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Incidente causato da cane

12 Dicembre 2018


Incidente causato da cane

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Dicembre 2018



Cane randagio e responsabilità del Comune: chi paga il risarcimento del danno se c’è stato un sinistro stradale?

Hai investito un cane randagio che, sul più bello, ti è comparso in mezzo alla strada, al di là di una curva. Non sei riuscito a frenare per tempo. Hai sbandato e sei così andato a sbattere contro il guardrail. La tua auto si è rovinata lungo tutta la fiancata destra. Ti sei recato all’assicurazione per chiedere il risarcimento ma l’agente ti ha detto che per questo tipo di danni paga il Comune. È infatti l’amministrazione responsabile degli incidenti determinati dagli animali randagi la cui gestione compete agli accalappiacani. Così hai mandato una lettera di diffida e una serie di fotografie al Comune per ottenere il rimborso dei soldi necessari alla riparazione della macchina. Non hai però ricevuto ancora alcuna risposta. Ti chiedi se è questa davvero la via giusta per ottenere il risarcimento. In caso di incidente causato da cane, chi paga? Ecco qualche importante suggerimento alla luce di una sentenza della Cassazione pubblicata proprio ieri [1].

Danni da cani randagi

Il contrasto al randagismo e la gestione del servizio di accalappiacani è di competenza del Comune salvo che la Regione abbia affidato tale compito all’Asl. Questo significa che se vieni morso da un cane randagio devi innanzitutto verificare cosa prevede la legge regionale del luogo ove si è verificata l’aggressione: se questa delega il compito all’Asl devi fare richiesta di risarcimento all’azienda sanitaria, altrimenti devi indirizzarla al Comune.

Per quanto riguarda gli incidenti stradali, la regola è la stessa ma, come vedremo a breve, ottenere l’indennizzo è molto più difficile. Può succedere, ad esempio, che un cane attraversi la strada provocando lo sbandamento di un’auto. Secondo la Cassazione non basta tale circostanza per ottenere il risarcimento. L’automobilista deve dimostrare che il Comune non ha adottato le misure di sicurezza necessarie ad evitare incidenti. In poche parole è proprio il conducente danneggiato a doversi far carico dell’onere di individuare non in astratto, bensì in concreto, il comportamento colposo ascritto all’amministrazione. Cerchiamo di capire meglio cosa significa.

Tutto è cominciato con una sentenza del 31 luglio 2017 [2]. In quell’occasione la Corta ha pronunciato un principio apparso a molti estremamente rigoroso: l’automobilista che subisce un infortunio a causa di un cane randagio e che intende chiedere il risarcimento deve provare che il Comune, pur informato della presenza dell’animale che si aggirava in zona nei giorni precedenti, non ha fatto nulla per mettere la strada in sicurezza richiamando il servizio di accalappiacani. 

In pratica, il cittadino deve dimostrare – cosa tutt’altro che facile da fare – una specifica colpa da parte dell’amministrazione. Non siamo quindi in presenza di una responsabilità oggettiva che scatta, cioè, a prescindere da qualsiasi colpa. Con la conseguenza – di non poco conto – che al danneggiato non basta dimostrare che l’incidente è stato determinato dalla presenza dell’animale sulla strada; deve anche dar prova che il Comune ha omesso o violato uno degli obblighi su di esso spettanti. Come ad esempio quello di attivarsi immediatamente a seguito di segnalazioni, da parte dei cittadini, circa la presenza di animali randagi nella zona.  

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Il Comune non è responsabile per gli incidenti dovuti ai cani randagi

Con la nuova sentenza la Cassazione ribadisce gli stessi principi appena affermati: non basta, infatti, che la normativa regionale individui nel Comune il soggetto (o meglio: uno dei soggetti) avente il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi. Occorre che il danneggiato dimostri: 

  • quale specifico comportamento avrebbe dovuto tenere il Comune per impedire l’incidente;
  • che l’incidente è stato determinato esclusivamente dalla mancata adozione, da parte del Comune, di tale comportamento.

Secondo i giudici, l’attraversamento della strada da parte di un animale randagio, cane o gatto che sia, è un evento prevedibile, essendo del tutto naturale che i quadrupedi vivano ai bordi della via pubblica. Non si può quindi pretendere che il Comune sia sempre pronto con il “retino” a prendersi cura di tutte le bestiole senza padrone: sarebbe un compito improbo. Anche il cittadino deve fare la sua parte e procedere con prudenza tenendo conto della possibilità che qualche cane compaia sul più bello in mezzo alla strada.

L’esistenza di un obbligo in capo all’ente locale di impedirne il verificarsi dell’incidente va valutato con una certa ragionevolezza, tenendo conto che per imputare a titolo di colpa un evento dannoso non basta che esso sia prevedibile, ma occorre anche che esso sia concretamente evitabile in quel determinato momento ed in quella particolare situazione con uno sforzo proporzionato alle capacità dell’agente.

note

[1] Cass. ord. n. 31957/18 dell’11.12.2018.

[2] Cass. sent. n. 18954/2017 del 31.07.2017.

Responsabilità civile – Responsabilità per danni cagionati dagli animali randagi – Attraversamento della strada di un cane randagio – Obblighi del Comune Prova da parte del danneggiato del mancato adempimento degli obblighi previsti dalla normativa sul randagismo 

Non è sufficiente che la normativa regionale individui nel Comune il soggetto (o meglio uno dei soggetti) avente il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, occorrendo che chi si assume danneggiato, in base alle regole generali, alleghi e dimostri il contenuto della condotta obbligatoria esigibile dall’ente e la riconducibilità dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria, in base ai principi sulla causalità omissiva 

• Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 11 dicembre 2018 n. 31957 

Responsabilità per danni cagionati dagli animali randagi – Applicazione articolo 2043 c.c. – Onere della prova 

In base ai principi generali in tema di responsabilità per colpa di cui all’articolo 2043 c.c., non è sufficiente, per affermarne la responsabilità in caso di danni provocati da un animale randagio, individuare semplicemente l’ente preposto alla cattura dei randagi ed alla custodia degli stessi, non essendo materialmente esigibile, anche in considerazione della possibilità di spostamento di tali animali, un controllo del territorio cosi’ penetrante e diffuso, ed uno svolgimento dell’attività di cattura così puntuale e tempestiva da impedire del tutto che possano comunque trovarsi sul territorio in un determinato momento degli animali randagi. Occorre dunque che sia specificamente allegato e provato dall’attore che la cattura e la custodia dell’ animale randagio che ha provocato il danno fosse nella specie possibile ed esigibile, e che l’omissione di tali condotte sia derivata da un comportamento colposo dell’ente preposto (ad esempio perche’ vi erano state specifiche segnalazioni della presenza abituale dell’animale in un determinato luogo, rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, e ciò nonostante quest’ultimo non si era adeguatamente attivato per la sua cattura). 

• Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 15 maggio 2018 n. 11591 

Responsabilità per danni cagionati dagli animali randagi – Applicazione articolo 2043 c.c. – Responsabilità della p.a. ex articolo 2052 c.c. – Esclusione – Onere probatorio a carico del danneggiato 

La responsabilità per i danni causati dagli animali randagi deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’articolo 2043 c.c., e non dalle regole di cui all’articolo 2052 c.c.; non è quindi possibile riconoscere una siffatta responsabilità semplicemente sulla base della individuazione dell’ente cui le leggi nazionali e regionali affidano in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, occorrendo la puntuale allegazione e la prova, il cui onere spetta all’attore danneggiato in base alle regole generali, di una concreta condotta colposa ascrivibile all’ente, e della riconducibilità dell’evento dannoso, in base ai principi sulla causalità omissiva, al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria (ad esempio perche’ vi erano state specifiche segnalazioni della presenza abituale dell’animale in un determinato luogo, rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, e cio’ nonostante quest’ultimo non si era adeguatamente attivato per la sua cattura).

• Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 31 luglio 2017 n. 18954 

Responsabilità per danni cagionati dagli animali randagi – Applicazione articolo 2043 c.c. – Responsabilità dell’ente avente il compito della cattura e custodia dei cani vaganti – Sussistenza – Attribuzione per legge di compiti di prevenzione del randagismo – Esclusione 

L’attribuzione per legge ad uno o più determinati enti pubblici del compito della cattura e della custodia degli animali vaganti o randagi (e cioè liberi e privi di proprietario) può considerarsi il fondamento della responsabilità per i danni eventualmente arrecati alla popolazione dagli animali suddetti, anche sotto l’aspetto della responsabilità civile. Non può invece ritenersi sufficiente, a tal fine, l’attribuzione di generici compiti di prevenzione del randagismo, e a maggior ragione di semplici compiti di controllo delle nascite della popolazione canina e felina. Tali ultimi competenze, in particolare, non possono ritenersi direttamente riferibili alla prevenzione dello specifico rischio per l’incolumità della popolazione derivante dalla eventuale pericolosità degli animali randagi, e non possono quindi fondare una responsabilità civile per i danni da questi ultimi arrecati, avendo ad oggetto il solo controllo “numerico” della popolazione canina, a fini di igiene e profilassi e, al più, una solo generica e indiretta prevenzione dei vari inconvenienti legati al randagismo.

• Corte di Cassazione sentenza 18 maggio 2017 n. 12495 

Responsabilità per danni cagionati dagli animali randagi – Obbligo del Comune di adottare provvedimenti necessari – Situazione di debolezza della vittima – Irrilevante 

I Comuni sono obbligati ad assumere provvedimenti per evitare che gli animali randagi arrechino disturbo alle persone, nelle vie cittadine; tali violazione sono aggravate dalla circostanza che vi siano già state diverse segnalazioni della presenza dell’animale randagio, da parte della cittadinanza: né la tarda età della vittima e la peculiare debolezza e sensibilità valgono ad escludere la responsabilità del Comune nel caso di aggressione dell’animale, poiché anche le persone anziane debbono poter circolare sul territorio pubblico, senza essere esposte a situazioni di pericolo, ed in particolare a quelle che l’ente pubblico è espressamente obbligato a prevenire, quali il randagismo.

• Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 28 aprile 2010 n. 10190


Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 27 settembre – 11 dicembre 2018, n. 31957

Presidente Amendola – Relatore Gorgoni

Fatti di causa

Il Comune di Melilli (SR) propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Siracusa n. 1400/2016, depositata il 29 giugno 2016, fondato su un solo motivo, illustrato da memoria.

Nessuna attività difensiva è svolta da T.G. e dalla Provincia di Siracusa.

A seguito dell’impatto dell’auto guidata da T.G. con un cane randagio, parte di un branco, sulla strada provinciale 95, a circa 4 km dal centro abitato di (…), T.G. riportava danni fisici ed all’auto, dei quali chiedeva il risarcimento alla Provincia Regionale di Siracusa, convenuta in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Siracusa. Avendo la Provincia eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, l’attore veniva autorizzato a chiamare in causa il Comune di Melilli. Il Giudice di Pace rigettava la domanda attorea, ritenendo che sulla Provincia Regionale di Siracusa non gravasse l’obbligo di recintare le proprie strade e che il Comune di Melilli, ai sensi dell’art. 2043 c.c., dovesse considerarsi esente da responsabilità avendo provato di avere assolto l’obbligo di vigilanza sui cani randagi.

L’attore proponeva appello dinanzi al Tribunale di Siracusa, il quale, con la sentenza qui impugnata, riteneva ricorrente la responsabilità del Comune, non avendo esso provato in maniera adeguata di avere adempiuto l’obbligo di repressione e prevenzione del randagismo, e lo condannava a risarcire i danni subiti da T.G. oltre alla refusione delle spese processuali.

Ragioni della decisione

1. Con un unico motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., l’Amministrazione ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2051, 2043 c.c. nonché degli artt. 11 e 14 della l.r. Sicilia n. 15/2000.

1.1. Il Comune deduce che:

– sulla scorta del combinato disposto degli artt. 11 e 14 della LR Sicilia n. 15/2000, sui Comuni e sulle Province è posto l’obbligo non di reprimere il randagismo, come affermato nella sentenza impugnata, ma di tutelare gli animali randagi e di prevenire il randagismo, attraverso l’istituzione dell’anagrafe canina;

– non vi è un obbligo che imponga al Comune la repressione del randagismo né il conseguente controllo capillare dell’intero territorio comunale;

– la norma applicabile alla fattispecie concreta, l’art. 2043 c.c., imponeva al danneggiato l’onere di provare la colpa del comune asseritamente danneggiante;

– il Comune aveva provato di aver assolto gli obblighi imposti dalla legislazione regionale in materia di randagismo;

– il comportamento tenuto dal Comune non era stato contra ius.

2. Il motivo è fondato.

2.1. La giurisprudenza di questa Corte in fattispecie analoghe ha preteso che il danneggiante si facesse carico dell’onere di individuare non in astratto, bensì in concreto, il comportamento colposo ascritto all’amministrazione comunale. Non basta, infatti, che la normativa regionale individui nel Comune il soggetto (o meglio: uno dei soggetti) avente(i) il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi (tra le più recenti cfr. Cass. 28/06/2018, n. 17060; Cass. 14/05/2018, n. 11591; Cass. 31/07/2017, n. 18954), occorrendo che chi si assume danneggiato, in base alle regole generali, alleghi e dimostri il contenuto della condotta obbligatoria esigibile dall’ente e la riconducibilità dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria, in base ai principi sulla causalità omissiva.

2.2. L’applicazione dell’art. 2043 c.c., in luogo di quella di cui all’art. 2052 c.c., quest’ultimo ritenuto invocabile nelle ipotesi in cui ricorre non tanto la proprietà (tant’è che in essa incorre anche il semplice utente) quanto il potere/dovere di custodia, ossia la concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali (Cass. 25/11/2005, n. 24895), impone, infatti, che la responsabilità dell’ente si affermi solo previa individuazione del concreto comportamento colposo ad esso ascrivibile e cioè che gli siano imputabili condotte, a seconda dei casi, genericamente o specificamente colpose che abbiano reso possibile il verificarsi dell’evento dannoso.

2.3. Entro questo perimetro va verificato il tipo di comportamento esigibile volta per volta e in concreto dall’ente preposto dalla legge al controllo e alla gestione del fenomeno del randagismo, sì da dedurne la eventuale responsabilità sulla base dello scarto tra la condotta concreta e la condotta esigibile, quest’ultima individuata secondo i criteri della prevedibilità e della evitabilità e della mancata adozione di tutte le precauzioni idonee a mantenere entro l’alea normale il rischio connaturato al fenomeno del randagismo.

2.4. Premessa la prevedibilità dell’attraversamento della strada da parte di un animale randagio, essendo esso un evento puramente naturale, la esistenza di un obbligo in capo all’ente comunale di impedirne il verificarsi avrebbe dovuto essere valutata secondo criteri di ragionevole esigibilità, tenendo conto che per imputare a titolo di colpa un evento dannoso non basta che esso sia prevedibile, ma occorre anche che esso sia evitabile in quel determinato momento ed in quella particolare situazione con uno sforzo proporzionato alle capacità dell’agente. Ebbene, pur considerando che nel caso di specie veniva chiesto alla P.A. di esercitare un controllo sugli animali randagi e, quindi, pur potendosi in astratto imputare alla stessa una colpa per l’evento dannoso occorso, quel che il giudice di merito non ha accertato – e dovrà accertare in sede di rinvio – è se, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, come allegate e provate dall’attore in responsabilità, esso fosse anche evitabile con uno sforzo ragionevole, essendo incontestato che l’impatto tra l’auto della vittima ed il cane avvenne assai fuori dal centro abitato.

2.5. Non basta, invero, che un evento sia prevedibile per imputarne il verificarsi a titolo di colpa a chi, come nel caso di specie, ha un obbligo di controllo, occorrendo anche che esso sia evitabile, in considerazione delle circostanze soggettive e oggettive del caso concreto. Ne deriva che è onere di colui che agisca facendo valere la responsabilità omissiva altrui quello di dimostrare o almeno di allegare la ricorrenza di una colpa non solo specifica – violazione del precetto – ma anche generica, in quanto postulante l’indagine circa le modalità concrete della condotta attraverso i criteri di prevedibilità ed evitabilità. Non a caso, in concreto, questa Corte ha ritenuto che per affermare la responsabilità dell’ente preposto sia necessaria la prova della esigibilità di uno specifico comportamento attivo idoneo, ove opportunamente adottato, ad evitare l’evento. Si è detto, esemplificando che il danneggiato avrebbe dovuto provare che era stata segnalata al comune la presenza abituale di animali randagi nel luogo dell’incidente, lontano dalle vie cittadine, ma rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, ovvero che vi fossero state nella zona richieste d’intervento dei servizi di cattura e di ricovero, demandati alla ASL e al Comune, rimaste inevase.

2.5. E tanto nell’ottica che, se bastasse, per invocarne la responsabilità, l’individuazione dell’ente preposto alla cattura dei randagi ed alta custodia degli stessi, la fattispecie cesserebbe di essere regolata dall’art. 2043 c.c. e finirebbe per essere del tutto disancorata dalla colpa, rendendo la responsabilità dell’ente una responsabilità sottoposta a principi analoghi se non addirittura più rigorosi di quelli previsti per le ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2051, 2052 e 2053 c.c.

3. Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

4. La sentenza viene cassata con rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e rinvia la controversia al Tribunale di Siracusa in persona di altro giudice, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.


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