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Catena di Sant’Antonio: cos’è e come comportarsi

19 Dicembre 2018


Catena di Sant’Antonio: cos’è e come comportarsi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Dicembre 2018



Ecco qualche esempio di Catena di Sant’Antonio: sono davvero pericolose? Come ci si deve comportare dinanzi a un messaggio condiviso o a un forte sconto praticato da un negozio online? 

Da quando esistono internet, le email e le chat non si fa che parlare di Catene di Sant’Antonio; in realtà però pochi sanno di cosa si tratta e, soprattutto, dei rischi che si corrono. Spesso si crede che una Catena di Sant’Antonio sia solo un messaggio ripetuto e condiviso “a valanga” con più persone: ad esempio un avvertimento (spesso fondato su una notizia sbagliata), l’approvazione di una nuova e pericolosa legge (anche in questo caso infondata), la denuncia di maltrattamenti agli animali per usi cosmetici e così via. In realtà, le Catene di Sant’Antonio sono tutt’altro. Non c’è alcun pericolo nell’inviare lo stesso messaggio a più persone o nell’inoltrarlo ai propri contatti, se non la brutta figura che si rischia quando si diffondono fake news, bufale o spam. Ma allora cos’è una Catena di Sant’Antonio e come comportarsi?

Di tanto parleremo in questo articolo. Dopo aver fatto qualche esempio di Catena di Sant’Antonio, ti spiegheremo perché costruire un meccanismo di questo tipo è reato e per quale ragione la Cassazione ha condannato tutti coloro che, tramite tali strumenti, tentano di truffare la gente. Ma procediamo con ordine.

Cos’è una Catena di Sant’Antonio

Inoltrare un’immagine, un avviso, un allarme o una richiesta di donazione del midollo ai propri contatti di WhatsApp non significa contribuire a una Catena di Sant’Antonio. Vera o falsa che sia la notizia, non si rischia nulla né tecnicamente, né legalmente. Non è quindi possibile, in questo modo, diffondere virus (a meno che non si condivida un link con un malware nascosto) o commettere reato anche se si tratta di una burla (salvo che lo si faccia per ottenerne un ingiusto vantaggio). Ma allora perché si fa? Spesso più per gioco o per cattiveria; a volte si vuole solo contribuire a gettare discredito su una categoria di persone (politici, immigrati, imprenditori, ecc.), ma senza alcun vantaggio diretto. Eccone un esempio

«Attento: sabato mattina WhatsApp diventerà a pagamento. Solo chi inoltrerà questo messaggio a 10 amici potrà continuare a usufruire gratuitamente del servizio».

Abbiamo elencato altre storiche bufale – del tutto innocue – nell’articolo Catene di Sant’Antonio: a cosa servono e chi ci guadagna.

La Catena di Sant’Antonio è tutt’altro. Per comprendere cos’è una Catena di Sant’Antonio faremo un esempio.

Catene di Sant’Antonio: esempi

Immagina di trovare un sito internet che pratica prezzi incredibilmente bassi: ad esempio, un cellulare del valore di 800 euro viene venduto a 200. Leggi qualche recensione e scopri che, effettivamente, diverse persone hanno ottenuto l’oggetto pagando l’importo pubblicizzato. Come è possibile? Ti spingi più in fondo e scopri che, nelle condizioni di acquisto, è previsto lo sconto solo se convinci almeno tre amici ad acquistare lo stesso oggetto. Così, dopo aver pagato il corrispettivo, ti affretti a far compare il medesimo smartphone a due familiari e a un conoscente. Li convinci mostrando loro le stesse recensioni che avevi letto. Dopo qualche settimana ti arriva effettivamente il cellulare. Anche però le persone che hai contattato vengono costrette a fare lo stesso: per non pagare il prezzo pieno devono, a loro volta, procacciare tre clienti ciascuno. E così via.

Nella catena di Sant’Antonio, dunque, le caratteristiche distintive sono due: a) un prezzo molto più basso di quello praticato dal mercato, subordinato però al procacciamento di altri clienti; b) il ricevimento dell’oggetto acquistato dopo diverso tempo dal pagamento.

Ecco un altro esempio di Catena di Sant’Antonio. Un sito che si professa di agire a tutela di un interesse umanitario (ad esempio la tutela degli animali o dei bambini del Terzo Mondo) offre a chiunque la possibilità di iscriversi, dietro pagamento di una quota associativa pari a euro 30,00.

Dopodiché, lo stesso sito offre ai propri iscritti la possibilità di guadagnare il 20% sulle successive quote associative di quanti si saranno iscritti grazie alla loro segnalazione (cioè 6 euro per ogni ulteriore associato procurato).

Così, dopo aver procacciato sei iscritti, il primo associato ha percepito un lucro di 6 euro sull’iniziale versamento di 30 euro (6 x 6 = 36).

Il tutto si ripete a macchia d’olio e, per ogni iscritto, il sito percepisce un utile di 24 euro (30 euro di iscrizione cui vanno sottratti 6 euro di percentuale al procacciatore), ma senza aver fornito mai alcun bene o servizio a chiunque.

Ebbene, questo meccanismo, quando non è rivolto alla vendita di alcun bene o servizio, o quando è rivolto a reclutare nuovi soggetti piuttosto che sulla loro capacità di vendere beni o servizi, è illecito e punito dalla legge penale. Si tratta, in buona sostanza, di un passaparola telematico, che non produce alcunché, se non arricchire l’originario ideatore. Stop dunque a quelle pagine ingannevoli o le email di spam con lo scopo di attirare nuovi utenti.

Un terzo esempio di Catena di Sant’Antonio potrebbe essere costituito da un link o da un video che, in realtà, contiene un virus. Dietro la creazione di questo sistema si nasconde quasi sempre un hacker che, così facendo, riesce ad entrare nei sistemi telematici degli utenti (dagli account Facebook a quelli di posta elettronica) per carpirne i dati.

Perché la Catena di Sant’Antonio è una truffa?

Questo meccanismo, però, a lungo andare, nasconde una truffa. Difatti, nella prima fase di promozione, l’operatore spedisce effettivamente gli oggetti venduti al prezzo reclamizzato, anche a costo di perderci, onde acquisire notorietà tra i consumatori ed ottenere recensioni positive. Ma non appena il numero degli aderenti alla promozione cresce e, di conseguenza, la quantità degli ordini da evadere si fa più consistente, il venditore, non potendo più far fronte a tutte le richieste, interrompe la catena. Con la conseguenza che chi ha già pagato non ottiene l’oggetto richiesto né il rimborso dei soldi.

La legge [1] espressamente vieta le Catene di Sant’Antonio. E difatti una normativa del 2005 mette al bando tutti quei i «sistemi di reclutamento, mediante sito web, di persone che si iscrivono a pagamento al sito medesimo nell’intento di trovare altre adesioni e percepire un compenso (a percentuale) per ogni adesione procacciata, senza però vendere alcun bene o servizio».

Anche la Cassazione [2] ha detto che generare una Catena di Sant’Antonio integra il reato di truffa. E difatti è vietata:

  • la realizzazione di attività vendita ove l’incentivo economico dei componenti è costituito dal semplice reclutamento di nuovi soggetti piuttosto che dalle loro capacità di vendere o promuovere la vendita di beni o servizi determinati
  • la realizzazione di attività, come giochi, piani di sviluppo o “catene di sant’Antonio”, che configurano la possibilità di guadagno attraverso il puro e semplice reclutamento di altre persone in cui il diritto a reclutare si trasferisce all’infinito, previo pagamento di un corrispettivo.

Catene di Sant’Antonio: come comportarsi?

Poiché il nome di Catena di Sant’Antonio è ormai fonte di sospetto per chiunque, gli operatori commerciali hanno inventato nomi diversi che però nascondono lo stesso intento. Ad esempio buy and share, ossia “compra e condividi”. In generale bisogna sempre diffidare dai facili guadagni e da tutto ciò che richiede, a fronte di uno sconto, un’attività di procacciamento d’affari a carico dell’utente-consumatore.

Proprio di recente, l’Antitrust ha chiuso una serie di siti che, dietro la formula del buy and share, realizzavano Catene di Sant’Antonio. Si tratta dei seguenti siti di e-commerce: zuami.it, listapro.it, shopbuy.it e ibalo.it, i quali, utilizzando la modalità del cosiddetto buy and share, invitano i consumatori ad acquistare beni ad un prezzo notevolmente scontato, e successivamente, al fine di ottenere tale bene, devono impegnarsi a trovare altri consumatori, almeno 2/3, che effettuino un acquisto analogo, «aderendo ad una specifica lista». In altri termini l’acquisto su queste piattaforme online funziona così: solo dopo che un ingente numero di soggetti aderisce all’acquisto versando l’importo iniziale richiesto, lo scorrimento della lista rallenta fino ad arrestarsi ed è in questo momento che si impedisce ai consumatori di uscire dal sistema e di essere rimborsati.

note

[1] Art. 5 e 7 L. 17.08.2005 n. 173.

[2] Cass. sent. n. 37049 del 26.09.2012.


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