosi, insufficienza epatica e carcinoma epatocellulare.

Ti è stata diagnosticata o conosci qualcuno affetto da epatite C? Leggendo un giornale oppure ascoltando qualche servizio alla televisione o alla radio è capitato che ti sia imbattuto in questa patologia, ma non sei riuscito a comprendere completamente cos’è epatite C: sintomi, cura e prevenzione? Questo, allora, è l’articolo giusto per te. Continuando la lettura del pezzo, infatti, potrai capire, nella maniera più semplice e chiara possibile, in cosa consiste questa condizione morbosa e come può manifestarsi. Prima di cominciare a parlare della sindrome, però, è opportuno precisare che il seguente articolo non intende e non può sostituire il consulto del medico, ma ha soltanto la pretesa di rendere un po’ più chiaro e comprensibile l’argomento in oggetto. Per cui, se leggendo questo pezzo pensi di avere qualche sintomo, ti prego di non entrare nel panico, ma di parlarne col tuo medico di famiglia, il quale, se lo riterrà necessario, ti prescriverà tutti gli accertamenti del caso e magari ti consiglierà anche una visita presso uno specialista. Fatta questa necessaria e dovuta puntualizzazione cominciamo a parlare di tale stato patologico.

Descrizione dell’epatite

Il termine “epatite” è composto da due vocaboli greci: “hepar” che vuol dire fegato ed “itis” che invece significa infiammazione. Con epatite, quindi, indichiamo l’infiammazione a carico degli epatociti (cellule che costituiscono il fegato).

Siccome i fenomeni che sono capaci di indurre una reazione flogistica (ovvero infiammazione) nel fegato possono essere sia anticorpo-mediati che cellulo-mediati ed avere come bersagli i costituenti delle cellule epatiche oppure antigeni virali (cioè molecole che appartengono alla struttura del virus che ha infettato il fegato), le epatiti possono essere distinte in autoimmuni e virali.

Le prime costituiscono una sindrome caratterizzata da un processo infiammatorio cronico (persistente) del fegato che spesso evolve in cirrosi.

Le epatiti virali (la classe a cui appartiene anche l’epatite C), invece, sono dovute a processi flogistici causati da infezioni soprattutto di virus epatotropi (HV- Hepatitis Virus). Tali patogeni sono contraddistinti con una lettera progressiva dell’alfabeto (dalla A alla G) in funzione della cronologia della loro scoperta e si differenziano sia per il tipo di acido nucleico (DNA o RNA) del loro genoma, sia per la modalità con cui infettano il fegato.

Le epatiti virali, inoltre, possono svilupparsi anche nel corso di infezioni sistemiche da adenovirus, da virus da Epstein Barr, da virus erpetici e da citomegalovirus (condizione che però si verifica raramente). A questo punto occorre anche precisare che il fegato può essere contagiato pure da altre due classi di microrganismi: dai batteri (che infettano principalmente le vie biliari) che di frequente causano colangiti e colicistiti sia acute che croniche; dai parassiti, tra cui ricordiamo l’Entamoeba histolytica e l’Echinococcus species.

Cos’è l’epatite C?

L’epatite C è la condizione morbosa del fegato caratterizzata da flogosi. L’infezione è indotta dal virus epatotropo HCV (Hepatitis C Virus), un RNA-virus a singolo filamento (appartenente al genere Hepacivirus nella famiglia Flaviviridae) che esibisce una notevole varietà genomica. Di esso, attualmente, se ne conoscono sei genotipi maggiori (cioè esistono sei differenti tipi di HCV), classificati da uno a sei (HCV1-6), alcuni dei quali, responsabili delle forme più gravi di malattia, sono maggiormente virulenti.

Il patogeno, che è stato identificato per la prima volta nel 1989, ha un periodo di incubazione (termine col quale si indica l’arco temporale che trascorre tra il contatto con il virus e la manifestazione dei sintomi della malattia che il patogeno causa) che oscilla tra le 2 e le 26 settimane. Prima del momento della sua scoperta, l’epatite indotta da HCV veniva definita come “non A e non B”.

L’epatite C, che rappresenta la patologia epatica a maggiore diffusione nel modo, si presenta quasi costantemente in forma cronica. Inizialmente l”infezione ha un decorso subclinico (cioè la malattia non mostra sintomi particolarmente evidenti) o del tutto asintomatico, ma progredisce lentamente (in circa 20/30 anni) in cirrosi ed insufficienza epatica in un terzo dei pazienti affetti, alcuni dei quali, poi, sviluppano un carcinoma epatocellulare. Per questi motivi, gli individui con epatite C sono attualmente considerati i principali candidati al trapianto di fegato.

Il virus HCV porta alla cronicizzazione perché è altamente variabile e si adatta ai nuovi microambienti, ma soprattutto perché innesca una risposta immunitaria che produce anticorpi non neutralizzanti. Tali anticorpi, pur non rendendo innocuo il patogeno, sono importanti perché la loro presenza indica che il fegato ha avuto contatti con il virus.

Come si trasmette l’epatite C

L’infezione da epatite C viene trasmessa in tre modi:

  • per via parenterale (cioè con il sangue) che è anche quello più comune;
  • per via sessuale;
  • per via transplacentare dalla madre al feto (cioè attraverso la placenta durante la gestazione).

Per quanto riguarda la trasmissione che si verifica per via ematica, l’infezione si trasmette preferenzialmente attraverso un contatto diretto di sangue da individuo a individuo, come accade, ad esempio, nella trasfusione. Attualmente il numero dei contagi dovuti a quest’ultima è in netta diminuzione grazie alla selezione dei donatori, mentre si è registrato un aumento dei casi di infezione da HCV dovuti a microtrasfusione perché coinvolgono i tossicodipendenti che utilizzano collettivamente la stessa siringa per iniettarsi la droga.

Oltre a questi sistemi di trasmissione, l’epatite C è spesso indotta anche dalla penetrazione del virus attraverso ferite, sia pur leggerissime, prodotte da strumenti infetti (ad esempio rasoi, spazzolini, tagliaunghie, ecc.) non adeguatamente sterilizzati.

Parlando del contagio di questo tipo d’infezione è opportuno precisare che l’HCV non si diffonde attraverso il contatto casuale, come ad esempio abbracci, baci o con la condivisione di utensili da cucina (come posate, bicchieri, piatti, ecc.) e dei servizi igienici, ma solo ed esclusivamente per contatto diretto tra virus e sangue.

Per ciò che concerne la modalità di trasmissione per via sessuale, invece, l’infezione può essere trasmessa solo se avviene uno scambio di emazie durante il rapporto carnale (ad esempio durante le mestruazioni). Non sono vettori per il contagio né lo sperma, né la saliva, né le secrezioni vaginali.

Esistono, tuttavia, alcuni casi che fanno aumentare il rischio di diffusione di HCV, tra cui citiamo:

  • ciclo mestruale;
  • malattia epatica di fase acuta;
  • coinfezione HIV-HCV;
  • comorbidità (cioè la presenza contemporanea di più patologie) con altre malattie sessualmente trasmissibili (come herpes simplex labiale e genitale, gonorrea, e sifilide).

Infine, la trasmissione tra madre e feto per via transplacentare dell’epatite C avviene in meno del 5% delle gravidanze, anche se non è chiaro precisamente in quale preciso momento della gestazione avviene il contagio.

Attualmente non si sono ancora registrati casi in cui l’infezione sia passata dalla madre al neonato con l’allattamento al seno; tuttavia, a scopo cautelativo, si consiglia di evitarlo nel caso in cui i capezzoli siano sanguinanti.

La trasmissione del virus, invece, può avvenire durante il momento del parto e il rischio d’infezione risulta molto più elevato se la madre presenta coinfezione con AIDS.

Come si sviluppa l’epatite C e quali sono i suoi sintomi?

Come abbiamo già detto precedentemente, l’epatite C, avendo un decorso subclinico o addirittura asintomatico, si presenta (nell’80-85% dei casi) in forma cronica e solo di rado (il restante 15%) con un unico evento acuto.

Nel primo caso il sistema immunitario dei pazienti che hanno contratto il virus non riesce a debellarlo e si sviluppa un’infezione da HCV che può evolvere (nel corso di decenni) in cirrosi, insufficienza epatica ed anche in carcinoma. Nel secondo caso, invece, l’individuo, espellendo il patogeno in circa sei mesi, va incontro alla completa guarigione.

Anche se è stato stabilito che l’insorgenza dell’epatite C è nella maggior parte dei casi asintomatica, tuttavia è possibile che in alcuni pazienti si manifesti con una sintomatologia iniziale che prevede:

  • ittero (condizione patologica caratterizzata da colorito giallastro della cute, delle sclere e delle mucose indotto dall’incremento della concentrazione di bilirubina sierica);
  • anoressia;
  • astenia (termine medico che fa riferimento ad una costante sensazione di affaticamento fisico);
  • dolore muscolare, articolare e nelle zone del fegato;
  • febbre (fino a 38.8°C);
  • mal di stomaco.

Come si effettua la diagnosi di epatite C?

La diagnosi di epatite C si basa su una serie di test del sangue che devono essere prescritti dal medico curante. Con questi esami di laboratorio si va alla ricerca sia di anticorpi specifici (anticorpo anti-C100 e anticorpo anti-C22/33) sia dell’RNA virale. Se nel paziente la presenza di questi markers sierologici persiste anche dopo 5/6 anni dalla comparsa della malattia, allora vuol dire che la patologia sta diventando cronica.

Terapia dell’epatite C

La prima terapia che è stata utilizzata nella cura dell’epatite C era basata sull’utilizzo di interferone al quale poi, successivamente, venne associata anche la ribavirina.

Questo trattamento, che aveva la durata di 24-48 settimane (a seconda del genotipo dell’HCV), si mostrava efficace solo nel 40% dei casi e presentava lo svantaggio di arrecare numerosi effetti collaterali tra cui ricordiamo:

  • disturbi del sonno;
  • nausea;
  • vomito;
  • febbre;
  • dolori muscolari;
  • affaticamento;
  • irritabilità;
  • depressione;
  • difficoltà di concentrazione e problemi di memoria;
  • anemia (diminuzione dei globuli rossi);
  • eruzioni cutanee e prurito;
  • congestione nasale;
  • complicazioni durante il parto.

Pochi anni fa (nel 2011), invece, grazie all’impiego dei primi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA) somministrati insieme all’interferone e alla ribavirina contro i genotipi più difficili da trattare, si sono registrati notevoli miglioramenti portando la percentuale dei pazienti guarita dal 40% al 70% (anche se non si è riscontrata nessuna riduzione degli effetti collaterali).

Solo con l’entrata in commercio del Sofosbuvir (nel 2013) è cominciata una nuova era nel trattamento della patologia segnata dall’impiego di nuove molecole che svolgono un’azione diretta contro il virus. Il primo esito rivoluzionario che è conseguito all’utilizzo di queste nuove sostanze è stata sicuramente la loro efficacia nell’eliminazione del patogeno (che arriva a sfiorare il 100%) con scarsa manifestazione di effetti indesiderati. Altro grande vantaggio di questa nuova metodica terapeutica è la ridotta durata del trattamento che si esaurisce, nella maggior parte dei casi, in 2-3 mesi.

Giunti a questo punto è opportuno precisare che i pazienti affetti da epatite C cronica non sono tutti uguali ed è per questo che la terapia varia a seconda del genotipo di HCV e della presenza/assenza di cirrosi o di coinfenzione con HIV. Nei casi in cui, però, il virus causa danni irreparabili al fegato il medico prenderà in considerazione il trapianto dell’organo come possibile opzione terapeutica.

Nei soggetti con epatite C, tuttavia, quest’ultimo tipo di trattamento non è risolutivo perché è molto probabile che il virus infetti anche il fegato impiantato. Per tale motivo, quindi, all’operazione si è soliti associare l’assunzione di farmaci antivirali.

Come prevenire l’epatite C

A causa della grande diversità genomica che si riflette, poi, anche in una variabilità antigenica non è stato ancora possibile produrre un vaccino contro il virus dell’epatite C.

Per questo motivo, l’unico modo per prevenire la patologia è evitare tutte le fonti di rischio prendendo le opportune precauzioni, tra cui ricordiamo:

  • esaminare accuratamente il sangue dei donatori (come si fa in ospedale con le donazioni di sangue);
  • praticare procedure mediche con strumenti opportunamente sterilizzati;
  • adoperare aghi asettici per tatuaggi, piercing ed iniezioni;
  • prestare attenzione a tutte le misure di sicurezza raccomandate in caso di esposizione a sangue potenzialmente infetto;
  • evitare rapporti sessuali non protetti con partner occasionali;
  • non condividere oggetti igienici personali con persone di cui non si ha conoscenza del loro stato di salute.

Quali soni i comportamenti da tenere se si è affetti da epatite C?

Quando si è affetti da epatite C, ci sono diversi comportamenti da tenere per ridurre al minimo il rischio di malattie epatiche:

  • rivolgersi ad un epatologo e seguire tutte le sue indicazioni;
  • mangiare in modo sano, evitando cibi con alto contenuto di grassi, zucchero e sale;
  • bere molta acqua ed evitare alcolici e droghe;
  • praticare attività fisica;
  • riposarsi molto e cercare di evitare lo stress o comunque imparare a gestirlo;
  • evitare di assumere ogni tipo di farmaco che non è stato concordato col proprio medico perché questi potrebbero aggravare i danni al fegato.

Esenzioni per le spese sanitarie e pensione d’invalidità

Dopo aver letto l’articolo potresti chiederti: esiste un’esenzione per sostenere le spese mediche? Fortunatamente la risposta al quesito è affermativa. Chi soffre di epatite cronica attiva, infatti, ha diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa per le correlate prestazioni sanitarie. Per ottenerla occorre presentare all’Asl di competenza una richiesta nella quale si allega anche il certificato medico che testimoni la malattia.

Discorso diverso è, invece, quello relativo alla pensione d’invalidità che può essere ottenuta dai pazienti affetti da epatite cronica attiva valutata al 51%. La domanda va presentata all’Inps per via telematica, allegando, anche in questo caso, la certificazione medica che attesti la malattia. Tuttavia, se il malato non è capace di effettuare la procedura on-line, allora può rivolgersi ad un patronato che lo assisterà in tal senso.

A seguito della richiesta il paziente dovrà, poi, sottoporsi a visita di controllo presso un medico dell’Inps, il quale, insieme alla commissione dell’Asl, sarà incaricato di accertare (qualora venisse riscontrata) l’invalidità. Per saperne di più a tal proposito ti invitiamo a leggere l’articolo “i diritti di chi ha l’epatite”.


Di Salvatore Guarro


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