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Il testimone di giustizia di Don Puglisi denuncia lo Stato: Giuseppe Carini rivela il suo volto

25 Marzo 2013 | Autore:
Il testimone di giustizia di Don Puglisi denuncia lo Stato: Giuseppe Carini rivela il suo volto

“I testimoni di giustizia sono stati sottoposti ad un vero e proprio linciaggio psicologico che vedeva nella Commissione Centrale il maggior artefice. Il ministero dell’Interno ha cercato in tutti i modi di scaricare testimoni e collaboratori”. Sono le parole di uno dei più importanti testimoni di giustizia, Giuseppe Carini, depositario di numerosi segreti.

Grazie alla sua testimonianza, lo Stato era riuscito ad arrestare i killer di Don Puglisi, il parroco di Brancaccio. Ora quello stesso Stato che avrebbe dovuto proteggerlo, ha invece deciso di revocargli la scorta: così, per protesta, Giuseppe Carini, uno dei più importanti testimoni di giustizia nelle inchieste contro la mafia, ha deciso di rivelare il proprio volto. Lo fa dopo 18 anni di fughe e di nascondigli, rilasciando due interviste a dei media locali.

“È assurdo che, in un Paese come l’Italia, l’ex latitante diventato poi collaboratore di giustizia viene protetto mentre noi testimoni di giustizia veniamo abbandonati” ha detto Carini, ricordando a tutti la differenza tra collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti) e testimoni di giustizia come lui (gente che si è trovata, suo malgrado, ad assistere a un crimine e ha deciso di denunciarlo alle autorità, con ciò sacrificando la propria vita alle istituzioni, sottoponendosi a programmi di protezione totalmente fallimentari).

Ho conosciuto personalmente Giuseppe. È un uomo dotato di una grande umanità e di una incrollabile fede. Se ognuno di noi avesse almeno la metà del senso di giustizia di Giuseppe, questo Paese avrebbe risolto gran parte dei problemi legati alla sua inciviltà.

Ho avuto il privilegio di conoscerlo in occasione della redazione del mio libro dedicato ai testimoni di giustizia italiani, “Tra l’incudine e il martello” (Pellegrini Ed., 2010). Grazie all’intervista che mi ha rilasciato Giuseppe – che ho anche avuto il piacere di ospitare a Cosenza, nel corso di un incontro con i testimoni di giustizia – ho potuto scrivere il capitolo sulla sua vita. Che oggi, in suo omaggio, riporto qui di seguito a beneficio di tutti i lettori di “La Legge per Tutti”, quale esempio di una vita dai valori incrollabili. Come dovrebbe essere quella di ognuno di noi…

Barricate a Brancaccio: padre Puglisi e Giuseppe Carini

1. Brancaccio, XII quartiere, rione maledetto. A metà tra l’Italia e il Medio oriente. Il volto di Palermo indeciso, tra storia, fabbriche, case abbandonate e lavori in corso. Le processioni per strada la domenica.

Negli anni ’80, Cosa nostra lo sceglie come roccaforte. È il tempo dei Corleonesi e delle vendette trasversali. Il clan, per strappare il potere alle storiche famiglie, si fa avanti a furia di stragi. La gente ha paura. Si chiude in casa. La quiete ha un suono, si chiama terrore.

Molti uomini d’onore hanno messo casa e bottega nello storico quartiere arabo situato nella parte orientale del capoluogo. C’è il coprifuoco, l’odore della polvere da sparo si spande ovunque: da piazza Scaffa a piazza dei Signori e, ancora più su, per la via Conte Federico, sino a Ciaculli e Croceverde-Giardini.

Un giorno – è il 1983 – ci costruiscono una stazione di polizia. Ventiquattro ore prima dell’inaugurazione l’edificio salta in aria.

Restare in disparte è impossibile. A cadere sotto la pioggia di piombo sono circa centocinquanta persone, soprattutto mafiosi.

È strategico, Brancaccio: si trova all’ingresso della città, dove sboccano le autostrade da Messina e Catania. In periferia, ma a solo tre chilometri dal Municipio.

L’entrata e l’uscita dal quartiere sono presidiate da due passaggi a livello che lo isolano dal resto della Sicilia. Così, se la sbarra è orizzontale, si può aspettare anche dieci minuti prima di passare. Metafora di un ponte levatoio, che fa entrare solo chi e quando decide il controllore.

Ci sono lattine, scatole di cartone, vetri rotti, giornali con bandi di concorso. Una siringa. Non c’è verde, gli alberi sono scappati ed al posto loro non è stata piantata neanche la segnaletica stradale. Gli unici pali verticali sono quattro stanghe di legno, al di là dell’asfalto, conficcate su uno sterrato di fango ed ortiche, che per i ragazzi si chiamano porte. Tra i palloni che sfuggono sui cofani delle macchine e gli allarmi che suonano impazziti, qualcuno può intuire un gioco simile al calcio.

Le macchine passano di rado e quando lo fanno sembra che passeggino sul corso, lente e indolenti. C’è una fermata ed un pullman; quando arriva, carica cento persone in una volta, esplode e poi le abbandona lontano, portando quei deportati verso un’altra faccia della città. Contrabbando di uomini.

Un uomo è disteso su una panchina. Due labbra viola, secche ed erose da qualcosa che sembra una malattia, che è malattia di vivere.

In periferia sono ambienti naturali. Ma qui è molto peggio.

Si fa prima a dire il poco che c’è, di Brancaccio. Perché tutto il resto manca [1].

Il quartiere diventa il più fertile terreno di reclutamento della mafia. Ed in questo angolo di mondo, tra miseria e violenza, ambizione e voglia di riscatto, non è difficile trovare nuove leve. Cosa nostra sceglie i ragazzi migliori. È la mafia che riproduce se stessa, usando le più subdole delle sue seduzioni: soldi e rispetto.

In questa giostra di carne, opera un uomo qualsiasi che solo per caso ha scelto di far parte del clero. Figlio di un calzolaio, auto di terza mano, scarpe risuolate, senza un conto in banca. Vive in una casa popolare in affitto piena di libri. Sorride. Si chiama padre Puglisi, ma i ragazzi del posto lo chiamano 3P [2], come la sigla di un rapper. Ha lo sguardo dolce e la voce mite. È piccolo, minuto. Ha quasi tutto il cranio scoperto.

Lui sa che significa la faida. L’ha vista in faccia a Godrano, tra famiglie. È rimasto lì fino al 1978, dove – dicono – è riuscito a riconciliare le famiglie grazie alla forza del perdono. Poi lo spostano nella periferia orientale della città, lo “Scaricatore”, dove continua le sue battaglie sociali. Ma quando, nel 1990, il cardinale Pappalardo gli comunica che deve tornare nel quartiere dove è nato, Brancaccio, a fare il parroco a San Gaetano, là dove nessun altro prete vuole andare, ha già compreso tutto il senso della sua missione.

“Il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e

disgraziata non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione,

ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti

e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito

la bellezza del fresco profumo di libertà, che fa rifiutare il puzzo del

compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi

della complicità”. È il pensiero di Paolo Borsellino, evidentemente condiviso da padre Puglisi, che impegna tutto se stesso nello smuovere le coscienze del popolo.

Quando arriva a Brancaccio, Puglisi ha cinquantatre anni. Non viene con l’intenzione di creare una rivolta popolare, non vuole combattere la mafia sul suo stesso campo. È convinto piuttosto che si debba dare al popolo un’alternativa, un nuovo esempio. Alla fine,ogni mondo ha bisogno di un suo eroe.

La battaglia del parroco comincia a monte, dopo aver compreso le cause del malessere. Povertà e degrado sono i veri nemici. Nel tentativo di cucire le lacerazioni sociali dalle quali ha origine il male, lui si batte per una scuola media, che a Brancaccio manca, e per la chiusura degli scantinati di via Hazon, ricettacolo di affari illeciti e rifugio dei proventi criminali. Se la prende con il Consiglio di quartiere; non tollera il fatto che, in una zona ad alto disagio sociale, si spendano tanti soldi in feste folcloristiche.

Le istituzioni lo lasciano solo. Per trovare fondi, 3P si rimette alla beneficienza. Si reca persino da Gianni Jenna, il costruttore ritenuto prestanome dei Graviano. A lui chiede un sostegno per la ristrutturazione dei locali del centro di accoglienza. L’imprenditore, per tutta risposta, gli chiede cosa lui sia disposto a dare in cambio di quei mattoni. Il parroco gli ribatte: «Non abbiamo più bisogno di nulla, grazie!» ed esce dalla sontuosa villa dell’imprenditore.

Sa, il don Bosco di Palermo, che non si nasce mafiosi; mafiosi si diventa. Così scende in strada, raccoglie i ragazzi e li porta a sé. Non prende solo i migliori o più scaltri, come invece fa la mafia. Lui li vuole tutti.

E, come il male, anche il bene partorisce i suoi figli. Quello di don Puglisi si chiama Giuseppe Carini, un giovane che il parroco strappa alle tentazioni prima che queste si trasformino in convinzioni.

2. Giuseppe Carini nasce a Brancaccio. Da bambino si diverte con gli amici a rubare i tappi degli pneumatici tra le auto parcheggiate.

Ometti con lo sguardo già corroso e i lividi in faccia; è la fame, che quando prende a pugni lascia segni veri. Giocano a guardia e ladri con i sassi, le fionde e le pistole ad aria compressa, ma nessuno vuol mai fare lo sbirro. Così finiscono per litigare. Un triste presagio di quella che sarebbe stata la vita per molti di loro. Poi, tutti sudati, se ne vanno, ciascuno col suo bel mazuddu [3], squisito risultato del matrimonio tra terra e mare.

Il piccolo Carini cresce in un mondo dove tutto, persino l’aria, ha l’odore di mafia. La vita stessa nasce e si sviluppa, per molte famiglie, dai frutti di quel sistema. Ci sono uomini che si accollano anni di carcere per omicidi che non hanno mai commesso. Le loro bocche si serrano ai nomi dei veri responsabili, pagando un’ingiusta pena per conto di altri. Con la soddisfazione che, per quegli interminabili anni dietro le sbarre, godranno poi del rispetto collettivo.

Non è ancora maggiorenne e Giuseppe già desidera entrare in quel mondo di promesse e menzogne. Brancaccio è allora un serbatoio di voti per la Democrazia Cristiana. Sul finire degli anni ’80, esponenti di Cosa nostra confidano al ragazzo che, alle successive elezioni, tutti avrebbero dovuto votare per il PSI. Ancor oggi Giuseppe ricorda un incontro con un noto esponente del partito socialista, venuto a promettere la libertà per i detenuti del maxiprocesso. Visto che tutti sono uguali ‘davanti’ alla legge, qualcuno aveva pensato bene di mettersi di dietro.

Giuseppe è figlio di un ferrotranviere, uomo onestissimo e perciò, in quella realtà, sconfitto e sottomesso. Lo zio materno invece ha abbracciato la carriera opposta e quindi, in quella realtà, uomo d’onore.

Per il ragazzo si profilano due percorsi alternativi. Una scelta non troppo difficile, se un giorno non avesse incontrato padre Puglisi. Il parrino [4] intuisce le potenzialità del giovane, vede il conflitto che si consuma dentro di lui. Non gli parla apertamente, nessuna predica; si limita a guardarlo. Qualche volta fa una battuta e così gli fa comprendere tante cose. Un giorno gli chiede di occuparsi dei bambini del quartiere, di farli giocare a pallone. Non si può dire di no ad un prete, ma lo si può fare a malincuore. Giuseppe, che frequenta gli studi di medicina, offre una moderata collaborazione, non più di un’ora a settimana e con un certo grado di distacco. Ma anche così

ti può fregare il destino.

Nasce una società sportiva, la ‘S. Gaetano Brancaccio’. Il primo obiettivo sono i bambini e gli adolescenti. «Con loro siamo ancora in tempo» spiega il parroco. «Con gli adulti è invece tutto più difficile».

Nessuna teoria psicopedagogica: solo un’azione preventiva al furto e alla prostituzione minorile.

Le partite finiscono sempre a scazzottate, ogni volta i bambini se le danno di santa ragione. I ‘diavoli di Brancaccio’5 conoscono solo il linguaggio della violenza. L’affetto, per loro, si esprime con le bastonate. Non viene risparmiato neanche l’allenatore.

Fa più rumore un albero che cade anziché una foresta che cresce. Così la trasformazione è un lento ed invisibile cammino che si compie quotidianamente. Poco alla volta, le regole del calcio diventano quelle della vita. I diavoli di Brancaccio vengono sottratti alla strada; assorbono con l’ossigeno anche le norme civili, l’italiano, il senso della dignità dell’uomo. E quando si impara, lo si fa sempre insieme, senza più distinzione tra discepoli e guide. In Giuseppe si fa strada un profondo disagio. La sua personalità è divisa. Continua a frequentare persone legate alla criminalità, subisce il fascino della figura dell’uomo ntiso [6]. Ma nello stesso tempo scopre quanto possa essere gratificante il suo compito, poter affermare un valore anche al di là della mafia.

Proprio in quel periodo, Cosa nostra conosce il momento di maggiore crisi. Dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino, la società italiana reagisce con sdegno e coraggio. Le donne di Palermo appendono ai balconi grandi lenzuola bianche con scritte contro la mafia. Totò Riina viene arrestato. Si moltiplicano i pentiti. Anche i giudici fanno la loro parte: la Cassazione conferma alcune condanne eclatanti, mandando definitivamente in galera i boss più noti. Viene istituito il 41-bis, l’isolamento per i mafiosi. Sotto la paura di una punizione certa, i latitanti appena catturati decidono di collaborare con la giustizia già nelle stesse macchine della polizia [7]. Giovanni Paolo

II atterra in Sicilia e grida “Mafiosi, convertitevi”. E con questo fa cadere l’ultima bugia della mafia. Perché “convertirsi” presuppone la lontananza da Dio, mentre Cosa nostra aveva sempre dato di sé un’immagine fortemente devota.

Padre Puglisi capisce che i tempi sono maturi e porta in piazza centinaia di persone. È la sfida più ambiziosa.

Consapevole di ciò che gli sta per accadere, ai ragazzi che lo avvertono: «Devi difenderti!», lui, dall’alto della sua serenità, risponde: «Il massimo che possono farmi cos’è? Ammazzarmi…?» Così continua a togliere, ogni giorno, fuori dal cassetto, un pezzo di sogno, per completare quel meraviglioso puzzle che ha in mente. Negli ultimi tempi è ancora più dolce con chi gli sta accanto e vieta a chiunque di andarlo a trovare a casa, soprattutto nelle ore serali. Un giorno chiede a Giuseppe: «Se mi ammazzano, tu stammi vicino». Intende già da allora riferirsi al futuro momento dell’autopsia.

Nella sera del suo cinquantaseiesimo compleanno, da un angolo della strada, due uomini sbucati dall’ombra gli si avvicinano. Non hanno neanche il coraggio di guardarlo negli occhi perché ne temono la dolcezza. Uno dei due gli dice «Fermo. È una rapina», mentre da sinistra Salvatore Grigoli gli spara alla nuca.

Muore con un sorriso di perdono, don Pino Puglisi, mentre sussurra «Me l’aspettavo». Uno sguardo che ricorda quello di Cristo in croce. La sua morte turba così tanto l’assassino da renderlo, qualche tempo dopo, un pentito. Per i suoi quarantasei omicidi, l’uomo viene condannato dalla Corte d’Assise di Palermo a sedici anni di reclusione, di cui ne sconta solo due.

Felice Cavallaro [8], dalle pagine del Corriere della Sera, ipotizza però, dietro la mano assassina, un disegno più ampio. Dopo l’affermazione di Papa Wojtyla del 1993 che, a Trapani, aveva definito i mafiosi come appartenenti alla “congrega di Satana anche se battezzati”, il messaggio che, con l’omicidio del parroco, i corleonesi e i fratelli Graviano vogliono lanciare è rivolto piuttosto al Vaticano. Tanto che gli stessi Graviano avevano collocato una bomba davanti San Giovanni in Laterano. È il Cardinale Ruini che spiega: «Non consideriamo questi attacchi alla Chiesa come disgiunti». Salta così un “movente riduttivo del delitto, quello del parroco che sottraeva manovalanza alla malavita del quartiere [9]”. Acuta la precisazione di padre Bartolomeo Sorge: «I nuovi martiri dei nostri giorni non vengono uccisi perché credono, ma perché amano».

Resta però la forte ombra dell’isolamento. 3P è stato lasciato solo dalla stessa curia di Palermo: non solo in vita, ma anche alla morte. Il Cardinale Pappalardo decide di non costituirsi parte civile nel processo contro i sicari, perché non lo ritiene “necessario ed opportuno”. Un comportamento stigmatizzato dall’opinione pubblica e dai giornalisti. Che non vedono alcuna ragione di perdonare uomini che mai si sono pentiti.

Vittorio Sgarbi, in una puntata della trasmissione ‘Sgarbi quotidiani’, legge una lettera. In essa, un anonimo (che si dice persona vicina al sacerdote) accusa il Procuratore della Repubblica di Palermo, Gian Carlo Caselli, di responsabilità morale dell’omicidio di padre Puglisi. Secondo l’autore, Puglisi è stato esposto alla vendetta mafiosa in conseguenza della richiesta di Caselli di violare il segreto della confessione, per riferire informazioni sui mafiosi di Brancaccio e sul vescovo di Monreale, monsignor Cassisa. Quello scritto, mette a segno tre colpi: denigrare l’operato del procuratore Caselli, infangare la memoria di padre Puglisi (facendone quasi un informatore segreto), creare tensione e divisione all’interno della parrocchia.

Il martirio del parrino coincide con la definitiva resurrezione di Giuseppe Carini. Il ragazzo, ancora venticinquenne, diventa la chiave per colpire i mandanti. Si tratta dei fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo, che in quei giorni si trovano in Versilia per preparare le bombe di Roma in via Fauro (14 maggio), di Firenze in via Georgofili (27 maggio), di Milano in via Palestro (27 luglio) e di nuovo a Roma, davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio.

Mentre il Grigoli gira per Palermo, continuando ad assassinare decine di persone ed a scioglierle nell’acido, il 10 aprile 1996 Carini rende testimonianza nel processo contro i Graviano, davanti alla Corte di Assise di Palermo, additandone la responsabilità in quanto capi-mandamento di Brancaccio. Gli esecutori materiali sono Gaspare Spatuzza, Antonino Mangan, Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Salvatore Grigoli. Contro di loro, invece, il processo si tiene nel novembre 1997.

3. Il cammino di Giuseppe da testimone non è più facile di quello apostolico. Dopo quasi un anno di indagini sulla genuinità delle sue dichiarazioni, il programma di protezione inizia nel 1995. Esso è finalizzato solo alla mimetizzazione del beneficiario e non al suo reinserimento socio-lavorativo. Una morte civile e sociale.

Il primo intoppo si chiama ‘conflitto di competenza’. La Procura della Repubblica e la Prefettura ignorano a chi delle due competa chiedere l’ammissione al programma [10]. Così, mentre le istituzioni litigano, Giuseppe viene alloggiato in una dimora già in uso alle forze dell’ordine durante il maxiprocesso di Palermo. Una struttura che versa in condizioni pietose. Chiuso in una stanza priva di luce e con l’ordine di non aprire a nessuno, Giuseppe è costretto ad utilizzare la propria maglietta per gli usi igienici.

Dopodiché lo confinano per cinquanta giorni in una caserma di Polizia. In quelle grigie mura, i giorni sembrano non passare mai.

I suoi familiari non sanno ancora nulla di ciò che gli è successo perché il ministero dell’Interno non ha provveduto ad informarli.

Ci pensa un sacerdote, padre Mario Golesano, sostituto di Puglisi, che li invita in parrocchia e racconta loro la storia. «Dovete avere pazienza, è solo per poco tempo» li incoraggia. Ma Giuseppe non farà più ritorno a casa.

Superate le difficoltà burocratiche, il Testimone viene trasferito in una località protetta, all’interno di un residence vicino la questura.

Quella sera di giugno, Giuseppe, uscendo dalla nuova stanza, mentre passeggia solo tra la gente, si sente svuotato, come se la folla accanto a lui non esistesse. Si siede sul marciapiede e lì passa tutta la notte.

Via da Palermo, l’uomo perde i contatti con le persone che prima frequentava. Alcuni arrivano a rinnegare il rapporto di parentela. Persino i fratelli non lo cercano, convinti del suo errore [11]. Per tutti lui è un collaboratore di giustizia, il che all’epoca vuol dire solo ‘pentito’.

Dopo circa un mese, Giuseppe riceve in consegna le chiavi di un appartamento in periferia. Si tratta di una zona poco raccomandabile, luogo di prostituzione. L’appartamento è in pessime condizioni. Il materasso e il cuscino sono sporchi di urina, il frigorifero è fuori uso, le stoviglie e le pentole inutilizzabili. La luce è solo nel bagno.

I primi quattro anni si consumano tra vari trasferimenti in piccoli paesini del centro-nord.

Giuseppe chiede al Viminale di poter proseguire, con un nominativo fittizio, gli studi in medicina giunti ormai al quarto anno. Il ministero, invece, gli impone di continuare l’università con le sue vere generalità. Una pretesa assurda, che rende vano tutto il sistema di riservatezza attorno all’uomo. Giuseppe esegue alla lettera le istruzioni.

Più tardi, i neo istituiti N.O.P., appresa la situazione, lo accusano di violazione degli accordi sulla protezione per aver utilizzato la sua identità. Se non fosse intervenuta la Questura a riconoscere la responsabilità delle istituzioni, forse il Testimone sarebbe stato escluso dal programma.

Come se ciò non bastasse, poco dopo, per incomprensibili “ragioni di sicurezza”, il ministero spinge Giuseppe a spedire al Rettore dell’Università di Palermo una lettera di rinuncia agli esami sostenuti. Contemporaneamente la questura lo iscrive alla facoltà di giurisprudenza. Ma di nuovo con le sue vere generalità! Tant’è che qualcuno lo rintraccia: nel novembre del 1996, alcuni dipendenti dell’Università subiscono minacce perché riferiscano sulla presenza dell’uomo nell’ateneo. Carini viene nuovamente trasferito d’urgenza in un ulteriore luogo protetto.

Sei anni dopo, il sottosegretario agli Interni, Massimo Brutti, chiamato a dare una spiegazione sull’incresciosa vicenda, liquida l’operato del ministero con una “erronea interpretazione degli strumenti legislativi”.

Il sussidio mensile è insufficiente a garantire a Giuseppe un tenore di vita dignitoso. Per tirare sino a fine mese il Testimone è costretto a rivolgersi ad un’agenzia di lavoro temporaneo. Con quei pochi soldi non può neanche pagare la retta universitaria. Così chiede al Servizio centrale il rimborso delle tasse. Per ottenerlo, gli rispondono, deve sostenere almeno due esami. Cosa impossibile se prima non paga la rata d’iscrizione. Contraddizioni che la burocrazia non ha interesse a risolvere.

Senza un libretto sanitario, inoltre, il ragazzo è costretto a chiedere aiuto ad un sacerdote, che si fa prescrivere, a proprio nome, i farmaci per l’asma. Tre anni dopo gli viene finalmente concesso il medico di base.

Ovunque vada è sempre solo. Il programma gli consente di mantenere solo le relazioni strettamente necessarie, di non parlare a nessuno della sua condizione, di evitare i luoghi affollati e soprattutto le persone provenienti dalla Sicilia. Dall’altro lato, le istituzioni mostrano nei suoi confronti un atteggiamento di costante diffidenza, come una maledizione che lo perseguita da quando, con dolore e fatica, è riuscito a venire fuori dall’ambiente mafioso del suo quartiere.

Passano i giorni: giorni senza un codice fiscale, senza un libretto di lavoro, senza la patente o anche la possibilità di acquistare un abbonamento ai mezzi pubblici. Giorni in attesa che la centrale decida sul cambio di generalità e sul ritorno agli studi. Giuseppe, intanto, si fa paladino della categoria e firma una serie di petizioni in cui denuncia le condizioni di vita dei Testimoni. Le spedisce al Ministro della giustizia, Giovanni Maria Flick. Il suo Gabinetto gli replica così: «Rispondo su incarico del Ministro. Il Suo sfogo è servito a segnalare l’esistenza di un problema che è serio e che deve essere affrontato e risolto, anche se al momento è difficile individuare quale strada sia percorribile».

Ogni volta che cade il governo, bisogna ricominciare tutto daccapo, lettera dopo lettera. Il risultato però è sempre lo stesso: un desolante silenzio.

L’isolamento diventa una naturale condizione di vita per Giuseppe. Lo accompagna solo il ricordo di padre Puglisi. Quel sangue, toccato durante l’autopsia, ha lavato in lui ogni segno di odio e di violenza. Rigenerandolo.

Carini sembra il depositario di segreti intoccabili quando spiega le ragioni che hanno portato la politica a dimenticarsi dei Testimoni.

Un piano quasi preordinato, volto al disfacimento di tutto il sistema di protezione. «Il personale del N.O.P. faceva pressioni» si confessa. «Mi dicevano di uscire fuori dal programma di protezione, di cercarmi un lavoro». Sono le stesse accuse che ho già sentito da altri Testimoni. Su tutto, ci deve essere un filo conduttore che lega ogni storia. «Per esperienza diretta – continua Giuseppe – la gestione dei collaboratori di giustizia, da parte del governo di centro sinistra (con o senza il famoso trattino) è stata vergognosa. A causa di importanti processi di mafia a carico di personalità di spicco del mondo politico, la riforma sulla legge dei pentiti è stata bloccata per anni alla Commissione Giustizia del Senato». Mi chiedo dove fossero gli italiani in quel momento.

«I testimoni di giustizia sono stati sottoposti ad un vero e proprio linciaggio psicologico che vedeva nella Commissione Centrale il maggior artefice. Il ministero dell’Interno ha cercato in tutti i modi di scaricare testimoni e collaboratori.

«Numerosi pentiti di mafia, nonostante il rapporto corretto di collaborazione con lo Stato da loro instaurato, sono stati buttati fuori dal programma speciale di protezione solamente perché in Commissione si era deciso di ingessare tutto il comparto giustizia. È vero che ci sono stati pentiti che hanno ripreso a delinquere. Ma nella maggior parte dei casi si può parlare di un vero e proprio voltafaccia da parte dei responsabili del ministero dell’Interno e della Commissione Centrale».

Mentre immagino le scene della diaspora, ho come la sensazione di un sipario che, mentre cade, svela la povera realtà delle quinte. «Il calo di tensione nella lotta contro la mafia c’è stato, eccome!» ammette Carini. «Io l’ho vissuto sulla mia pelle e su quella di tanti altri disperati. I responsabili hanno un volto, un nome e si possono leggere tra le righe delle relazioni della Commissione Antimafia.

«Siamo stati lasciati volutamente soli dalle Istituzioni preposte a tutelarci, privi di un sostegno morale nell’attesa che, vinti dal disagio delle nostre condizioni di vita chiedessimo, noi stessi, di abbandonare il programma di protezione.

«Chi ha resistito, chi si è opposto è stato scaricato con varie scuse. “Non vi è alcun pericolo per l’incolumità” ci dicevano. Intanto occultavano documenti in mano alle Procure che contraddicevano ciò e confermavano invece la forte ostilità delle organizzazioni criminali nei nostri confronti. In taluni casi, c’erano vere e proprie taglie sulle nostre teste. Altre volte il motivo di esclusione era l’appartenenza politica ad aree diverse da quelle di Governo».

Mentre la chiesa dà il via al processo di beatificazione di padre Puglisi, il N.O.P. comunica a Giuseppe il provvedimento con cui liquida per sempre la sua protezione. “Il Servizio Centrale di Protezione – si legge nel documento – di concerto con la Commissione Centrale ex art. 10 L. 82/91 è disposto a concederle quale capitalizzazione di contributi vari restanti un importo di trentadue milioni sulla base di mesi [12] ed è subordinato alla contestuale interruzione delle misure assistenziali ed all’immediato rilascio dell’immobile in uso”.

«Ed ora? Che ne è di Giuseppe Carini?» lo incalzo e la mia voce è già tormentata all’idea della risposta.

«Nonostante siano passati tanti anni non riesco a ritrovare quello spirito, quella normalità e quella spontaneità che avevo quando vivevo a Palermo. Tutto quello che mi sta attorno è come se non mi appartenesse, non è mio, continuo a coltivare l’assurda follia di ritornare a casa mia. Mi rifiuto di affezionarmi alle cose e alle persone per paura di perdere l’unica cosa alla quale mi sono aggrappato in questi anni: la mia identità di siciliano, le mie radici culturali, il mare, l’odore dei

mandarini e della zagara».

note

[1] La frase è attribuita a Don Puglisi da Bianca Stancanelli. Incontro su Don Puglisi, 16 aprile 2005, pubblicato su www.provincia.lucca.it/istruzione/io_non_ho_paura/stancanelli_testo.pdf.

[2] P(adre), P(ino), P(uglisi).

[3] Mandarino tipico del luogo, meglio conosciuto come mandarino ‘tardivo’ per il fatto che matura tardi. Rispetto agli altri mandarini ha la buccia sottile, il colore giallo chiaro ed è privo di semi. Viene prodotto a Ciaculli, piccolo agglomerato di case contadine adiacente a Brancaccio.

[4] Nel dialetto locale, il parroco.

[5] È lo stesso Giuseppe Carini che li definisce così.

[6] Uomo rispettato.

[7] B. Stancanelli, op. cit.

[8] Felice Cavallaro, “Padre Puglisi, istruttoria per un santo dell’antimafia”, pubblicato

su “Il Corriere della Sera” del 6.03.2001, p. 37.

[9] F. Cavallaro, op. cit.

[10] Il fatto è riportato da Desy Parrini in “Collaboratori e testimoni di giustizia. Aspetti giuridici e sociologici”, su www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/law-ways/parrini/biblio.htm. Ivi, in nota, si specifica che, sotto la legislazione anteriore alla legge 45/2001, anche il Prefetto era titolato a proporre lo speciale programma di protezione, oltre al procuratore della Repubblica e al Capo della polizia. Dopo la riforma, invece, i soggetti legittimati a presentare la proposta sono rimasti il procuratore della Repubblica e il Capo della Polizia.

[11] Così riportato nell’intervista di Pier Damiani D’Agata, del 25 febbraio 2008, suwww.siciliainformazioni.com.


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1 Commento

  1. Onore, rispetto, ammirazione per il coraggio del sig. Giuseppe del quale purtroppo non avevo mai sentito parlare!!! Questa sera leggerò questo articolo ai miei figli.
    Grazie a questo sito che seguo con molta attenzione!

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