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TFR tassazione

16 Gennaio 2019


TFR tassazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Gennaio 2019



Il trattamento di fine rapporto, ossia la cosiddetta liquidazione, è una somma di denaro accantonata anno per anno che viene pagata al dipendente alla fine del rapporto di lavoro.

Tra i vari diritti che matura il lavoratore dipendente durante il rapporto di lavoro c’è il diritto a ricevere, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, una somma di denaro che aumenta con l’aumentare dell’anzianità di servizio del dipendente presso lo stesso datore di lavoro. Questa somma di denaro, detta comunemente liquidazione, è il TFR, che sta per trattamento di fine rapporto. Si tratta, senza dubbio, di un istituto molto importante che consente al dipendente che perde il lavoro o che si ritira in pensione di poter contare su una discreta somma di denaro che può aiutarlo, se ha perso il lavoro, nei mesi che occorrono per cercare un nuovo impiego o per garantirsi un pensionamento sereno. L’azienda deve accantonare anno per anno una somma ed erogarla alla fine del rapporto, anche se è prevista la possibilità di ottenere degli anticipi in determinate circostanze. Un aspetto particolare, che è bene approfondire, TFR tassazione.

Che cos’è il TFR?

Si sente molto spesso parlare del TFR, vale a dire l’acronimo di trattamento di fine rapporto, ma non tutti sanno cosa sia realmente questo istituto tipico del diritto del lavoro italiano.

Il TFR è la prestazione economica che deve essere pagata dal datore di lavoro al lavoratore subordinato quando cessa il rapporto di lavoro, indipendentemente dal motivo per cui il rapporto termina. Il TFR spetta sempre, sia in caso di licenziamento, sia in caso di dimissioni, sia in caso di risoluzione consensuale del rapporto o per l’avvenuto raggiungimento dell’età pensionabile da parte del dipendente.

Tecnicamente il TFR viene definito come retribuzione differita: in poche parole il TFR non è altro che un pezzo della retribuzione, dello stipendio attribuito al dipendente solo che non viene pagato mese per mese ma il suo pagamento viene spostato in avanti, al momento in cui il rapporto di lavoro termina.

Quanto spetta come TFR?

E’ direttamente la legge [1] a stabilire quanto deve accantonare anno per anno il datore di lavoro a titolo di TFR.

Il trattamento di fine rapporto si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5.

Facciamo un esempio. Se la retribuzione annuale attribuita a Tizio è pari a 50.000 euro, la quota di TFR da accantonare per quell’anno sarà pari a 50.000 euro/13,5 = 3.703,7 euro.

Può tuttavia accadere che il rapporto cessi nel bel mezzo dell’anno. Anche in questo caso spetta il TFR, riproporzionato ovviamente alla porzione di anno effettivamente lavorato dal dipendente. In particolare, in questo caso, la quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Il montante totale accantonato annualmente a titolo di TFR deve essere inoltre aggiornato annualmente per “indice di rivalutazione” stabilito in misura pari al 75% dell’inflazione più 1,5% fisso. Ciò serve a conservare il potere di acquisto del TFR. Se non ci fosse nessun meccanismo di adeguamento potrebbe accadere che le quote negli anni perdano qualsiasi valore.

Qual è la retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR?

Abbiamo detto che il TFR si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. Ma qual è la retribuzione di riferimento? Cosa si intende per “retribuzione dovuta per l’anno stesso”? La stessa legge ci dà la risposta a questa domanda stabilendo che [2] salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua da assumere come base di calcolo del TFR comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

Vi rientrano quindi senza dubbio il minimo contrattuale, gli aumenti periodici di anzianità, eventuali superminimi, l’indennità di maneggio denaro e le altre indennità riconosciute per lo svolgimento di  determinate mansioni, la maggiorazione per il lavoro su turni, la retribuzione dello straordinario fisso ripetitivo, eventuali premi di presenza, eventuali provvigioni, bonus e partecipazioni, retribuzione in natura. Restano esclusi solo i rimborsi spese.

La contrattazione collettiva può prevedere che certe somme riconosciute al dipendente non debbano essere prese a riferimento nel calcolo del TFR. Ciò avviene, ad esempio, in alcuni CCNL che prevedono il cosiddetto elemento di garanzia retributiva, ossia una somma di denaro da versare ai lavoratori che non hanno superminimi né premi di risultato. Molti CCNL riconoscono questa somma al lavoratore ma la escludono dal calcolo del TFR.

Come viene tassato il TFR?

Il TFR viene pagato al dipendente tutto insieme alla fine del rapporto di lavoro. Se non ci fossero norme speciali in materia di tassazione, il dipendente si ritroverebbe, nell’anno in cui prende il TFR, un reddito altissimo e pagherebbe conseguentemente una aliquota IRPEF da capogiro che andrebbe a erodere notevolmente la somma netta percepita.

Per questo nasce la cosiddetta tassazione separata. Il TFR è assoggettato ad una tassazione separata: ciò permette di applicare alla somma totale un particolare trattamento fiscale.

In base all’attuale normativa [3] le quote di TFR che vengono accantonate anno per anno dall’azienda sono tassate solo con riferimento alla quota capitale, senza quindi considerare ai fini della tassazione le rivalutazioni annuali.

L’obbligo del datore di lavoro di trattenere le tasse dal TFR sorge solo quando il trattamento viene materialmente pagato al dipendente e non quando si effettua l’accantonamento annuo.

Chiarito su quale parte del TFR si pagano le tasse e, cioè, solo sulla quota capitale e non sulle somme legate alla rivalutazione annua, ci si deve chiedere a quanto ammonta l’aliquota Irpef da applicare su questa somma.

Come abbiamo detto, se il TFR facesse cumulo con tutti gli altri redditi percepiti nell’anno in cui viene pagato, l’aliquota Irpef che, come noto, aumenta con l’aumentare del reddito, aumenterebbe esponenzialmente svuotando il netto percepito.

Proprio per questo, grazie alla tassazione separata, l’aliquota Irpef tiene conto dell’aliquota media applicata al lavoratore negli ultimi 5 anni ai fini della tassazione Irpef.

Il datore di lavoro dovrà dunque pagare sul TFR erogato le tasse applicando tale aliquota media. Saranno poi gli uffici dell’Agenzia delle Entrate a verificare la correttezza del calcolo. Se il datore di lavoro ha pagato meno tasse del dovuto allora se la differenza di imposta non pagata supera i 100 euro l’Agenzia delle Entrate emette un avviso di pagamento al dipendente. Se l’azienda ha invece fatto pagare al lavoratore troppe tasse, gli uffici finanziari rimborsano il maggiore credito.

Posso avere il TFR in busta paga?

Come abbiamo detto il TFR ha la funzione di tutelare il dipendente alla fine del rapporto. Grazie al TFR, infatti, il lavoratore che perde il lavoro non si ritrova immediatamente privo di qualsiasi reddito ma può contare su una somma di denaro a sua disposizione che, in caso di rapporto di lavoro che durava da molti anni, può arrivare a decine di migliaia di euro. Si tratta, dunque, di una misura con un forte impatto sociale e di protezione verso il dipendente.

Nel corso del tempo si è sviluppato un dibattito volto a mettere il TFR direttamente in tasca ai lavoratori nella busta paga per rilanciare i consumi. E’ evidente che, soprattutto per i dipendenti con redditi medio-bassi, il TFR in busta verrà completamente speso dal dipendente il quale, alla fine del rapporto non potrà contare su alcun accantonamento. Dopo un lungo dibattito questa possibilità, seppure molto contestata, è stata introdotta dalla Legge.

La Legge di stabilità 2015 [4] ha introdotto la possibilità per i lavoratori dipendenti del settore privato, che abbiano un’anzianità di servizio pari almeno a 6 mesi, di ottenere direttamente in busta paga, e quindi mensilmente, un’anticipazione del trattamento di fine rapporto.

La scelta di farsi anticipare o meno il trattamento di fine rapporto direttamente in busta è stata rimessa alla sola discrezionalità del lavoratore.

Occorre considerare, tuttavia, che chi ha scelto questo meccanismo ha fatto un notevole regalo alle casse dello Stato.

Infatti, il TFR in busta paga viene tassato sulla base dell’ordinaria tassazione Irpef, quindi con un prelievo ben più pesante di quello previsto, in base alla tassazione separata per il TFR ordinario che viene erogato alla fine del rapporto di lavoro – sul quale si applica, come abbiamo già visto, non l’aliquota ordinaria Irpef ma la media delle aliquote Irpef applicate al lavoratore negli ultimi 5 anni di lavoro.

Inoltre, avere ricevuto il TFR in busta paga può ripercuotersi negativamente anche per l’accesso a tutti quei benefici che spettano solo ai dipendenti che hanno un certo Isee (si pensi al calcolo della tariffa da pagare per i servizi scolastici, l’Università, etc.)

In ogni caso la misura introdotta è stata solo una sperimentazione la quale ha avuto anche uno scarso successo. Sono pochi, infatti, i dipendenti che hanno optato per il pagamento del TFR in busta paga dimostrando che gli italiani restano affezionati al TFR.

Questa possibilità è definitivamente venuta meno lo scorso giugno 2018. A partire da luglio scorso, dunque, i datori di lavoro non sono stati più tenuti ad erogare il TFR direttamente in busta ai dipendenti che lo avevano richiesto ma hanno ricominciato ad effettuare i normali accantonamenti del TFR previsti dalla normativa generale [5].

note

[1] Art. 2120 co. 1 cod. civ.

[2] Art. 2120 co. 2 cod. civ.

[3] Art. 19 TUIR.

[4] Art. 1 co. 26 L. n. 190/2014.

[5] Inps messaggio n. 2791 del 10.07.2018.


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