Flat tax al 7% per rientro pensionati: perché sarà un flop?

18 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Dicembre 2018



Risulterà difficile convincere un anziano a tornare in Italia per avere un regime agevolato ed a lasciare il Portogallo. Dove non paga le tasse per 10 anni.

Sarà una questione puramente climatica? Forse si pensa che gli anziani stanno meglio nelle regioni meridionali perché lì, di solito, fa meno freddo che tra le nevi delle Alpi o nella nebbia della Pianura padana che fa tanto male alle ossa? Risulta complicato pensare ad un altro motivo alla base della decisione di offrire una flat tax al 7% per il rientro dei pensionati che vivono all’estero e che vogliono stabilirsi nel Meridione. Ma perché solo al Sud? Se un 75enne che partito da Bologna vuole tornare a casa, perché non può beneficiare della stessa agevolazione di chi è partito da Trapani e decide di rientrare in Sicilia?

La domanda, per ora, resta senza risposta. Ma potrebbe svelare un clamoroso flop. C’è soltanto la proposta lanciata da un senatore leghista, Alberto Bagnai, attraverso un emendamento alla manovra 2019. Una proposta che consiste nell’offrire una tassazione agevolata (la flat tax del 7%, appunto) a pensionati che un giorno sono emigrati (e non solo per una questione puramente climatica) e che ora lo Stato vorrebbe indietro. Per un motivo molto semplice: meglio che paghino le tasse in Italia anziché in Portogallo, in Spagna o sotto il caldo sole di Santo Domingo.

Così com’è, la proposta del parlamentare del Carroccio suona un po’ discriminatoria e forse non farà piacere a chi è partito dal Centro o dal Nord. Che sono proprio le zone, secondo le statistiche, dove si registra il maggior numero di partenze all’estero. Ma è più probabile che questa flat tax al 7% li lasci del tutto indifferenti e che, quindi, l’iniziativa leghista si riduca ad un flop. Chi oggi si trova con un regime fiscale agevolato in Portogallo a godersi la pensione, perché dovrebbe abbandonare quel Paese, raccogliere di nuovo tutte le sue cose e stabilisti in Italia ma in una Regione lontana da quella in cui abitava prima? Sarebbe più logico, se lo si vuol far rientrare, dargli l’opportunità di tornare a casa. Dove per casa si intende il luogo in cui ha abitato ed ha lasciato i suoi affetti i suoi paesaggi, le sue abitudini.

Vediamo, ad ogni modo, che cosa mette sul piatto il Governo per invogliare i pensionati emigrati a rientrare in Italia e perché questa flat tax al 7% a loro dedicata può rivelarsi un flop.

Flat tax al 7%: cosa prevede la manovra 2019 per i pensionati emigrati?

L’emendamento alla manovra 2019 presentato dal senatore leghista Bagnai prevede una flat tax al 7%, cioè una tassazione agevolata, per quei pensionati che un giorno sono emigrati all’estero e che oggi volessero rientrare in Italia. Ma solo nelle regioni del Sud, ed in particolare in:

  • Sicilia;
  • Calabria;
  • Campania;
  • Basilicata;
  • Abruzzo;
  • Sardegna;
  • Puglia
  • Molise.

Altra condizione per usufruire del regime fiscale agevolato: il pensionato che decide di rientrare dall’estero e stabilirsi in una di queste regioni deve aver vissuto fuori dal Paese durante gli ultimi 5 anni. Inoltre, deve scegliere un Comune del Mezzogiorno con non più di 20mila abitanti.

Qual è l’obiettivo della Lega con questa proposta? Naturalmente, portare più soldi in Italia. E – scusate il gioco di parole – visto che uno degli slogan favoriti del Carroccio è «prima gli italiani», nella manovra 2019 è stato inserito questo emendamento affinché siano proprio i pensionati italiani che ora si trovano all’estero a fare la loro parte per rimpolpare le casse dello Stato. Lo scopo, diciamo così, più ufficiale è quello di raccogliere i soldi che servono per aprire nuovi poli universitari al Sud. Pagati dai pensionati che oggi hanno delle condizioni vantaggiose all’estero.

Flat tax al 7%: perché si prevede un flop?

Di motivi per pensare che la proposta di flat tax al 7% per i pensionati emigrati che volessero rientrare in Italia e trasferire la residenza al Sud può rivelarsi un flop ce ne sono, almeno, un paio.

Il primo, l’abbiamo accennato all’inizio. Si suppone che chi è andato in pensione e si è trasferito all’estero abbia, mediamente, attorno al 65 anni. Ora che in Italia si smette di lavorare, ora che tiri su baracca e burattini, ti trovi un posto dove andare e ti trasferisci, raggiungi pressappoco quell’età. Ora, l’emendamento alla manovra chiede un minimo di 5 anni di residenza all’estero per poter tornare in Italia ed usufruire dell’agevolazione. E ci mettiamo già in una settantina d’anni, poco più o poco meno. Se ad un siciliano, ad un pugliese, ad un calabrese offrissero delle condizioni migliori di quelle che attualmente ha in un Paese straniero per tornare nella sua casa, nella sua terra, con i suoi affetti, probabilmente ci penserebbe sul seri.

Il problema sarà convincere un milanese, un torinese, un padovano o un bolognese. Perché devono lasciare una sistemazione anche fiscalmente conveniente per tornare in Italia e cercarsi una nuova vita in Sicilia a 70 anni? Per carità, il Sud di questo Paese è talmente bello che qualcuno potrebbe farci un pensierino. Ma se un pensionato del Nord ha intenzione di lasciare tutto quello che ha (inteso come amici, parenti, casa e tutto il resto) ed è attirato dalle bellezze del Sud, sicuramente l’avrebbe fatto prima. Avrebbe scelto, cioè, il nostro Meridione anziché l’Algarve, Fuerteventura o le coste dei Caraibi.

E uno può pensare: probabilmente è stato calcolato che la maggior parte dei pensionati emigrati sono del Sud. I numeri, purtroppo, dicono il contrario. La maggior parte delle uscite dall’Italia si sono registrate in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Solo dopo troviamo Sicilia e Puglia. Benefici solo per questi ultimi e non per i primi? Manderebbero all’aria il principio di uguaglianza.

Secondo motivo: perché un pensionato deve lasciare un Paese dove paga zero tasse per diversi anni e trasferirsi in un altro – l’Italia, appunto – per pagare il 7% di quello che possiede? Mettiamo il caso del Portogallo. I pensionati italiani che si trasferiscono a Lisbona e dintorni non pagano un solo centesimo di tasse per 10 anni. In Spagna, invece, i nostri pensionati hanno l’opportunità di rilassarsi pagando un’aliquota massima del 22,5% per un assegno che supera i 60mila euro l’anno. Per lo stesso trattamento economico, in Italia si paga un’aliquota di almeno il 41%. Ci si avvicina al doppio, insomma. Tenuto conto che il costo della vita è molto inferiore, ad esempio, nelle Canarie rispetto all’Italia, quel circa 20% di differenza tra le due aliquote aumenta inevitabilmente ed i vantaggi per chi si trasferisce a Lanzarote piuttosto che a Tenerife non compenserebbero un ritorno in patria.

E poi c’è una lunga lista di Paesi anche extraeuropei in cui il regime fiscale conviene eccome. Frutto di un accordo tra questi Stati e l’Italia, in virtù del quale non viene applicata la doppia tassazione. I pensionati, dunque, beneficiano da quella in vigore nel luogo in cui risiedono. E se economicamente conviene, perché tornare indietro a 70 anni? Perché ricominciare dall’inizio nel posto in cui lo Stato italiano mi obbliga a vivere per beneficiare – forse – di una miglior tassazione?

Ultimo ma non ultimo: visto che spostare una casa, soprattutto per un anziano, non è una passeggiata, per quanto tempo durerà – nel caso venga approvata – questa flat tax del 7%? Non è che uno ci pensa davvero e dopo due o tre anni gli tocca emigrare di nuovo o mangiarsi le mani per essere tornato?


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1 Commento

  1. Carlos Arija Garcia,
    dove è scritto, nella gazzetta ufficiale, quello che Lei ha commentato.
    Quello che ho letto io si riferisce ai pensionati che percepiscono pensioni estere e non pensionati Italiani che si sono trasferiti all’estero.
    Concordo che è un flop, anche come attrattiva per i pensionati Italiani o Stranieri con pensioni erogate da stati esteri.
    Saluti, Salvatore Vito Saccone

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