Diritto e Fisco | Articoli

Coniuge non più innamorato: conseguenze

18 Dicembre 2018


Coniuge non più innamorato: conseguenze

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Dicembre 2018



Come funziona l’addebito in caso di separazione: amare il marito o la moglie è un obbligo di legge? Un coniuge può dire all’altro: non ti amo più?

Immagina di accorgerti, un bel giorno, di non amare più tuo marito ma di temere di confessarglielo non tanto per il dolore che potresti infliggergli quanto per le conseguenze legali che ne subiresti: a cosa andresti incontro in caso di separazione? Perderesti l’assegno di mantenimento? Oppure immagina che, di punto in bianco, tua moglie ti dica di non essere più innamorata di te, ma ciò nonostante ti chieda di andare via di casa perché ha intenzione di rimanerci col figlio; può davvero mettere in atto un comportamento del genere senza subirne alcuna penalizzazione? In questo articolo affronteremo il delicato problema della crisi di coppia, della fine dell’amore e degli eventuali riflessi che una situazione del genere può determinare nell’ambito del giudizio di separazione. Ti spiegheremo dunque quali sono le conseguenze per un coniuge non più innamorato.

Per comprendere cosa rischia chi non ama più il proprio marito o la propria moglie è necessaria una breve, ma semplice, premessa.

Quali sono i doveri del matrimonio?

Il matrimonio comporta dei doveri per entrambi i coniugi. Sinteticamente possono essere racchiusi in quattro comportamenti:

  • dovere di fedeltà: è quindi vietato avere relazioni con altre persone, sia pure platoniche. Secondo la giurisprudenza, non è infatti necessario un rapporto fisico ma un coinvolgimento emotivo. Alcune sentenze ritengono che si possa equiparare al tradimento anche un atteggiamento in pubblico che dia adito a “dicerie”, tale cioè da ledere la reputazione del proprio coniuge;
  • dovere di convivenza: i coniugi scelgono la propria residenza di comune accordo e solo insieme possono decidere che uno dei due vada a vivere altrove (ad esempio per ragioni di lavoro). Andare via di casa di punto in bianco è un comportamento contrario al matrimonio solo se l’intenzione di chi scappa è quella di non tornare più. In tal caso si parla di «abbandono del tetto coniugale». Ad esempio, dormire una settimana fuori a seguito di un violento litigio non è considerato abbandono proprio perché si tratta di una volontà reversibile al pari di un breve periodo di pausa riflessiva. È invece vietato sbattere la porta di casa dicendo: «Non mi vedrai mai più» e, ovviamente, metterlo in atto;
  • dovere di collaborazione: ogni coniuge deve collaborare con l’altro al fine di mandare avanti la famiglia. Questo non significa che sia il marito che la moglie debbano necessariamente lavorare, ma chi resta a casa deve fare in modo di occuparsi del ménage domestico prestando il proprio contributo alla famiglia e/o ai figli. Si comporterebbe in modo illegittimo l’uomo disoccupato che, invece di cercare un lavoro, sta tutto il giorno al bar con gli amici o gioca a carte dilapidando il patrimonio comune; allo stesso modo è responsabile la donna che, pur non lavorando, passi le ore a fare shopping;
  • dovere di assistenza morale e materiale: ciascun coniuge deve provvedere alle esigenze dell’altro, tanto più qualora questi versi in condizioni di bisogno. Può trattarsi di un bisogno economico (così il marito che lavora deve garantire alla moglie un tenore di vita consono alle sue possibilità economiche, dandole una “paghetta” oppure comprandole direttamente ciò di cui ha necessità) oppure di un bisogno morale (si pensi al coniuge malato al quale è necessario prestare assistenza; così sarebbe condannabile il comportamento del marito che abbandoni la moglie divenuta invalida).

Anche se la legge non lo dice espressamente, il matrimonio si fonda di fatto sull’amore o, meglio, sulla comunione reciproca, sull’affetto, sulla stabilità di sentimenti. Ma il fatto che la legge non abbia imposto l’obbligo di amare il coniuge ha delle implicazioni molto importanti di cui a breve parleremo.

L’addebito: di cosa si tratta?

La violazione dei quattro predetti doveri del matrimonio implica, in caso di separazione e divorzio dei coniugi, il cosiddetto addebito. In pratica, il giudice accerta se uno dei due coniugi ha commesso uno degli illeciti appena elencati e lo dichiara responsabile per la fine dell’unione. Gli attribuisce cioè tutta la colpa. Le conseguenze però non sono né di tipo pecuniario (non scatta cioè un risarcimento del danno o il pagamento di multe e/o sanzioni allo Stato), né penale. Tuttavia, chi subisce l’addebito, ossia viene ritenuto responsabile, non può:

  • chiedere l’assegno di mantenimento qualora il suo reddito sia più basso dell’altro coniuge e non sia in grado di mantenersi da solo;
  • pretendere una quota dell’eredità del coniuge qualora quest’ultimo muoia tra la separazione e il divorzio (diritto che, altrimenti, gli sarebbe spettato).

Facciamo qualche esempio per comprendere meglio come stanno le cose.

Immaginiamo marito e moglie entrambi occupati, il primo però con un reddito di 2mila euro al mese e la seconda con uno stipendio di 500 euro. In caso di separazione senza addebito il marito dovrà versare il mantenimento alla moglie (e, se presenti, anche ai figli). Nel caso però in cui la moglie abbia subito l’addebito per aver violato uno dei doveri del matrimonio, non avrà più diritto al mantenimento (mantenimento che però resta fermo per i figli). Nell’ipotesi in cui l’addebito sia pronunciato a carico del marito, le cose non cambiano: questi infatti – colpevole o non colpevole – ha sempre l’obbligo di versare il mantenimento all’ex moglie atteso il reddito insufficiente di quest’ultima.

Diverso è il caso di un marito disoccupato e di una moglie con un lavoro: in tale ipotesi, se il primo viene scoperto con l’amante o abbandona la casa non ha diritto al mantenimento dalla moglie (essendo a lui imputabile l’addebito, ossia la colpa per la fine del matrimonio); lo otterrà invece se non ha subito un addebito o se l’addebito è stato pronunciato a carico della donna.

Coniuge non più innamorato: quali conseguenze?

Come detto, la legge non indica, tra gli obblighi del matrimonio, il dovere di amare. Lo sottintende; ma, trattandosi di un sentimento emotivo, non può neanche imporlo. È chiaro quindi che, senza amore, verrà meno il matrimonio il che giustifica la richiesta di separazione ma non anche l’addebito. È quindi sempre possibile “disinnamorarsi”, a patto ovviamente che ciò non dipenda dall’inizio di una relazione – sia pure epistolare o platonica – con un’altra persona (nel qual caso saremmo nell’ambito del tradimento). 

Chi dice al coniuge «non ti amo più» può chiedere la separazione senza subire alcuna conseguenza. Per cui restano ferme tutte le altre regole sul mantenimento e sull’assegnazione della casa coniugale.

Tanto per fare un esempio, ritorniamo al caso del marito occupato con uno stipendio molto superiore a quello della moglie. Se quest’ultima dovesse dichiarargli di non essere più innamorata avrebbe comunque diritto al mantenimento e, in presenza di figli in età prescolare, potrebbe rivendicare anche la casa (sempre che i bambini vengano collocati presso di lei). E ciò per la banale considerazione che l’assegnazione del tetto coniugale non è né una sanzione, né una forma di sostentamento al coniuge più debole, ma solo un mezzo per tutelare i figli non autosufficienti, in modo che questi, già provati dalla rottura dell’unione familiare, non abbiano a subire anche ulteriori traumi per la perdita delle abitudini e dell’ambiente domestico in cui sono vissuti.

Dunque una donna può dire all’uomo non ti amo più e poi, sia chiedere il mantenimento, sia obbligarlo ad andare via di casa in presenza di figli.

note

Autore immagine: Pixabay.com 


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI