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Licenziato perché la ditta ha problemi economici: a cosa ho diritto?

17 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Dicembre 2018



Licenziamento per motivi economici: ricollocazione, tentativo di conciliazione, NASpI. Vediamo quali sono i tuoi diritti quando l’azienda è in crisi

L’azienda dove lavori sta passando un periodo di difficoltà economiche e sta procedendo a tagli di personale. Ti hanno anticipato che a breve verrai convocato presso l’Ispettorato del Lavoro perché l’azienda intende licenziarti, oppure hai già ricevuto una lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Probabilmente ti starai chiedendo: “Sono stato licenziato perché la ditta ha problemi economici, a cosa ho diritto? Esiste qualche sussidio economico da parte dell’Inps? Posso pretendere una buonuscita da parte dell’azienda?”. Fai bene a porti queste domande, perché la legge prevede innanzitutto, se lavori per un’azienda di grandi dimensioni, che il licenziamento per motivi economici debba essere preceduto da una specifica procedura; inoltre, a prescindere dalle dimensioni aziendali, se avrai maturato un sufficiente monte contributivo, avrai diritto alla NASpI o disoccupazione.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il licenziamento può essere intimato o per motivi disciplinari e, in tal caso, si parla di giusta causa o giustificato motivo soggettivo, oppure per ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa e cioè per giustificato motivo oggettivo.

La crisi aziendale, per giustificare il licenziamento, deve essere effettiva e non temporanea e tale da costringere il datore di lavoro a sopprimere uno o più posti di lavoro per ridurre i costi.

Ricorre un giustificato motivo oggettivo di licenziamento anche quando il datore intende riorganizzare la produzione o la distribuzione del lavoro: ad esempio sostituendo l’attività fino a quel momento eseguita manualmente dai propri operai, con un macchinario automatizzato; o ancora licenziando uno dei due capi area assunti per una determinata zona ed attribuendo solo ad uno di essi tutta l’area prima seguita da entrambi.

Prima di procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, però, il datore deve fare il possibile per ricollocare il dipendente “in esubero” (c.d. obbligo di repechage), cercando di assegnarlo ad altra sede o posizione utile, anche – se questo può evitare il licenziamento – a mansioni inferiori.

Imprese di grandi dimensioni: il tentativo obbligatorio di conciliazione

La Riforma Fornero ha stabilito che, prima di procedere al licenziamento, il datore di lavoro che ha determinati requisiti dimensionali (più di 15 dipendenti nella singola unità produttiva o nell’ambito comunale o più di 60 nell’ambito nazionale) deve esperire una procedura di conciliazione volta all’esame dei motivi posti a base del recesso e finalizzata al raggiungimento di un eventuale accordo tra le parti. Questo tentativo di conciliazione rappresenta una condizione di procedibilità ai fini dell’intimazione del licenziamento: in caso di violazione della suddetta procedura, il licenziamento è illegittimo.

Il datore di lavoro deve quindi inviare all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL) una comunicazione in cui dichiara l’intenzione di procedere al licenziamento, indicando motivi e misure di assistenza alla ricollocazione del lavoratore. La comunicazione viene trasmessa per conoscenza anche al lavoratore e l’ITL convoca le parti entro 7 giorni dalla ricezione della richiesta.

In caso di mancata convocazione entro 7 giorni, il datore di lavoro può procedere al licenziamento.

Diversamente, l’incontro si svolge dinanzi alla Commissione di Conciliazione e la procedura deve concludersi entro 20 giorni dalla trasmissione della convocazione, fatta salva l’ipotesi in cui le parti, ritengano entrambe di proseguire la discussione finalizzata al raggiungimento di un accordo.

Se il tentativo di conciliazione ha esito negativo, viene redatto un verbale e il datore di lavoro può comunicare il licenziamento al lavoratore; se invece la conciliazione ha esito positivo e prevede la risoluzione consensuale del rapporto (talvolta a fronte anche del pagamento di una buonuscita da parte dell’azienda), il lavoratore avrà diritto alla NASpI.

La NASpI: cos’è e come si richiede

La NASpI è una misura economica a sostegno del reddito per quelle persone che, involontariamente, restano disoccupate.
Chi richiede la NASpI deve trovarsi in stato di disoccupazione, deve cioè aver perso l’impiego involontariamente e deve aver reso all’Inps, al centro per l’impiego o presso il portale Anpal, la dichiarazione d’immediata disponibilità al lavoro ed agli interventi di politiche attive del lavoro: formazione, orientamento, riqualificazione.
Per poter accedere alla NASpI sono necessarie almeno 13 settimane di contributi versate negli ultimi 4 anni (purché non abbiano già dato luogo a un periodo di disoccupazione indennizzata) e 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno.

La domanda Naspi deve essere presentata entro 68 giorni dalla perdita dell’impiego.
Se il lavoratore possiede le credenziali per l’accesso ai servizi web dell’Inps, sarà lo stesso istituto di previdenza ad avvisarlo di aver diritto alla prestazione e a rendere disponibile un modulo online precompilato per richiederla.
Altrimenti ci si può recare ad un patronato ed affidare ai competenti impiegati la compilazione e l’invio della domanda di disoccupazione.

Importo e durata della NASpI

L’ammontare mensile dell’indennità Naspi si ottiene facendo il seguente calcolo:

  • somma degli imponibili previdenziali (in busta paga, sotto la voce imponibile Inps) degli ultimi 4 anni, comprensivi degli elementi continuativi e non continuativi e delle mensilità aggiuntive;
  • divisione del risultato per le settimane di contribuzione, indipendentemente dalla verifica del minimale (nel calcolo sono considerate tutte le settimane, indipendentemente dal fatto che esse siano interamente o parzialmente retribuite);
  • moltiplicazione del risultato ottenuto per 4,33.

Se l’importo risultante è pari o inferiore a 1.208,15 euro, l’indennità ammonta al 75% di questo importo; se è superiore si aggiunge anche il 25% della differenza tra l’imponibile e 1.208,15 euro.

La Naspi non può mai superare, comunque, 1.314,30 euro mensili.
L’indennità diminuisce del 3% al mese, a decorrere dal primo giorno del quarto mese di fruizione.
Il calcolo è lo stesso a prescindere dal tipo di contratto di lavoro subordinato, a termine o a tempo indeterminato cessato.

La NASpI viene erogata per un numero di settimane pari alla metà di quelle coperte da contribuzione negli ultimi 4 anni, indipendentemente dal tipo di contratto di lavoro cessato. indeterminato.


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