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Processi troppo lunghi: come ottenere il risarcimento

17 Gennaio 2019


Processi troppo lunghi: come ottenere il risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Gennaio 2019



Il diritto alla ragionevole durata del processo e le tutele garantite dal nostro ordinamento in caso di giudizi eccessivamente lunghi.

Dopo esser stato vittima di un incidente stradale, ti sei rivolto al giudice per ottenere il risarcimento per le lesioni subite ed i danni causati al tuo veicolo. Il processo civile, tuttavia, non ha avuto la durata che ti aspettavi ed hai ottenuto una sentenza solo dopo ben otto anni.  Ti chiedi in caso di processi troppo lunghi: come ottenere il risarcimento? Se il processo si protrae per un periodo di tempo eccessivamente lungo puoi presentare ricorso per equa riparazione in base a quanto previsto dalla cosiddetta Legge Pinto [1]. Con tale ricorso è possibile ottenere il risarcimento sia dei danni patrimoniali (ad esempio le ingenti spese sostenute nel corso degli anni), sia di quelli non patrimoniali (ossia di quelli che riguardano la sfera psichica del soggetto, come ad esempio i dolori, i patemi d’animo, le paure che un evento può determinare): nel caso di durata eccessiva di un processo i danni non patrimoniali si ritengono sussistenti a causa dello stato di ansia perdurante che l’esistenza di un giudizio ingenera nelle parti coinvolte.

Il diritto alla ragionevole durata del processo

E’ cosa nota: il principale problema della giustizia italiana è la lentezza dei processi.

Sia la Costituzione [2] che le norme internazionali e, precisamente, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (cosiddetta Cedu) [3] e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (meglio nota come Carta di Nizza) [4] menzionano, quale diritto fondamentale dell’individuo, quello alla celebrazione di un giusto processo.

Un processo si può definire “giusto” quando è ispirato a principi quali: la terzietà ed imparzialità del giudice, la parità delle parti, la tutela del contraddittorio anche nel momento di formazione della prova, la ragionevole durata del processo.

Se un processo ha una durata eccessiva, può portare a conseguenze paradossali, aggravando la posizione di chi si rivolge ad un giudice per ottenere tutela.

Come affermato anche dalla Corte Costituzionale, la durata del processo deve garantire il diritto delle parti di agire e difendersi in giudizio.

Talvolta è la natura stessa dei giudizi a richiedere un processo più complesso: si pensi all’ipotesi in cui, ad esempio, la raccolta di elementi probatori (come testimonianze, perizie, consulenze, documentazione) necessiti di più udienze; può altresì verificarsi che la questione posta all’attenzione del giudice richieda un esame più approfondito, per il quale serve un numero maggiore di udienze.

Come fare a capire quando un processo può dirsi effettivamente troppo lungo?

Il legislatore ha stabilito che per il primo grado di giudizio si reputano ragionevoli tre anni, per il secondo grado due anni e per il giudizio in Cassazione un anno [5].

La legge prevede termini diversi, poi, per procedimenti particolari:

  • i giudizi di esecuzione forzata (ossia i giudizi cui fa ricorso il creditore per ottenere quanto dovuto dal debitore che non adempie spontaneamente al suo obbligo) si considerano di durata ragionevole se contenuti nel termine di tre anni;
  •  le procedure concorsuali (come ad esempio il fallimento) si considerano di durata ragionevole se contenute nel termine di sei anni;

In ogni caso la legge precisa che il termine “ragionevole” si ritiene rispettato se il giudizio definitivo e irrevocabile giunge nel termine massimo di sei anni [6]; per giudizio definitivo ed irrevocabile s’intende quello che si è concluso con una sentenza avverso la quale non è più possibile proporre impugnazione: con riferimento al giudizio di primo grado, ad esempio, esso potrà dirsi definitivo ed irrevocabile se nessuna delle parti proporrà appello.

Come si calcola la durata del processo?

Per calcolare la durata del processo si utilizzano criteri diversi a seconda che si tratti di un procedimento civile o penale:

  •  nel caso di un processo civile il termine decorre dal deposito del ricorso introduttivo o dalla notifica dell’atto di citazione;
  •  nel caso di un processo penale la decorrenza si ha da quando l’indagato viene a conoscenza del procedimento penale a suo carico mediante un atto dell’autorità giudiziaria (ad esempio nel momento in cui si viene convocati per rendere interrogatorio).

Nel calcolare la durata del processo bisogna tener conto anche del dispendio di tempo cagionato dalle richieste di rinvio delle parti, che dovrà essere sottratto alla durata complessiva dello stesso. Se ad esempio il processo è durato otto anni, ma la parte ha chiesto un rinvio che ha fatto sì che la successiva udienza si tenesse a distanza di cinque mesi, al periodo complessivo di otto anni dovranno essere sottratti cinque mesi.

Al riguardo la giurisprudenza ha affermato che per stabilire se c’è stata un’irragionevole durata del processo e, quindi, concedere il relativo risarcimento, bisogna tener conto anche dei rinvii influenzati dalle scelte processuali della parte [7]. Ciò significa che il giudice dovrà valutare quali rinvii sono richiesti al fine di poter approntare una difesa effettivamente adeguata e quali, invece, hanno finalità solo dilatorie, ossia sono funzionali a ritardare soltanto la decisione del giudice (si pensi all’ipotesi in cui si faccia ricorso a continue richieste di rinvio solo per ottenere la prescrizione).

La Corte di Cassazione ha affrontato anche la questione particolare della richiesta di rinvio per astensione da parte dell’avvocato (l’astensione dalle udienze costituisce per gli avvocati l’esercizio del diritto di sciopero): chiarisce la Suprema Corte che il rinvio che consegue all’astensione dei difensori dall’attività di udienza non può essere imputato all’organizzazione dell’ufficio giudiziario, ma ad una scelta consapevole del difensore e, per tale ragione, nel computo della durata del processo dovrà essere detratto il periodo di tempo compreso tra la data dell’astensione e la successiva udienza [8].

Nell’esempio fatto in premessa, dunque, il momento a partire dal quale si può computare la durata del processo, per verificare se è stata o meno eccessiva, è quello in cui hai notificato l’atto di citazione alla tua controparte; il momento finale è quello del passaggio in giudicato della sentenza. Se in questo arco temporale c’è stato un rinvio perché il tuo difensore si è astenuto e la nuova udienza è stata fissata a distanza di due mesi, al computo totale della durata del processo dovrai sottrarre tale periodo di tempo.

L’equa riparazione per l’eccessiva durata del procedimento

I rimedi preventivi

La Legge di stabilità del 2016, con la quale è stato modificato il testo originario della Legge Pinto, ha introdotto i cosiddetti «rimedi preventivi». Il legislatore ha previsto degli strumenti processuali grazie ai quali è possibile “accelerare” i tempi del giudizio ed evitare che lo stesso si protragga per un periodo di tempo eccessivo.

Tali rimedi sono previsti a pena di inammissibilità della domanda di equa riparazione: ciò significa che se nel corso del giudizio la parte non fa ricorso a tali “strumenti”, allora non potrà chiedere il risarcimento per l’eccessiva durata.

Bisogna precisare che si tratta di richieste sulle quali il giudice competente provvede con discrezionalità: ciò significa che il giudice valuterà se accoglierle o meno, ma non ha alcun obbligo.

Tali rimedi preventivi si differenziano a seconda del tipo di processo:

  • nel processo civile il rimedio preventivo è costituito dal processo sommario: si tratta di una forma di giudizio più “snello” e semplificato in cui, ad esempio, i fatti oggetto della causa possono essere provati tramite documentazione. Il legislatore ha previsto che, se non si è proposta tale forma di giudizio sin dall’inizio, si può chiedere la trasformazione del rito ordinario in rito sommario; se ciò non è possibile (perché ad esempio si tratta di un giudizio avente ad oggetto questioni di rapporti di lavoro per i quali il processo sommario non è ammesso) allora si può chiedere che la causa venga decisa a seguito di discussione orale, accelerando in tal modo il procedimento. E’ necessario preavvisare che tali richieste – sia il mutamento del rito che la richiesta di decisione – devono essere presentate entro un termine preciso, ossia sei mesi prima che spiri il termine di ragionevole durata del processo (che per il primo grado è di tre anni) [9];
  • nel processo penale il rimedio preventivo è rappresentato dall’istanza di accelerazione da presentare almeno sei mesi prima della scadenza del termine di durata ragionevole [10];
  • nel processo amministrativo il rimedio preventivo consiste nella presentazione di un’istanza con la quale segnalare l’urgenza del ricorso [11];
  • per quanto riguarda i processi contabili e pensionistici davanti alla Corte dei Conti e alla Corte di Cassazione, il legislatore ha previsto il rimedio preventivo dell’istanza di accelerazione presentata rispettivamente sei mesi o almeno due mesi prima della scadenza del termine di ragionevole durata [12].

La procedura

Ai sensi della Legge Pinto, quindi, assistito da un difensore munito di procura speciale, puoi presentare ricorso per equa riparazione.

Il ricorso va presentato al presidente della Corte d’Appello del distretto in cui ha sede il giudice innanzi al quale si è svolto il primo grado del processo.

Il ricorso deve essere presentato entro un termine stabilito a pena di decadenza (ciò significa che, decorso inutilmente il termine, il ricorso non potrà più essere proposto): tale termine è di sei mesi dal momento in cui la sentenza è passata in giudicato, ossia è diventata definitiva.

Al riguardo occorre tuttavia precisare che di recente la Corte costituzionale, con un’importante pronuncia, ha chiarito che la domanda di equa riparazione può essere proposta anche in corso di procedimento. Secondo la Corte, infatti, escludere la possibilità di avanzare domanda di equa riparazione anche nel corso del procedimento non consente di garantire una tutela effettiva alla parte che subisce l’eccessiva durata del processo; precisa la Corte che non sempre il ricorso al cosiddetti rimedi preventivi garantisce una concreta accelerazione del giudizio, poiché si tratta sempre e comunque di richieste sulle quali il giudice competente provvede con discrezionalità (ciò significa che ha la facoltà di accelerare il giudizio, ma non un obbligo) [13].

Il ricorso deve essere dettagliato e consentire la verifica dei ritardi subiti; a tal fine alla domanda vanno allegati, in copia autentica, gli atti relativi al giudizio: bisognerà quindi produrre l’atto di citazione, le memorie depositate nel corso del giudizio, i verbali di causa, i provvedimenti del giudice e, infine, il provvedimento che ha concluso la causa divenuto definitivo.

Una volta depositato il ricorso, il Presidente della Corte d’Appello o un magistrato appositamente designato a tal fine adotterà una decisione in merito all’accoglimento o meno della domanda risarcitoria nel termine di trenta giorni ed emetterà un decreto motivato. Si tratta di un provvedimento con il quale si ordina alla controparte di pagare la somma ritenuta adeguata e liquidata al ricorrente. Il decreto, unitamente al ricorso, dovrò essere notificato alla controparte entro trenta giorni dal deposito dello stesso in cancelleria.

Ma chi è la controparte nel giudizio per equa riparazione? Poiché quello che stai chiedendo è un risarcimento allo Stato per via dell’eccessiva durata del processo, controparte è il ministro della Giustizia, rappresentato in giudizio dall’Avvocatura dello Stato.

Nel caso in cui il ricorso venga respinto in tutto o in parte, la domanda non può più essere ripresentata, ma è possibile proporre opposizione dinanzi alla stessa Corte d’Appello nel termine di trenta giorni dalla comunicazione o dalla notificazione del provvedimento [14].

Bisogna precisare che la Legge di stabilità del duemilasedici, oltre i rimedi preventivi di cui si è trattato sopra, ha previsto anche altre importanti modifiche al testo di legge originario e cioè:

  • l’indennizzo non può essere concesso alla parte che, nel processo la cui durata è stata ritenuta eccessiva, è stata condannata per lite temeraria o che comunque sia consapevole dell’infondatezza originaria o sopravvenuta della sua posizione: il risarcimento non è dovuto, quindi, se hai iniziato una causa essendo consapevole di essere in torto [15];
  • sono state introdotte ipotesi di presunzione di insussistenza del danno: si tratta dei casi di prescrizione del reato di cui benefici l’imputato, di contumacia della parte, di estinzione del processo civile o amministrativo, di irrisorietà della pretesa o del valore della causa; in tali ipotesi  il ricorrente dovrà provare l’effettivo pregiudizio subito al fine di ottenere l’indennizzo richiesto [16];
  • sono state rideterminate le somme erogabili a titolo di indennizzo.

A quanto può ammontare l’equa riparazione?

Hai depositato il ricorso per equa riparazione e sei in attesa della decisione della Corte d’Appello; ti chiedi, a questo punto, quale somma ti potrà essere liquidata.

L’indennizzo può essere di ammontare non inferiore a quattrocento euro e non superiore a ottocento euro per ciascun anno o frazione di anno superiore a sei mesi in cui il processo ha ecceduto la ragionevole durata [17].

Tali cifre, tuttavia, possono essere aumentate nei casi in cui il ritardo si sia eccessivamente prolungato, potendo la somma liquidata essere in tali ipotesi aumentata sino al venti per cento per gli anni successivi al terzo e sino al quaranta per cento per gli anni successivi al settimo.

L’importo liquidato, tuttavia, non potrà superare il valore della causa o quello del diritto accertato dal giudice se inferiore.

Quali sono i costi del ricorso? 

Proporre un ricorso per equa riparazione naturalmente comporta dei costi.

Come già accennato nei paragrafi precedenti, il legislatore ha previsto l’obbligo di depositare insieme al ricorso le copie conformi degli atti del giudizio. Per ottenere tali copie è necessario corrispondere i diritti di copia che variano a seconda del numero di pagine per le quali si chiede la conformità e che sono stabilite in tabelle ministeriali [18]. Il costo, quindi, può variare di molto a seconda della mole di atti da allegare al ricorso.

Bisogna inoltre considerare la parcella dell’avvocato che ti assiste: i costi per il patrocinio per l’ottenimento dell’equo indennizzo sono stabiliti dalle tabelle forensi e dipendono dal valore della controversia oggetto del processo e dalla complessità della stessa [19].

note

[1] L. n. 89 del 24.03.2001.

[2] Art. 111 Cost.

[3] Art 6 Cedu.

[4] Art. 47 co. 2 Carta di Nizza.

[5] Art. 2 co. 2 bis L. n. 89 del 24.03.2001.

[6] Art. 2 co. 2 ter L. n. 89 del 24.03.2001.

[7] Cass. civ. sez. I n. 7550 del 29.03.2010.

[8] Cass. civ. sez. VI sent. n. 18118 del 15.09.2015.

[9] Art. 281 sexies cod. proc. civ.

[10] Art 1 ter co. 2 L. n. 89 del 24.03.2001.

[11] Art 1 ter co. 3 L. n. 89 del 24.03.2001.

[12] Art 1 ter co. 4 e 5 L. n. 89 del 24.03.2001.

[13] Corte cost. sent. n. 88 del 26/04/2018.

[14] Art. 5 ter L. n. 89 del 24.03.2001.

[15] Art. 2 co. 2-quinquies L. n. 89 del 24.03.2001.

[16] Art. 2 co. 2 sexies L. n. 89 del 24.03.2001.

[17] Art. 2-bis co. 1 L. n. 89 del 24.03.2001.

[18] Decreto del ministero della Giustizia del 4.07.2018.

[19] Decreto del Ministero della Giustizia n. 55/2014 come modificato dal Decreto del Ministero della Giustizia n. 37/2018


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