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Dipendenti iscritti all’albo: tassa a carico della P.A.

14 Novembre 2017 | Autore:
Dipendenti iscritti all’albo: tassa a carico della P.A.

La tassa di iscrizione all’albo, per un dipendente deve gravare sul datore di lavoro e se anticipata dal dipendente deve essere rimborsata

La questione dei dipendenti pubblici iscritti ad un albo professionale costretti a pagare la tassa di iscrizione al proprio ordine ha suscitato e suscita molte critiche e dure prese di posizione. Il problema essenzialmente ruota intorno al fatto che l’ente pubblico, ossia il datore di lavoro, è l’unico beneficiario della prestazione lavorativa del professionista e pertanto dovrebbe sostenere il costo della tassa annuale di iscrizione.

Tassa all’albo: l’intervento della Cassazione

La questione è stata recentemente affrontata dalla Corte di Cassazione [1] in relazione alla professione forense, ma il principio non può non ritenersi valido per tutte le professioni. La Corte, in particolare, ha stabilito che se l’iscrizione all’albo è presupposto indefettibile per l’esercizio della professione e se sussiste il vincolo di esclusività per cui l’ente pubblico è l’unico beneficiario della prestazione resa dal professionista, allora l’onere economico di pagare la relativa tassa deve gravare sul datore di lavoro. Nel ragionamento della Suprema Corte il riferimento è al contratto di mandato [2] a mente del quale «il mandante è obbligato a tenere indenne il mandatario da ogni diminuzione patrimoniale che questi abbia subito in conseguenza dell’incarico, fornendogli i mezzi patrimoniali necessari». Per cui il pagamento della tassa deve gravare sul datore di lavoro e, se viene anticipato dal lavoratore, deve essere rimborsato dall’ente medesimo in base al principio generale applicabile anche nell’esecuzione del contratto di mandato.

Tassa all’albo: l’orientamento della Corte dei conti

Di contrario avviso è la magistratura contabile, come risulta da diverse pronunce emesse in sede di controllo [3], secondo le quali è ad esclusivo carico del dipendente il pagamento dell’iscrizione annuale all’albo. La Corte dei conti fonda le proprie conclusioni su due argomenti:

  • l’iscrizione ad un albo professionale, anche ove fosse necessaria per lo svolgimento dell’attività svolta dal dipendente per l’ente, non può ritenersi effettuata nell’esclusivo interesse del datore di lavoro, poiché arreca anche benefici diretti nella sfera del dipendente;
  • il principio espresso dalla legge [4] secondo cui l’attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi o, alle condizioni previste, mediante contratti individuali.

Conseguenza di questi principi è, secondo i giudici contabili, che l’eventuale rimborso al dipendente delle spese di iscrizione all’albo si traduce in un onere finanziario ingiustificato, privo di fondamento normativo e, perciò, tale da integrare una possibile ipotesi di danno erariale.

Tassa all’albo: la situazione degli altri professionisti

All’indomani della sentenza della Corte di Cassazione, molti professionisti si sono rivolti al proprio ente di appartenenza ed hanno richiesto il rimborso di quanto pagato nei 10 anni precedenti (attesa la prescrizione decennale).  Ma non per tutti gli ordini e le categorie professionali gli esiti sono stati i medesimi. Ad esempio, il Tribunale di Milano [5], ha recentemente respinto la domanda di una infermiera dipendente di una struttura pubblica e ha fondato il suo rigetto sulla considerazione che per gli infermieri non vige un divieto assoluto di svolgere attività in favore di terzi (come esiste per gli avvocati). Infatti, gli infermieri, anche dipendenti pubblici a tempo pieno, possono svolgere attività professionale esterna previa autorizzazione dell’ente di appartenenza, subordinata all’assenza di conflitto di interessi.

Per i progettisti dipendenti di un ente pubblico, al quesito ha dato risposta il Consiglio dell’ordine degli ingegneri [6] che ha stabilito che in tutti i casi in cui l’iscrizione al proprio ordine professionale non costituisca un requisito professionale necessario per svolgere il rapporto di lavoro con l’ente di appartenenza (perché è sufficiente l’abilitazione) allora viene meno la condizione per esigere il rimborso della quota di iscrizione eventualmente pagata dall’interessato. Al contrario, nei casi in cui oltre all’abilitazione sia necessaria anche l’iscrizione all’ordine, allora vi può essere uno spazio per rivendicare il rimborso della quota annuale di iscrizione.

Il Ministero dell’Economia in una nota inviata al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti sociali [7] ha escluso la sussistenza di un diritto al rimborso sulla considerazione che per gli assistenti sociali dipendenti di un ente pubblico l’iscrizione all’ordine non avviene in un elenco speciale come quello in cui sono confinati gli avvocati degli enti pubblici, per cui mancando tale presupposto mancherebbe anche l’applicazione analogica del diritto a rimborso.

La confusione applicativa, gli interventi degli ordini, la giurisprudenza ondivaga sono purtroppo il frutto di una mancanza di attenzione al problema in sede di contrattazione collettiva, sebbene poi in concreto si tratti di una questione di ridotta incidenza economica e da risolvere proprio nella sede contrattuale.


note

[1] Corte di Cassazione, sent. n. 7776 del 16.04.2015.

[2] art. 1719 Cod. Civ.

[3] Corte dei Conti, Sez. Reg. Puglia, deliberazione n. 29/2008

[4] art. 2, co. 3, del Dlgs 30 marzo 2001, n. 165.

[5] Trib. Milano, sent. n. 1161 dell’11.05.2016.

[6] Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare n. 6340 del 21.10.2015.

Autore immagine: Pixabay.com

[7] Ministero dell’Economia e delle Finanze, dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, nota prot. 45685 del 20.05.2016.


3 Commenti

  1. Di fatto l’orientamento prevalente sembra essere che l’onere dell’iscrizione e di quanto ad esso connesso sia a carico del lavoratore.

    A parte il giudizio che si può avere sugli ordini professionali in se, l’obbligo di appartenenza all’albo per chi esercita ESCLUSIVAMENTE per la Pubblica Amministrazione appare ingiusta perché comporta un aggravio economico (tassa di iscrizione, formazione, contributi previdenziali aggiuntivi) senza reale esercizio della libera professione e una duplicazione degli obblighi cui il dipendente pubblico è già sottoposto.

    Per questo è stata preparata una petizione che mette in luce questa assurdità e chiede una revisione dell’intero assetto normativo

    1. In definitiva… avete avuto una risposta in merito a questa assurdità?
      C’è qualche via d’uscita per i pubblici dipendenti?

      1. Ciao Antonio, nella mia esperienza, anche parlando con colleghi, la maggior parte delle amministrazioni risponde che non può agire ignorando la normativa. In altre parole, anche se assurdo, occorre adeguarsi.
        L’unica possibilità è quella di fare pressioni affinché la norma venga rivista. Personalmente ho promosso una petizione al riguardo (cerca su “abolizione albo dipendenti” su change.org) anche se per il momento l’adesione è bassina.

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