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Coppia separata: si prende il reddito di cittadinanza?

14 Dicembre 2018


Coppia separata: si prende il reddito di cittadinanza?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Dicembre 2018



Se marito e moglie presentano una separazione consensuale in tribunale, con un Isee separato possono ottenere il reddito di cittadinanza?

I nostalgici della vecchia Lega-Nord, costituiti in un nuovo partito dal nome “Il Grande Nord” hanno puntato il dito contro il reddito di cittadinanza. La nuova misura, barattata dalla Lega per andare al Governo con il M5S, viene definita come un “maxi sussidio”, un fiume di denaro sottratto all’innovazione e alla riduzione del costo del lavoro. Il segretario Berardelli ha detto a riguardo: «Molte famiglie al Sud stanno assumendo, secondo sondaggi attendibili, l’assurda decisione di separarsi legalmente per poter ricevere i 780 euro previsti dalle norme preparate da Palazzo Chigi. È una follia». Ma, da un punto di vista giuridico e tecnico, è davvero così facile ottenere il reddito di cittadinanza simulando la cessazione del matrimonio? È quanto verificheremo qui di seguito: in caso di coppia separata, si prende il reddito di cittadinanza? 

Simulare uno stato di disoccupazione o una separazione col proprio coniuge pur di ottenere sussidi pubblici non è una situazione nuova per gli italiani. Solo nell’ultimo anno, l’Inps ha stanato ben 6.400 separazioni fittizie necessarie ad abbassare l’Isee e a ottenere pensioni e assegni sociali. Peccato che le coppie continuavano a vivere, di fatto, sotto lo stesso tetto nonostante la falsa residenza collocata altrove. E che dire dei falsi licenziamenti per giusta causa solo per truffare le casse dell’Inps e percepire l’assegno di disoccupazione (la Naspi) mentre il rapporto di lavoro prosegue in nero? Secondo la Cgia di Mestre tale fenomeno sarebbe cresciuto del 26,5% solo nel 2016. 

Insomma i furbetti della “nullatenenza” – condizione necessaria per eludere il fisco, scacciare il recupero crediti o per ottenere sussidi e prestazioni assistenziali – non è affatto una novità. Chiaramente si tratta di comportamenti che costituiscono reato, una truffa ai danni dello Stato e chi viene scoperto (non sono in pochi) è condannato non solo a restituire tutti gli importi sottratti all’erario ma deve fare i conti anche con un processo penale e la macchia sulla fedina penale.

Ragioniamo allora sugli eventuali effetti che potrà avere il reddito di cittadinanza. Premesso che ogni valutazione definitiva potrà essere effettuata solo con l’introduzione della normativa (promessa entro marzo 2019), vediamo innanzitutto a chi spetta il reddito di cittadinanza.

Secondo le anticipazioni dell’esecutivo e le indiscrezioni pubblicate sino ad oggi dalla stampa, per ottenere il reddito di cittadinanza bisognerà presentare un Isee non superiore a 9.360 euro. Questo è il presupposto essenziale per ottenere il beneficio di 780 euro mensili per un totale di 9.360 euro all’anno. Questo almeno è il calcolo per ogni persona single. La proprietà di una casa potrebbe diminuire le speranze di ottenere il reddito di cittadinanza in versione integrale. 

Chi percepirà il reddito di cittadinanza dovrà aderire alle iniziative per la ricerca attiva di un lavoro organizzate dai Centri per l’Impiego, partecipare ai corsi di formazione e non dovrà essersi dimesso volontariamente dal proprio precedente lavoro (salvo i casi di dimissione per giusta causa).

Vediamo ora quanto può influire una separazione sull’Isee della famiglia. Quando si va a compilare la dichiarazione sostitutiva Isee bisogna tenere conto del nucleo familiare e indicare tutti i componenti della propria famiglia anagrafica. Per famiglia anagrafica si intende un insieme di persone, conviventi, legate da un vincolo di matrimonio, di parentela, di affinità, di tutela, di adozione o semplicemente affettivo.

La convivenza è condizione necessaria, ma non sufficiente per determinare l’appartenenza alla famiglia anagrafica: esistono infatti situazioni in cui i soggetti (ad esempio gli studenti universitari fuori sede), pur convivendo tra loro, appartengono a due stati di famiglia differenti.

I coniugi fanno sempre parte dello stesso nucleo familiare, anche quando non rientrano nello stesso stato di famiglia o hanno residenze diverse. 

La separazione legale comporta una divisione del nucleo familiare. Benché infatti il matrimonio cessa solo con il successivo e definitivo divorzio. Dunque, il fatto che marito e moglie presentino in tribunale un accordo di separazione consensuale è sufficiente per “staccare” i due Isee e far abbassare i relativi redditi agli occhi dello Stato. Non è invece sufficiente la separazione di fatto, quella cioè non formalizzata in tribunale o in Comune, che si ha quando i coniugi decidono di andare a vivere da soli e di non frequentarsi più.

Ne consegue che, nel momento in cui la separazione viene ufficializzata con l’atto pubblico (la sentenza del tribunale o la dichiarazione dell’ufficiale di Stato civile per chi svolge la pratica in Municipio), marito e moglie finiscono di essere un unico nucleo familiare. Agli occhi della pubblica amministrazione saranno come due soggetti autonomi e indipendenti. Con la conseguenza che, se uno dei due o entrambi rientrano nelle condizioni reddituali prescritte dalla legge, potranno ottenere il reddito di cittadinanza.

Basta separarsi per ottenere il reddito di cittadinanza? Non di sicuro. Seppure in prima battuta potrà esserci un automatismo tra la concessione della misura assistenziale e le indicazioni fornite con l’Isee, ciò non toglie che – come del resto avviene già oggi – la PA possa fare indagini sull’effettiva situazione dell’ex coppia. E se, a seguito dei controlli, dovesse risultare che la separazione è simulata, scatteranno sanzioni, incriminazioni e obblighi di restituzione. 

Su cosa potranno vertere i controlli? Innanzitutto sulla dimora. La residenza dichiarata all’ufficio anagrafico è un mero dato formale che non ha alcun rilievo se poi, di fatto, dovesse risultare che il cittadino vive sotto un altro tetto. Anzi, in questo caso si commette l’ulteriore reato di «falso in atto pubblico» per aver dichiarato un indirizzo di residenza diverso da quello effettivo.

C’è poi il controllo sulle utenze, come già avvenuto in passato. Indicare, ad esempio, come propria residenza una abitazione al mare quando questa è poi disabitata per quasi tutto l’anno può essere un falso facilmente individuabile grazie alla lettura dei contatori dell’energia elettrica e del gas che denunciano il mancato utilizzo dell’immobile. Senza contare poi che c’è sempre la possibilità di controlli mirati da parte dei carabinieri o della polizia.

A chi andranno i 9 miliardi destinati al reddito di cittadinanza? Il sito del Grande Nord, elaborando dati confindustriali, propone questa geografia: Crotone guida la classifica col 27,9% delle famiglie residenti che percepirebbero il reddito, seguono Napoli (20,6%): Palermo (20,5%), Caltanissetta (19,8%), Medio Campidano, che raggruppa 28 Comuni della Sardegna (18,6%), Catanzaro (18,4%), Catania (18%), Caserta (17,9%), Barletta (17,5%), Reggio Calabria (16,9%). I Comuni del Nord sono nel fondo della classifica: Monza e Brianza (5,5%), Treviso (5,1%), Varese (5,1%), Lecco (4,9%), Como (4,3%), Trento (3,9%), Verbano Cusio Ossola (3,5%), Belluno (3,3%), Sondrio (3,3%), Bolzano (2,3%).


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4 Commenti

  1. Separato legalmente da mia moglie da diversi anni vivo a casa di mia mamma ma ho la residenza ancora nella casa coniugale. Mia moglie e i miei figli maggiorenni disoccupati e vivono del mio assegno mensile di 800 euro. Possono choedere il reddito di cittadinanza oppure fa cumulo il mio reddito? Grazie

  2. Buongiorno. Sono separato da diversi anni. Ho residenza diversa dalla mia ex (che vive con i nostri due figli maggiorenni e disoccupati). Ho fatto domanda di pensione anticipata con quota 100. Alla mia ex spetterà certamente il reddito di cittadinanza. Chiedo se, in virtù di tutto questo, posso chiedere di rivedere l’assegno di mantenimento (in atto 600euro).
    Grazie

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