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Rinuncia alla proprietà

19 Dicembre 2018


Rinuncia alla proprietà

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Dicembre 2018



È possibile disfarsi della proprietà di un terreno o di una casa abbandonata donandola allo Stato?

Sei proprietario di un vecchio terreno, ereditato da una parente lontano, che non ha alcun valore commerciale: non è edificabile, non è produttivo, non è coltivabile, è così stretto che non ci puoi fare nulla. Da diversi anni lo hai messo in vendita ma nessuno si è mai fatto vivo, né ci sono confinanti a cui regalarlo visto che, da un lato, c’è una strada pubblica e, dall’altro, un dirupo. Vorresti sbarazzartene perché, al momento, è per te solo un sacrificio e un inutile costo. Ti chiedi se sia allora possibile la rinuncia alla proprietà. In altre parole vorresti cedere l’immobile allo Stato, al Comune o a qualsiasi altra amministrazione, svincolandoti una volta per tutte dal peso che deriva dalla sua manutenzione e dal carico fiscale.

Il tuo non è un caso isolato: sono in tanti a chiedersi se si può rinunciare alla proprietà di un terreno, di una casa o, più in generale, di un immobile. La questione peraltro è stata al centro di numerosi dibattiti in giurisprudenza e in dottrina. Come già abbiamo spiegato in Come rinunciare alla proprietà di un immobile, molti proprietari terrieri o di casolari abbandonati hanno fatto ricorso a questo strumento per evitare di eseguire bonifiche o ristrutturazioni, scaricando però in questo modo i costi sulla collettività. Ecco perché, come vedremo a breve, un parere dell’Avvocatura dello Stato ha chiarito che la rinuncia alla proprietà è possibile solo a determinate condizioni.

Di tanto parleremo nel corso del seguente articolo. Ti spiegheremo come e quando rinunciare a un terreno o a una vecchia casa che non usi e che non riesci a vendere.

Rinuncia alla proprietà: cosa prevede la legge

Il codice civile [1] non prevede espressamente il diritto del proprietario di un edificio o di un terreno a rinunciare alla sua proprietà. La norma dice solo che «I beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato». Per l’effetto, lo Stato acquista la proprietà degli immobili vacanti per il fatto che siano tali e non tramite occupazione.

Da tale norma, il Consiglio Nazionale del Notariato [2] ha dedotto la possibilità di compiere un atto di rinuncia alla proprietà. Si tratta però solo di una interpretazione, anche se proveniente da un organo – il Notariato – assai tecnico e prudente. In questo modo il titolare dell’immobile effettua una sorta di donazione in favore dello Stato, donazione che però non richiede l’accettazione da parte del beneficiario; si tratta quindi di un atto unilaterale, da compiersi senza la presenza di un rappresentate dello Stato. Il singolo proprietario compare dunque davanti al notaio e fa redigere da questo l’atto di abdicazione della proprietà. Su tale atto dovrà pagare l’imposta di registro dell’8%.

Rinuncia alla proprietà: cosa prevede la giurisprudenza

A condividere questa impostazione è stata, di recente, la Corte di appello di Genova [3] secondo cui il proprietario di un edificio o di un terreno può legittimamente rinunciare al suo diritto di proprietà, con l’effetto che il diritto in questione viene acquisito al patrimonio dello Stato. Secondo la sentenza in commento, infatti, «spettano al patrimonio dello Stato i beni che non sono di proprietà di alcuno dovendosi escludere che necessariamente ciò comporti un pregiudizio per la collettività».

In senso inverso va invece una sentenza del Tar Piemonte [4] secondo cui non è consentita la rinuncia alla proprietà immobiliare in quanto non prevista da nessuna legge. Sempre in senso contrario si è espresso anche il tribunale di Imperia [5] secondo cui la rinuncia «si pone in insanabile contrasto con i principi» del «nostro ordinamento».

Rinuncia alla proprietà: cosa dice lo Stato

Sul punto è intervenuto poi un parere dell’Avvocatura dello Stato [6] che ha preferito sposare una via di mezzo tra le due opposte tesi. Secondo l’avvocatura, la rinuncia alla proprietà è possibile in via generale con un atto unilaterale (con l’effetto che il diritto di proprietà viene acquisito dallo Stato), salvo nei casi in cui essa avviene «al solo fine, egoistico, di trasferire in capo all’Erario … – e dunque in capo alla collettività intera – i costi necessari per le opere di consolidamento, di manutenzione o di demolizione dell’immobile».

È pertanto nullo l’atto di rinuncia quando con esso il proprietario, ad esempio, persegua l’intento di liberarsi di terreni con evidenti problemi di dissesto idrogeologico (al fine di evitare i costi per «opere di consolidamento, demolizione e manutenzione»), edifici inutilizzabili e diruti (al fine di evitare i «costi di demolizione»), terreni inquinati (per gravare sullo Stato le occorrenti spese di bonifica).

Al contrario «la rinuncia immobiliare potrebbe ritenersi ammissibile quando abbia ad oggetto un terreno semplicemente non produttivo e quindi manchi, in concreto, quell’intento elusivo ed egoistico che caratterizza le ipotesi sopra esaminate».

Con una lettera del Conservatore dei Registri Immobiliari di Reggio Emilia del 26 settembre 2018, è stata affermata la piena legittimità dell’atto di rinuncia al diritto di proprietà immobiliare e la sua trascrivibilità nei Registri Immobiliari (anzi, l’obbligo di trascriverlo).

note

[1] Art. 827 cod. civ.

[2] Consiglio Nazionale del Notariato Studio n. 216-2014.

[3] C. App. Genova decreto n. 675 del 27 novembre 2018.

[4] Tar Piemonte sent. n. 368 del 28 marzo 2018.

[5] Trib. Imperia sent. n. 2531 del 20 agosto 2018.

[6] Avvocatura Stato parere n. 137950 del 14 marzo 2018.


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