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Malattia dipendente privato: chi paga?

30 Gennaio 2019
Malattia dipendente privato: chi paga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Gennaio 2019



Il lavoratore che si ammala ha diritto ad assentarsi dal lavoro e a ricevere una somma di denaro anche se non lavora.

Il diritto alla salute è uno dei capisaldi della nostra Carta Costituzionale. Dal diritto alla salute discende il diritto del dipendente ad assentarsi dal luogo di lavoro quando è malato. Tuttavia avrebbe ben poco senso consentire al dipendente di stare a casa se non gli venisse garantita contestualmente anche la retribuzione o, quantomeno, una parte di essa. Se, infatti, durante le assenze per malattia il dipendente non venisse pagato, automaticamente egli tenderebbe ad andare a lavorare anche se malato e, così facendo, il suo diritto alla salute ne risulterebbe compromesso. Proprio per questo, oltre al diritto di assentarsi, è riconosciuto al dipendente malato un compenso, la cosiddetta indennità di malattia, che gli consente di stare tranquillo e riposarsi senza il timore di perdere lo stipendio. Malattia dipendente privato: chi paga? In questo articolo cercheremo di darti maggiori informazioni.

Che cos’è la malattia del dipendente?

La malattia è qualsiasi alterazione del corpo o della mente che impedisce al dipendente di svolgere la prestazione di lavoro e che lo autorizza, dunque, a restare a casa. Ovviamente, non è il lavoratore a decidere se è effettivamente malato o meno ma tale verifica deve essere fatta dal medico curante che emette un certificato di malattia nel quale stabilisce quanti giorni di riposo servono al lavoratore per recuperare le proprie energie e poter dunque tornare a lavorare.

Come abbiamo detto, non solo le patologie fisiche (come l’influenza, il mal di schiena, un virus o, peggio, patologie gravi) danno diritto al dipendente di restare a casa ma anche le patologie psicologiche come, ad esempio, alcune forme di depressione.

Che diritti ha il dipendente malato?

I diritti del dipendente che si ammala sono essenzialmente di due tipi. Alcuni riguardano la disciplina del rapporto di lavoro; altri hanno a che fare con l’indennità che spetta al dipendente in malattia e che serve a tutelare lo stipendio del lavoratore evitando che, a causa della malattia, il lavoratore si ritrovi senza stipendio.

Sotto il primo profilo, occorre premettere che il rapporto di lavoro è un rapporto di scambio: il dipendente si impegna a lavorare ed il datore di lavoro si impegna a retribuire le ore effettivamente lavorare. Seguendo il rigido schema del rapporto di scambio il dipendente non ha diritto ad essere pagato se non si reca al lavoro. Anzi, se l’assenza fosse ingiustificata rischierebbe anche di subire un procedimento disciplinare.

Il primo diritto del lavoratore malato è dunque proprio quello di poter contare su una sorta di “congelamento” degli obblighi che derivano dal rapporto di lavoro. Egli può, in sostanza, assentarsi dal lavoro senza che il datore di lavoro possa eccepire nulla a patto che comunichi la sua assenza tempestivamente e, in ogni caso, nel rispetto delle modalità e delle tempistiche fissate dal contratto collettivo di lavoro applicato al suo rapporto di lavoro. In secondo luogo, l’assenza è giustificata solo nell’ambito dei giorni certificati dal medico nel certificato.

L’indennità di malattia Inps

Il secondo diritto del dipendente è di natura economica. Come abbiamo detto, se al dipendente non venisse riconosciuto lo stipendio durante i giorni di malattia, la tutela della salute ne uscirebbe compromessa. Se, infatti, immaginiamo una malattia che si protragga per un mese intero, se non vi fosse alcuna tutela economica, in quel mese il dipendente non riceverebbe lo stipendio. E come potrebbe mandare avanti la sua famiglia, curarsi, pagare l’affitto? E’ evidente che non potendo rinunciare a sopravvivere il lavoratore sarebbe di fatto obbligato a lavorare nonostante la malattia.

Per questo entra in scena l’indennità di malattia Inps, ossia una particolare indennità che viene riconosciuta ai lavoratori quando si verifica una malattia che provoca l’incapacità lavorativa del dipendente stesso.

A chi spetta l’indennità di malattia Inps?

L’indennità di malattia Inps non è riconosciuta a tutte le categorie di lavoratori ma solo ad alcuni. In particolare, spetta a:

  • operai che operano nel settore industria;
  • operai ed impiegati che lavorano nel settore terziario e dei servizi;
  • lavoratori agricoli;
  • lavoratori assunti con contratto di apprendistato;
  • disoccupati;
  • lavoratori sospesi dal lavoro;
  • lavoratori che operano nello spettacolo;
  • lavoratori marittimi;
  • lavoratori iscritti alla gestione separata Inps [1].

Al contrario, l’indennità di malattia Inps non è riconosciuta alle seguenti tipologie di lavoratori (l’elenco non è esaustivo):

  • lavoratori domestici (come le colf e le badanti);
  • impiegati che operano nel settore dell’industria;
  • lavoratori assunti con qualifica di quadri (sia nell’industria che nell’artigianato);
  • dirigenti;
  • portieri;
  • lavoratori autonomi.

Quale periodo copre l’indennità di malattia Inps?

Per quanto concerne i dipendenti assunti a tempo indeterminato, l’indennità di malattia Inps viene attribuita per tutti i giorni coperti da idonea certificazione del medico curante e con un limite massimo pari a 180 giorni nell’anno solare. E’ dunque evidente che il medico svolge un ruolo fondamentale perché è lui (salvo il tetto massimo dei 180 giorni) a decidere quanti giorni di malattia verranno pagati al lavoratore.

Per quanto concerne i dipendenti assunti a tempo determinato, l’indennità di malattia Inps viene erogata per tutti i giorni coperti da idonea certificazione del medico certificatore ma con un diverso tetto massimo, pari ad un numero massimo di giorni uguale a quelli lavorati nei 12 mesi precedenti l’inizio della malattia da un minimo di 30 giorni ad un massimo di 180 giorni nell’anno solare.

In realtà non tutti i giorni coperti dalla prognosi del medico sono coperti. Infatti il diritto a percepire l’indennità di malattia Inps decorre dal 4° giorno. I primi 3 giorni di malattia vengono comunemente detti periodo di “carenza” e vengono pagati solo se si accolla questo onere, a causa di una previsione in tal senso del contratto collettivo di lavoro, direttamente l’azienda.

Il diritto a prendere l’indennità Inps inizia il 4° giorno di malattia e termina (salvo il rispetto del tetto massimo di 180 giorni nell’anno solare) con la scadenza della prognosi che si trova nel certificato del medico. Non è necessario produrre un solo certificato medico, in quanto la malattia può essere certificata con uno o più certificati del medico.

Cosa succede se il lavoratore viene ricoverato?

Anche l’eventuale ricovero in regime ordinario o in regime di day hospital viene considerato rientrante nel periodo di malattia a patto che la relativa certificazione contenga una specifica diagnosi.

Cosa sono le fasce di reperibilità?

Il lavoratore dipendente non può svolgere durante la malattia delle attività incompatibili con lo stato morboso che è stato dichiarato. In caso contrario, lo stesso rischia sia nei confronti dell’Inps, in quanto il suo comportamento potrebbe essere riconosciuto come una vera e propria truffa ai danni dello Stato, sia nei confronti del datore di lavoro che potrebbe considerare un simile comportamento lesivo della sua fiducia e licenziare il dipendente per giusta causa.

Proprio per questo esiste un sistema di controllo sui malati che prendono l’indennità Inps. Il sistema prevede la possibilità che degli ispettori dell’Inps vadano a casa del malato in certi orari per vedere se c’è e che sta facendo.

A tal fine, il lavoratore ha l’onere di rendersi reperibile al proprio domicilio per essere sottoposto, nelle fasce di reperibilità previste dalla legge, a questi controlli. Nei casi in cui il dipendente debba cambiare il proprio indirizzo di reperibilità, durante il periodo rientrante nella prognosi del certificato, dovrà tempestivamente informare sia il datore di lavoro che l’Inps con un giusto preavviso.

Le fasce di reperibilità che il dipendente deve rispettare, facendosi trovare al suo domicilio sono, per tutti i giorni compresi nella prognosi del medico le seguenti:

  • dalle ore 10,00 alle ore 12,00;
  • dalle ore 17,00 alle ore 19,00.

Oltre che rilevare come illecito disciplinare nei confronti del datore di lavoro, l’eventuale assenza durante il controllo degli ispettori Inps può portare all’applicazione di sanzioni e, in particolare, alla non indennizzabilità di alcune giornate di malattia.

Quanto prende il dipendente in malattia?

La tutela pura e semplice offerta dall’Inps con l’indennità di malattia Inps non consente al dipendente di recuperare l’intero stipendio perso a causa della sua assenza per malattia.

Innanzitutto perché, come abbiamo già visto, è previsto un periodo di carenza nel quale al dipendente non spetta l’indennità Inps pari ai primi 3 giorni di malattia. Inoltre, come vedremo di seguito, l’assegno erogato non è equivalente al 100% della retribuzione perduta.

L’indennità di malattia Inps, infatti, ammonta a:

  • dal 4° giorno al 20° giorno un importo pari al 50% della retribuzione media giornaliera;
  • dal 21° giorno al 180° giorno un importo pari al 66,66% della retribuzione media giornaliera.

Malattia dipendente privato: chi paga?

Possiamo dunque rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio.

Per la generalità dei dipendenti privati, anche se come visto ci sono delle categorie di dipendenti che non hanno questa tutela, durante i giorni di malattia certificati dal medico è l’Inps a pagare una indennità la quale, tuttavia, copre solo in parte il reddito perduto.

Proprio per questo un’altra parte è di solito pagata dal datore di lavoro il quale deve integrare l’indennità di malattia Inps attenendosi alle indicazioni contenute nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicato.

Quasi sempre i CCNL impongo al datore di lavoro di pagare la malattia durante i giorni in cui l’Inps non eroga alcuna indennità e cioè i primi 3 giorni dall’inizio della malattia.

Inoltre, anche nei giorni successivi, la gran parte dei CCNL impongono all’azienda di mettere altri soldi sopra l’indennità Inps così che il dipendente possa, cumulando le due somme, arrivare ad una quota di stipendio il più possibile vicina al 100%.

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note

[1] Art. 2 comma 26. Legge 335/95


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