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Corteggiamento assillante: si può denunciare?

13 Dicembre 2018


Corteggiamento assillante: si può denunciare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Dicembre 2018



Quando il corteggiamento diventa molestia o stalking: la persecuzione commessa dall’uomo costituisce reato.

C’è un uomo che ti perseguita. Ha iniziato con qualche complimento, prima in forma galante, poi sempre più esplicito e diretto. Nonostante tu abbia, in tutti i modi, fatto intendere di non gradire le sue “attenzioni”, lui persevera nel suo accanimento. Non perde occasione per attaccare discorso, seguirti, tentare addirittura il contatto fisico. Sa dove lavori, sa dove abiti, conosce il tuo profilo Facebook tant’è che hai dovuto bloccarlo. Tanta petulanza inizia a preoccuparti: temi che possa passare dalle parole ai fatti e, magari, costituire un giorno un pericolo serio. Vorresti quindi anticipare tale situazione seppur, sino ad oggi, non è stato commesso alcun comportamento pericoloso. Ma il punto è che sei estremamente infastidita e intendi agire nei suoi riguardi. Così ti chiedi se, in caso di corteggiamento assillante, si può denunciare. 

Un caso molto simile al tuo è stato deciso dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. La Corte si è espressa sulla vicenda di un uomo che ha assillato la dipendente di un bar per diversi mesi: dopo averla presa di mira, ha cercato con lei ripetuti contatti fisici, rivolgendole richieste sessuali. La donna era stata costretta a modificare le sue abitudini di vita, cambiando l’orario di rientro a casa e facendosi scortare da un amico sino alla macchina non appena usciva dal locale.

La pronuncia è chiara nel ricordare quali reati si possono commettere in caso di corteggiamento assillante. Vediamoli qui di seguito.

Il corteggiamento assillante può essere molestia

Il primo reato, quello – se vogliamo – più “lieve” che si può ascrivere a chi perseguita una ragazza, sia pure per farle solo complimenti e tentare un approccio non gradito, è quello di molestie. Il codice penale [2], a riguardo, punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro, chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure tramite il telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a un’altra persona molestia o disturbo.

Secondo la Corte, è ravvisabile quindi il reato di molestia «nell’insistente comportamento, prolungato nel tempo, di chi» – come nel caso di specie – «corteggia insistentemente, in maniera non gradita, una donna (profferendo al suo indirizzo espressioni a contenuto esplicitamente sessuale) e magari anche seguendola in strada (sì da costringere costei a cambiare abitudini)». Si tratta, senza ombra di dubbio, di «una condotta molesta, rivelatrice di petulanza, oltre che di biasimevole motivo» e quindi legittimamente punibile in ambito giudiziario.

La vittima potrà quindi denunciare il responsabile di tale comportamento recandosi alla polizia o ai carabinieri.

Il corteggiamento assillante può essere violenza sessuale

Se l’uomo dovesse aver anche tentato di baciare sulla bocca la donna o di toccarla nelle zone erogene come glutei, cosce, collo, seno, la denuncia potrà essere estesa anche al reato di “tentata” violenza sessuale. Se lo sfioramento dovesse essere andato a buon fine, il reato sarà quello di “consumata” violenza sessuale, con sanzioni ancora più gravi.

La Cassazione, a riguardo, ha da sempre sposato un’interpretazione molto rigida in ambito di tale reato. Anche il bacio sulla bocca, quando non gradito ma tuttavia “obbligato”, costituisce violenza sessuale. È il caso di chi impedisce alla vittima di spostarsi cingendole i fianchi o spingendola verso il muro o tenendole il volto con le mani.

Il corteggiamento assillante può essere stalking

Chiude il cerchio il reato di stalking o, meglio detto, di «atti persecutori». Rispetto al reato di molestie ci troviamo su un gradino di maggiore gravità. In questo caso, il codice penale [3] non descrive un comportamento preciso ma le ripercussioni che esso ha sulla vittima. Quando infatti il corteggiatore commette un comportamento qualsiasi, tale comunque da determinare uno dei seguenti tre eventi, può essere denunciato per stalking. In particolare egli deve, con condotte reiterate, minacce o molestie: 

  1. cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima;
  2. ingenerare in quest’ultima un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva; 
  3. costringere la stessa vittima a modificare le proprie abitudini di vita (ad esempio cambiare orari o strada per il rientro a casa oppure farsi scortare da qualcuno). 

Se il corteggiamento ossessivo si limita a infastidire, siamo quindi nell’ambito del reato di molestia. Se invece l’effetto è quello di spaventare la vittima, sottoporla a uno stato di inquietudine e preoccupazione oppure la costringe a cambiare le proprie abitudini, siamo invece nell’ambito del più grave delitto di stalking.

Perché si tratti di vero stalking, le molestie devono inoltre essere ripetute nel tempo e chiaramente le azioni non devono essere gradite dalla vittima.

Ecco alcuni esempi di condotte che possono portare a denunciare una persona per stalking:

  • telefonare in continuazione alla vittima, inviarle sms, email, lettere, messaggi in chat private anche sui social;
  • attendere la vittima più di una volta sotto casa o all’uscita del lavoro;
  • pedinare la vittima;
  • compiere indagini sulla vittima, raccogliere informazioni per sapere quali sono le sue abitudini di vita;
  • danneggiare le proprietà della vittima;
  • attuare intimidazioni direttamente alla vittima e alle persone ad essa vicine.

note

[1] Cass. sent. n. 55713/18 del 12.12.2018.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Art. 612 bis cod. pen.

   

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 19 ottobre – 12 dicembre 2018, n. 55713

Presidente Carcano – Relatore Vannucci

Ritenuto in fatto

Con sentenza emessa il 30 maggio 2016 il Tribunale di Savona dichiarò Gi. Ru. responsabile della commissione della contravvenzione di cui all’art. 660 cod. pen., consistita nell’avere tale persona ripetutamente molestato per biasimevole motivo, in Portoferraio, fino al 28 febbraio 2016, Ro. Or. profferendo all’indirizzo di costei insistenti richieste a sfondo sessuale e lo condannò alla pena di cinquecento Euro di ammenda.

A sostegno di tale decisione è evidenziato che: alla luce del contenuto delle dichiarazioni, affatto precise, rispettivamente rese dai testimoni Or., che all’epoca dei fatti svolgeva mansioni di cameriera presso il bar, all’insegna “L’arcipelago”, sito in Portoferraio, e di Sardi (che in una occasione ebbe ad assistere ad episodio di molestia), Ru., per circa quattro o cinque mesi, quando nel bar non vi erano avventori, era solito avvicinarsi alla donna e profferire al suo indirizzo espressioni dall’inequivoco tenore sessuale (specificamente indicate in motivazione), cercando forme di contatto fisico; Ru., poi, ebbe a seguire la donna allorché si recava a prendere la propria figlia a scuola; Ru., dopo avere premesso di essere un soggetto “strano e diverso”, aveva genericamente negato di avere commesso i fatti, reso dichiarazioni dai contenuti affatto divagatori; la sua condotta si era concretizzata in un atteggiamento di invadenza e intromissione, continua e inopportuna, nella sfera di libertà della persona offesa, che, per tale motivò, evitava di uscire fuori dal bancone del bar ed aveva cambiato i propri orari di rientro in casa, con conseguente sussistenza della contravvenzione contestata; in considerazione di precedente penale (per lesioni) e del comportamento processuale privo di ripensamento, non sussistevano i presupposti per la concessione di circostanze attenuanti generiche.

Per la cassazione di tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso (atto sottoscritto dal difensore, avvocato Ro. Mi.) contenente tre motivi di impugnazione.

Considerato in diritto

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce erronea applicazione dell’art. 660 cod. pen. in relazione alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, dal momento che dal contenuto (specificamente trascritto nelle pagine 4 e 5 del ricorso) delle dichiarazioni da esso ricorrente rese nel corso del proprio interrogatorio emergerebbe con chiarezza come egli non avesse mai voluto consapevolmente molestare Ro. Or..

1.1 II motivo è inammissibile dal momento che: a) la sentenza impugnata, mediante corretta valorizzazione degli elementi di prova orale acquisiti al processo e ragionamento immune da vizi logici, ravvisa la sussistenza della contravvenzione prevista dall’art. 660 cod. pen. nell’insistente comportamento, prolungato nel tempo, di chi, come il ricorrente, “corteggia” insistentemente, in maniera non gradita, una donna (profferendo al suo indirizzo espressioni a contenuto esplicitamente sessuale) e seguendola in strada (si da costringere costei a cambiare abitudini), essendo tale condotta rivelatrice di “petulanza”, oltre che di “biasimevole motivo” (cfr., in questo senso, Cass. Sez. 1, n. 6905 del 28 gennaio 1992, Candela, Rv. 190546); b) il ricorrente, mediante la riproduzione del contenuto delle dichiarazioni rese in sede di esame (dal tenore, invero, quanto meno poco chiaro), mira a conseguire in questa sede una non consentita rivalutazione dei fatti.

2. Con il secondo motivo di impugnazione è dai ricorrente denunciata violazione di legge (art. 190 cod. proc. pen.) e mancata assunzione di prova decisiva, dal momento che: all’udienza del 30 maggio 2016 il giudice di primo grado ebbe a revocare l’ordinanza (emessa il 9 novembre 2015) con la quale era stata ammessa la testimonianza di Regano, indicato dalla difesa come teste oculare che avrebbe dovuto riferire dei fatti contestati dal mese di dicembre 2011 a quello di febbraio 2012, sul rilievo che «la testimonianza non può aver contenuto ipotetico»; sarebbe stato dunque violato il precetto contenuto nell’art. 190 cod. proc. pen., non potendo il sollecitato esame del testimone in questione ritenersi manifestamente superfluo, né tampoco irrilevante.

2.1 La censura, per come formulata, è inammissibile, non avendo il ricorrente in questa sede dedotto: la mancanza di motivazione in ordine alla superfluità della prova caratterizzante l’ordinanza di revoca; l’immediata deduzione della predicata nullità ai sensi dell’art. 182, comma 2, cod. proc. pen. (in questo senso cfr., fra le altre: Cass. Sez. 5, n. 18351 del 17 febbraio 2012, Biagini, Rv. 252680; Cass. Sez. 2, n. 9761 del 10 febbraio 2015, Rizzello, Rv. 263210).

3. Con il terzo motivo la sentenza è dal ricorrente criticata per non avere concesso circostanze attenuanti generiche sul solo rilievo dell’esistenza di un precedente penale, risalente nel tempo (1992) e del comportamento processuale di esso ricorrente; in tal guisa non consentendo di adeguare la pena, prossima al massimo edittale, alle peculiarità del caso concreto (assenza di pericolosità sociale di esso ricorrente che non avrebbe mai agito allo scopo di recare molestia alla persona offesa).

3.1 II motivo è inammissibile, risultando il diniego di circostanze attenuanti generiche congruamente motivato (precedente condanna per delitto di lesioni; assenza di ripensamento quanto alla illiceità delle azioni commesse).

4. Da ultimo il ricorrente afferma che «valuteranno…» Giudici di Legittimità se applicare comunque alla fattispecie l’art. 131-bis c.p.»: trattasi, all’evidenza, di deduzione funzionale a sollecitare l’esercizio da parte di questa Corte del potere officioso previsto dall’art. 129 cod. proc. pen.

4.1 Indipendentemente dalla estrema genericità caratterizzante il contenuto di tale deduzione, è comunque da rilevare che l’inammissibitità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità e la rilevabilità di ufficio della causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen. (in questo senso cfr. il punto 15 della motivazione di Cass. S.U., n. 13681 del 25 febbraio 2016, Tushaj, Rv. 266593).

5. Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso derivano la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 2000), al versamento di una somma di danaro alta Cassa delle ammende che stimasi equo determinare nella misura di duemila Euro (art. 616 cod. proc. pen.).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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