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Malattia lavoratori domestici

16 Dicembre 2018


Malattia lavoratori domestici

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Dicembre 2018



Uno dei diritti fondamentali dei lavoratori è quello di assentarsi dal lavoro se si ammalano. Vediamo cosa accade nel lavoro domestico.

Quando viene firmato un contratto di lavoro, le parti si assumono dei precisi impegni reciproci. Il datore di lavoro si prende l’impegno di erogare mensilmente la retribuzione al dipendente nonché altri obblighi previsti dalla legge, dal contratto collettivo o dal contratto individuale di lavoro. Il dipendente, dal canto suo, si assume soprattutto un obbligo: quello di recarsi al lavoro puntualmente, nell’orario e nella sede stabiliti nel contratto, e di svolgere le mansioni per le quali è stato assunto. Può, però, accadere che il dipendente non sia in condizione di adempiere all’obbligo che si è assunto. Si pensi al caso del lavoratore che viene colpito da una malattia che lo costringe al letto. In questo caso, essendo il diritto alla salute un diritto irrinunciabile di ogni individuo, il dipendente ha diritto ad assentarsi dal lavoro e a ricevere comunque un sostegno economico. Malattia lavoratori domestici: vediamo con quali particolarità.

Chi sono i lavoratori domestici?

I lavoratori domestici sono una speciale categoria di dipendenti che presta la prestazione di lavoro al servizio di persone singole o famiglia per assolvere ai compiti legati alla cura della casa e/o all’assistenza delle persone. Si pensi alla domestica assunta per pulire la casa, preparare i pasti, fare la spesa oppure alla badante assunta per fare assistenza ad un anziano componente della famiglia che non è più autosufficiente.

Dal punto di vista sostanziale, il rapporto di lavoro domestico è un rapporto di lavoro subordinato come qualsiasi altro. La particolarità è rappresentata dal fatto che spesso la persona convive con il datore di lavoro, presso la sua abitazione.

Inoltre, la disciplina normativa del rapporto di lavoro domestico è stata sempre molto particolare e prevede numerose eccezioni o deroghe a delle regole che reggono il rapporto di lavoro privato in generale. Si pensi alla disciplina del licenziamento. Il lavoro domestico, insieme al lavoro dirigenziale, a quello degli sportivi e dei pensionati è uno dei casi in cui il datore di lavoro può licenziare ad nutum il dipendente, rispettando solo il preavviso, senza che il licenziamento debba essere sorretto da una giusta causa o da un giustificato motivo.

Il contratto di lavoro delle colf e badanti è disciplinato dal contratto collettivo nazionale di lavoro per i lavoratori domestici che fissa importanti regole che disciplinano questo rapporto.

Cos’è la malattia?

Nell’ambito del rapporto di lavoro, la malattia è qualsiasi evento che altera lo stato di salute psico-fisica del dipendente impedendogli di prestare la prestazione lavorativa.

Per essere tale, la malattia deve essere debitamente certificata da un medico che deve indicare la cosiddetta prognosi ossia i giorni di riposo che vengono riconosciuti al dipendente, terminati i quali, il lavoratore può tornare a lavorare.

La malattia consente legittimamente al dipendente di astenersi dal lavoro e di assentarsi per tutta la durata della prognosi indicata dal medico.

Che diritti ha il lavoratore domestico in malattia?

L’Inps, per la generalità dei lavoratori, eroga una specifica prestazione di denaro, detta indennità di malattia, quando un dipendente si ammala ed è costretto a starsene a casa.

Ciò significa che durante i giorni di malattia il costo del dipendente a carico dell’azienda è limitato. La gran parte della retribuzione, infatti, deriva dall’indennità di malattia Inps. L’azienda si limita a versare l’eventuale integrazione alla malattia Inps prevista dal contratto collettivo di riferimento.

Inoltre, visto che l’indennità di malattia Inps scatta dopo il 4° giorno, l’azienda è quasi sempre chiamata a pagare interamente a suo carico la retribuzione relativa ai primi tre giorni di malattia (il cosiddetto periodo di carenza).

Il pagamento del periodo di carenza o di eventuali integrazioni al trattamento Inps dipende essenzialmente da ciò che prevede il contratto collettivo di riferimento.

Per i lavoratori domestici quanto detto sin ora non vale poiché per quanto riguarda la malattia, l’Inps non assicura i lavoratori domestici per questa tipologia di rischio. Ciò si traduce nel fatto che se si ammala un domestico, l’Inps non gli erogherà alcun trattamento e, di conseguenza, la retribuzione erogata al dipendente durante i giorni di malattia è posta interamente a carico del datore di lavoro il quale deve attenersi alle regole fissare nel CCNL lavoratori domestici.

Quindi i lavoratori domestici hanno diritto ad assentarsi dal lavoro, ma l’indennità di malattia gli verrà pagata dal datore di lavoro.

Lavoro domestico: cosa fare in caso di malattia

Il CCNL dei lavoratori domestici prevede una serie di obblighi a carico del dipendente che si mette in malattia. In particolare, il lavoratore domestico deve:

  • avvertire con assoluta tempestività il datore di lavoro;
  • ottenere dal medico un certificato medico entro il giorno successivo all’inizio della malattia;
  • se il domestico non è convivente (o, pur essendo convivente, è assente o in ferie) deve consegnare  il certificato medico o inviarlo a mezzo raccomandata entro 2 giorni dal suo rilascio da parte del medico. I lavoratori domestici in regime di convivenza non devono consegnare il certificato a meno che non venga richiesto dal datore di lavoro.

Per quanto tempo il domestico malato conserva il posto?

Il Codice civile [1] stabilisce il diritto del dipendente in malattia a non essere licenziato e, dunque, a conservare il posto di lavoro per un periodo di tempo detto periodo di comporto.

La durata del predetto periodo dipendente da cosa prevede il contratto collettivo di lavoro.

Nel caso dei lavoratori domestici, il lavoratore in malattia, sia esso convivente o non convivente, ha diritto alla conservazione del posto per i seguenti periodi:

  • se ha una anzianità fino a 6 mesi, superato il periodo di prova, il periodo di comporto è pari a 10 giorni di calendario;
  • se ha una anzianità da più di 6 mesi a 2 anni, il periodo di comporto è pari a 45 giorni di calendario;
  • se ha una anzianità oltre i 2 anni, il periodo di comporto è pari a 180 giorni di calendario.

Il periodo di comporto, nel CCNL lavoro domestico, si calcola sempre nell’anno solare, vale a dire nel periodo di 365 giorni decorrenti dall’evento morboso.

Si ricorda che anche per i lavoratori domestici se il dipendente è in prova oppure sta svolgendo il preavviso di dimissioni o di licenziamento (cosiddetto preavviso lavorato) l’insorgenza della malattia sospende la decorrenza della prova o del preavviso che dunque verranno “allungati” per un numero di giorni pari ai giorni di malattia.

Quanto spetta al lavoratore domestico in malattia?

In caso di malattia il datore di lavoro deve remunerare il lavoratore domestico con la retribuzione globale di fatto per un massimo di 8 (se il domestico ha una anzianità fino a 6 mesi), oppure per un massimo di 10 (se il domestico ha una anzianità da più di 6 mesi a 2 anni), oppure per un massimo di 15 (se il domestico ha una anzianità oltre i 2 anni) giorni complessivi nell’anno.

La retribuzione spettante al domestico in malattia va calcolata nel modo seguente:

  • fino al 3º giorno consecutivo di malattia spetta al domestico il 50% della retribuzione globale di fatto;
  • dal 4º giorno in poi, spetta al domestico il 100% della retribuzione globale di fatto.

Occorre precisare che il computo dei giorni totali massimi e la retribuzione spettante al domestico in malattia non devono essere calcolati conteggiando solo i giorni di effettivo lavoro, ma:

  • si contano tutti i giorni coperti dal certificato medico, ivi comprese le domeniche ed i giorni non lavorativi;
  • si contano come giorni di malattia tutti i giorni coperti da certificati di malattia negli ultimi 12 mesi e non solo i giorni lavorativi rientranti nei certificati;
  • vengono effettivamente retribuiti solo i giorni in cui il collaboratore lavora;
  • ad ogni inizio di malattia certificato da un diverso certificato medico i primi 3 giorni vengono retribuiti al 50% ed i rimanenti giorni fino al massimo di giorni coperti da retribuzione al 100%.

Come abbiamo già evidenziato al lavoratore domestico in malattia la retribuzione viene pagata interamente dal datore di lavoro non essendo ricompreso il lavoro domestico nel campo di applicazione dell’indennità di malattia Inps.

Per quanto concerne i domestici in regime di convivenza occorre specificare che negli eventuali giorni di ricovero ospedaliero o di degenza presso il datore di lavoro, al lavoratore non spetta l’indennità di vitto e di alloggio.

Il lavoratore domestico deve rispettare le fasce di reperibilità?

Come noto, in caso di malattia, il dipendente deve rendersi reperibile in determinate fasce orarie durante le quali l’Inps potrebbe inviare del persona ispettivo per verificare la reale impossibilità del dipendente a recarsi al lavoro per motivi di malattia.

Si potrebbe pensare che non essendo pagata alcuna indennità di malattia Inps ai lavoratori domestici, questi siano esonerati dal rispetto di questo obbligo.

In verità avendo comunque la qualità di dipendenti privati a tutti gli effetti di legge, anche i lavoratori domestici, le colf e le badanti devono rispettare le regole generali previste dalla legge per le visite fiscali e le relative fasce orarie di reperibilità.

Quindi, allo stesso identico modo che per i lavoratori dipendenti, le fasce di reperibilità sono le medesime anche per domestici, badanti e le colf, inclusi i lavoratori domestici che convivono con la famiglia: in questo caso specifico il controllo Inps non può  essere richiesto dal datore di lavoro (che garantisce il vitto e l’alloggio e che ha la possibilità di controllare da solo) ma può essere attivato direttamente di iniziativa propria dall’ente previdenziale.

Nel caso in cui sia prevista una sostituzione del lavoratore malato, il domestico in malattia è obbligato a comunicare il domicilio al quale potrà essere reperito per la reperibilità fiscale.

note

[1] Art. 2110 cod. civ.


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