Diritto e Fisco | Editoriale

UE: “la pirateria non danneggia la musica”. Il rapporto IPTS

25 Marzo 2013 | Autore:
UE: “la pirateria non danneggia la musica”. Il rapporto IPTS

La pirateria digitale non è un’alternativa all’acquisto della musica legale, ma ne è solo l’anticamera: l’Unione Europea rivela uno studio che stravolge i luoghi comuni sul filesharing e sullo streaming di musica illegale.

È tipico di quanti non sono preparati al futuro, di attaccarlo e criticarlo. Un cambiamento fa sempre paura, specie a chi non ha la capacità di rinnovarsi.

L’Istituto per le Prospettive Tecnologiche (IPTS Prospective Technological Studies) ha pubblicato, per conto della Commissione Europea (o meglio, di un organismo interno alla Commissione, il Joint Research Centre) uno studio sul comportamento dei consumatori di musica digitale su internet. La ricerca ha messo la lente di ingrandimento su ben 16.000 individui, analizzando gli effetti del download illegale e dello streaming sugli acquisti di musica legale.

La scoperta (del secolo) è che la pirateria non danneggia la musica così come, sino ad oggi, è stato fatto credere. Questo perché – riferisce lo studio – lo smanettone di file pirata non vede il download illegale come un’alternativa all’acquisto della musica legale, ma lo considera un semplice “banco di prova” per il futuro acquisto. Insomma: i due mercati – quello della pirateria e quello della musica legale – non sono alternativi, ma complementari tra loro. Molto di ciò che viene consumato illegalmente non sarebbe mai stato acquistato legalmente se la pirateria non fosse esistita. Lo studio ha infatti concluso che un aumento del 10% del numero di clic su siti web di download illegali comporta solo un aumento del 0,2% del numero di clic sui siti web di acquisto legale.

Con un’operazione di revisionismo storico senza precedenti, l’analisi commissionata dall’Unione Europea stravolge tutte le precedenti convinzioni generate dalla contro campagna pubblicitaria delle major.

Le case discografiche lamentano il fatto che non si vendono più CD. Chi potrebbe mai negarlo! Quel che però non è corretto è che la causa di ciò sia lo streaming di musica illegale. A quanto pare, le cose non stanno propriamente così. I CD non si vendono semplicemente perché la tecnica è andata avanti e i consumatori cercano altro. Da quando, nel 2003, è stato lanciato iTunes, lo store digitale di files mp3, è cambiato il modo di ascoltare musica e, di conseguenza, anche il modo di acquistarla. I CD sono stati superati dalla tecnica e, di conseguenza, non vengono acquistati per la stessa ragione per cui, all’inizio degli anni ’90, calarono drasticamente le vendite di cassette magnetiche. È la stessa ragione per cui oggi, con la tv on demand, non si noleggiano più i DVD.

John Seely Brown è il responsabile della ricerca alla Xerox Corporation. Lui dice che “il web è il primo mezzo di comunicazione che fa davvero onore alle molteplici forme di intelligenza”.

Limitare la tecnologia sul web per curare gli interessi di pochi dinosauri è senza ragione.

Il diritto d’autore, come ha dimostrato la Commissione Europea, non è affatto minacciato dallo streaming o dal filesharing. Al contrario, ne riceve sostegno. La conoscenza stessa si nutre di “condivisione” e della tecnica per crescere. Un esempio su tutti è il libro. Il libro è nato per diffondere la conoscenza. Chi mai avrebbe avuto il coraggio di dire che l’avvento della carta stampata avrebbe danneggiato il sapere per il solo fatto che lo avrebbe diffuso tra la gente?

Nello stesso tempo, se cresce la conoscenza, cresce con essa la domanda di cultura, e quindi la vendita di contenuti. Se, per esempio, diffondessimo in una popolazione grande quanto la Cina il gusto per la musica folk napoletana, di certo vi sarebbe un nuovo mercato, gente disposta ad acquistare per soddisfare un nuovo piacere, nato proprio grazie alla conoscenza. Insomma, affermare che la conoscenza (e quindi la condivisione) deprime la domanda è un paradosso economico.

L’ascoltatore più conosce, più consuma!

Ma, nello stesso tempo, viviamo un’era di paradossi. “Stiamo costruendo un’architettura che libera il 60% del cervello e un sistema legale che invece lo blocca”, prosegue Brown. Stiamo costruendo una tecnologia che potenzia la conoscenza e la creatività,  ma stiamo realizzando una normativa che vuole bloccate questa tecnologia.

Non è questo il modo di gestire la cultura. Non è questo il modo di ripagare il progresso.



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