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Se una società registra una fattura riconosce il debito?

20 Dicembre 2018


Se una società registra una fattura riconosce il debito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 Dicembre 2018



L’annotazione in contabilità del documento fiscale costituisce confessione del credito: il debitore perde l’opposizione a decreto ingiuntivo.

Gli avvocati lo sanno: quando c’è un debito da pagare ogni scusa è buona per sottrarsi all’adempimento. Così ci sono aziende che, nonostante ricevano regolarmente le prestazioni da professionisti o da altre società, non rispondono alle lettere di sollecito salvo poi improvvisare ogni tipo di contestazione solo alla notifica del decreto ingiuntivo; ed altre che, sin dall’inizio, trovano il pelo nell’uovo in quanto ricevuto al solo scopo di prepararsi le bugie necessarie a non rispettare gli impegni presi. Il panorama delle giustificazioni di lana caprina è talmente variegato da rendere la giurisprudenza molto severa al momento della condanna alle spese processuali nei confronti di chi solleva una contestazione pretestuosa o in malafede (in tal caso è possibile ottenere anche il risarcimento del danno). Il punto è che, con le varie eccezioni, i debitori realizzano in parte il loro proposito: quello di allungare i tempi del pagamento. Ed ecco perché, al fine di accorciare il processo di opposizione a decreto ingiuntivo, è sempre bene individuare nei comportamenti del debitore quei segnali che denotano una tacita ammissione di responsabilità. Come ad esempio il fatto di aver registrato la fattura in contabilità. Tale è stato il chiarimento fornito dalla Cassazione con una interessante sentenza odierna [1] che tocca un tema assai delicato nel nostro Paese: quello del recupero crediti. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di rispondere alla seguente domanda: se una società registra una fattura riconosce il debito?

Opposizione a decreto ingiuntivo: a chi spetta la prova?

Prima di parlare più a fondo della questione che qui ci interessa è necessario un chiarimento che servirà a capire l’importanza della pronuncia odierna.

Tutte le volte in cui un creditore non viene pagato, depositando la semplice fattura in tribunale può ottenere – con l’assistenza di un avvocato – l’emissione di un decreto ingiuntivo, ossia un ordine di pagamento che il giudice intima al debitore. È sufficiente, in questa fase, il solo documento fiscale: si presume infatti che nessuno emette una fattura, anticipando le relative tasse all’erario, se non ha realmente una ragione di credito nei confronti di un altro soggetto. Chiaramente a quest’ultimo, che non ha partecipato alla fase di emissione dell’ordinanza di ingiunzione, è data la possibilità di opporsi. In particolare, al momento del ricevimento della notifica del decreto ingiuntivo può alternativamente:

  • pagare;
  • non pagare e, dopo 40 giorni, subire il pignoramento;
  • non pagare e fare opposizione al decreto ingiuntivo in tribunale. In tal caso si apre una causa vera e propria.

Non appena si apre l’opposizione a decreto ingiuntivo, spetta al creditore dimostrare il proprio diritto. La fattura di cui si è avvalso prima per ottenere il decreto ingiuntivo non è più sufficiente in questa fase. Egli dovrà quindi dare dimostrazione di aver diritto alla somma di denaro, di aver eseguito una prestazione, di aver venduto un bene, di aver prestato dei soldi, ecc. Senza questa prova, il creditore perde la causa.

Quando la prova del credito è l’ammissione del debitore

Tuttavia la prova del credito può derivare anche da un’altra circostanza: una ammissione del debitore. Ammissione che non deve necessariamente essere esplicita (chi mai, del resto, farebbe opposizione a decreto ingiuntivo se prima ha riconosciuto il proprio debito?), ma anche implicita. Essa funge da confessione e, pertanto, obbliga il giudice a decidere tenendo conto di essa ed escludendo tutte le altre prove della causa.

Ad esempio, è un riconoscimento tacito di debito l’invio di una lettera al creditore con cui si chiede una dilazione o più tempo per pagare; lo è anche l’eccezione di prescrizione presuntiva (tre anni per i professionisti). Altra ammissione è lo stesso pagamento: tra privati non è infatti ammesso prima pagare (per evitare grane legali) e poi chiedere il rimborso, a meno che non vi sia stato un errore.

Il silenzio non è ammissione di debito: chi ad esempio non risponde ai solleciti non sta riconoscendo l’altrui diritto, per quanto il suo comportamento può essere considerato dal giudice come elemento di convincimento per la decisione finale.

Se il creditore riesce a dimostrare che il debitore ha tacitamente ammesso l’esistenza del credito non è più tenuto a provare il proprio diritto e vince automaticamente la causa di opposizione al decreto ingiuntivo: con la conseguenza che il giudice conferma l’ordine di pagamento e il debitore risulta definitivamente condannato.

La registrazione della fattura è riconoscimento di debito?

Veniamo infine a un errore che commettono spesso le aziende: prima ricevono una fattura da un fornitore, la registrano in contabilità (in modo da pagare meno tasse a fine anno) e, infine, contestano la prestazione asserendo di non averla mai ricevuta. Anche il comportamento però di chi annota il documento fiscale nella propria contabilità, a detta della Cassazione, si considera un’ammissione di debito.

Il cliente che ha registrato la fattura emessa del fornitore deve pagare e perde quasi automaticamente la causa di opposizione a decreto ingiuntivo.

Insomma: la registrazione equivale a una confessione e va considerata prova scritta dell’esistenza del credito vantato dal fornitore.

note

[1] Cass. sent. n. 32935/18 del 20.12.2018.


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