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TFR in busta paga

16 Dicembre 2018


TFR in busta paga

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Dicembre 2018



La sperimentazione relativa al TFR in busta paga è terminata ma se ne sente ancora parlare. Facciamo chiarezza.

Il TFR, che sta per trattamento di fine rapporto, comunemente chiamato anche “liquidazione”, è un istituto tipico del diritto del lavoro italiano al quale i lavoratori italiani hanno dimostrato, in occasione delle varie riforme che lo hanno interessato, di essere molto affezionati. Il TFR ha una funzione di garanzia e di tutela del reddito del dipendente in tutti quei casi in cui il lavoratore perde il lavoro e rischia di ritrovarsi senza stipendio. Proprio per questo nasce il TFR. Negli ultimi anni si è sviluppato un certo dibattito volto a consentire ai lavoratori di vedersi pagato il TFR in busta paga. La misura è stata introdotta in via sperimentale ma non ha avuto il successo che molto speravano avesse.

Che cos’è il TFR?

Il TFR, acronimo di trattamento di fine rapporto, viene definito tecnicamente una retribuzione differita. Che vuole dire? Vuol dire che il datore di lavoro, oltre a pagare mensilmente lo stipendio ai propri dipendenti, deve anche mettere via un pezzo di stipendio ogni anno e pagarlo in un momento futuro. Questo momento futuro coincide con la cessazione del rapporto di lavoro.

Lo scopo del TFR, come anticipato prima, è quello di tutelare la capacità di acquisto del dipendente e della sua famiglia in tutti quei casi in cui, venendo meno il rapporto di lavoro, il lavoratore si ritrova senza un reddito e rischia di non avere (a meno che non è riuscito a risparmiare) le risorse necessarie ad una dignitosa esistenza per lui e per la famiglia.

Grazie al TFR, se e quando perde il lavoro, il dipendente riceverà una somma di denaro frutto di accantonamenti annui effettuati dal datore di lavoro per ogni anno in cui il dipendente ha prestato servizio presso l’azienda.

Il TFR dunque non è diverso dallo stipendio pagato mensilmente. E’ una parte della retribuzione a tutti gli effetti. La sola differenza è che il suo pagamento è posticipato rispetto a quello della retribuzione ordinaria.

A quanto ammonta il TFR?

Per calcolare il TFR basta prendere a riferimento la definizione della legge.

In base al Codice civile [1], infatti, in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota e’ proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Il calcolo del TFR è dunque semplice. Basta verificare qual è la stata la retribuzione annua che l’azienda ha dato ad un dipendente e dividerla per 13,5. Questo sarà l’accantonamento annuo. Il TFR finale spettante al dipendente se cessa il rapporto di lavoro sarà pari alla somma degli accantonamenti annui, oltre alla rivalutazione che vedremo a breve.

Facendo un esempio concreto, se Tizio, nel 2018, ha avuto una retribuzione annua pari ad euro 63.000, l’accantonamento TFR sarà pari a 63.000 / 13,5 = 4666,7 euro.

Le quote di TFR si rivalutano?

Un rapporto di lavoro può durare anche decine di anni. E’ evidente che in un lasso di tempo così lungo il potere di acquisto del denaro può subire importanti variazioni. Se le quote di TFR accantonate anno per anno dal datore di lavoro non fossero rivalutate in alcun modo, al momento della cessazione del rapporto il lavoratore potrebbe ritrovarsi in mano un pugno di mosche, ossia una somma di denaro del tutto svalutata e con un potere di acquisto fortemente ridotto.

Per questo la legge [2] prevede che il trattamento di fine rapporto, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementato al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso costituito da:

  • 1,5 per cento in misura fissa;
  • dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente.

Con questo meccanismo si cerca di preservare la capacità di acquisto del TFR che altrimenti sarebbe erosa nel tempo.

Qual è la base di calcolo del TFR?

Abbiamo visto che l’operazione da fare per calcolare il TFR è dividere la retribuzione annua per 13,5. Sembra tutto molto chiaro ma in realtà sono sorti molti dubbi su cosa debba intendersi per “retribuzione annua”.

Il datore di lavoro, infatti, eroga numerosi emolumenti, sotto varie forme, al lavoratore e può essere dubbio stabilire quali di essi rientrino e quali no nella base di calcolo del TFR.

La legge stabilisce che [3], salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua, ai fini del calcolo del TFR, comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

Sono, dunque, sicuramente da computare nella base di calcolo del TFR le seguenti voci retributive erogate al dipendente:

  • minimo contrattuale;
  • elemento distinto della retribuzione;
  • indennità di contingenza;
  • eventuale superminimo individuale riconosciuto al dipendente;
  • indennità che possono essere riconosciute al dipendente per le condizioni di svolgimento della prestazione di lavoro (ad es. l’indennità di maneggio denaro, l’indennità di turno, l’indennità di disagio ambientale, etc.);
  • straordinari fissi e ripetuti nel tempo;
  • bonus, premi di produzione, premi di risultato e qualsiasi altra retribuzione variabile elargita con continuità e non in maniera occasionale.

I contratti collettivi, anche di livello aziendale, possono prevedere che alcune somme siano esclude dalla base di calcolo del TFR.

In un accordo aziendale che prevede l’erogazione di un premio di risultato ai dipendenti in caso di raggiungimento di un determinato obiettivo le parti potrebbero prevedere, per fare un esempio, che tale bonus non debba essere computato nella base di calcolo del TFR.

Quando matura il diritto al TFR?

Come abbiamo detto il TFR è stato pensato per garantire al dipendente che perde il lavoro una somma di denaro a disposizione per andare avanti, nell’attesa di trovare un nuovo impiego.

Il diritto a percepire il trattamento di fine rapporto accumulato scatta in tutte le ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro, restando del tutto indifferente ai fini di questo diritto (a differenza ad esempio del diritto alla Naspi) con quale forma il rapporto cessa.

Si avrà dunque diritto al TFR se il rapporto di lavoro cessa per:

  • licenziamento del dipendente da parte del datore di lavoro;
  • dimissioni del dipendente, siano essere volontarie o per giusta causa;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ossia l’accordo con cui le parti decidono insieme, consensualmente, di porre fine al rapporto di lavoro.

Per quanto concerne la tempistica del pagamento, bisogna leggere cosa c’è scritto in proposito nel contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro.

Di solito, infatti, nei CCNL c’è scritto entro quanti giorni, a partire dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro deve liquidare il TFR all’ex dipendente.

Si ricorda, solo come accenno, che se il datore di lavoro non paga il dipendente deve avviare le procedure per il recupero forzato della somma (decreto ingiuntivo, precetto ed esecuzione forzata) e, in ogni caso, esiste presso l’Inps un fondo di garanzia TFR per cui se l’azienda non paga il lavoratore può ottenere il TFR facendo richiesta a tale fondo.

Il TFR può essere messo in busta paga?

Nel corso del tempo si è creato un dibattito volto a consentire alle parti del rapporto di lavoro di riconoscere al dipendente la possibilità che il TFR, anziché essere accantonato anno per anno, venga direttamente versato in busta paga.

L’obiettivo di questa misura sarebbe stato, innanzitutto, aumentare il potere di acquisto degli stipendi, che avrebbero subito un leggero aumento se arricchiti dal TFR.

Inoltre, lo scopo era anche economico. Aumentando i soldi in tasca ai lavoratori si sarebbe potuto produrre un aumento dei consumi e, dunque, un rilancio dell’economia più in generale.

Fatto sta che dalle parole si è passati ai fatti. La Legge di bilancio 2015 ha infatti introdotto il cosiddetto QUIR ossia il TFR in busta paga.

In base a questa misura, che aveva carattere sperimentale, i dipendenti potevano richiedere, in una finestra temporale che andava dal 1° marzo 2015 al 30 giugno 2018, che il TFR venisse loro pagato in busta paga, direttamente insieme alla retribuzione pagata mensilmente. Questa possibilità, essendo la misura sperimentale, è in realtà ormai terminata a partire dalla busta paga di luglio 2018.

La misura poneva in verità una serie di criticità e rischiava di penalizzare i lavoratori perché, in particolare:

  • il TFR in busta paga era assoggettato alla normale tassazione della retribuzione e, dunque, all’aliquota ordinaria Irpef. Il TFR, al contrario, quando viene pagato alla fine del rapporto, è soggetto ad una tassazione molto agevolata detta tassazione separata;
  • il TFR in busta paga fa aumentare il reddito mensile del dipendente e dunque il suo ISEE e può far perdere al lavoratore ed alla sua famiglia tutte quelle prestazioni socio-assistenziali che si basano proprio sull’ISEE o sul reddito annuo.

Non stupisce, dunque, che la sperimentazione del QUIR ha fatto registrare soli 387 mila aderenti ed è stata dunque un flop.

Non sono però del tutto venute meno le possibilità di avere il TFR in busta paga.

Il lavoratore ed il datore di lavoro, infatti, possono firmare un accordo sull’erogazione di una o più anticipazioni del TFR.

Infatti, il dipendente ha diritto ad ottenere una anticipazione del TFR in determinati casi previsti dalla legge e/o dal CCNL ma nulla impedisce che anche oltre questi casi il datore di lavoro accolga la richiesta del dipendente di anticipare parte del TFR.

In tal caso, peraltro, non si avrebbero gli inconvenienti del QUIR in quanto l’anticipazione del TFR godrebbe della tassazione separata.

note

[1] Art. 2120 co. 1 cod. civ.

[2] Art. 2120 co. 4 cod. civ.

[3] Art. 2120 co. 2 cod. civ.


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