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Eredità: gestione patrimoniale della banca e divisione giudiziale

12 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Gennaio 2019



Io e i miei 4 fratelli abbiamo ereditato da nostro padre, tramite testamento, beni immobili e soldi in banca. La banca, però, non vuole svincolare i soldi che sono in una gestione patrimoniale dei titoli di borsa e in un conto corrente, a meno che non vi sia la firma di tutti e 5 gli eredi. Mia sorella si rifiuta di firmare. È corretto il comportamento della banca? Come fare per svincolare i soldi? Agire in giudizio contro mia sorella o fare un decreto ingiuntivo alla banca? Il decreto ingiuntivo può essere opposto? Quanto dura la causa? 

Per poter valutare la strada migliore da intraprendere per far valere i propri diritti ereditari, è opportuno assumere consapevolezza circa le modalità di funzionamento del servizio di gestione patrimoniale offerto dalla Banca. 

La gestione patrimoniale è un vero e proprio mandato sottoscritto dal cliente (nel caso specifico, il padre della lettrice) con il quale la Banca assume l’incarico di un determinato patrimonio in titoli o fondi d’investimento, secondo le indicazioni fornite dal cliente stesso. 

In caso di morte del cliente, il mandato conferito alla Banca si estingue; ne consegue che la gestione attiva del patrimonio viene “congelata” e i titoli che ne compongono il portafoglio entrano a far parte dell’asse ereditario. È interesse degli eredi dare prontamente notizia del decesso alla Banca e fornire le istruzioni per la gestione dei titoli: per esempio, si può chiedere il disinvestimento o il trasferimento su un conto corrente comune cointestato agli eredi. 

È evidente che, affinché la Banca possa svincolare i titoli e riconoscere le somme di spettanza di ciascun erede richiedente, sia necessario il consenso di tutti. Si tratta, infatti, di operazioni bancarie che impongono la firma degli eredi dell’intestatario. Sul punto, l’interpretazione della giurisprudenza è contrastante: secondo un indirizzo prevalente (accolto anche dall’Arbitro Bancario e Finanziario), il rifiuto della Banca in assenza di consenso di tutti gli eredi è legittimo; secondo un altro orientamento, invece, la Banca dovrebbe assecondare la richiesta di svincolo presentata anche dal singolo erede, in proporzione alla quota di eredità di quest’ultimo. 

Nel caso delle gestioni patrimoniali di titoli azionari i passaggi burocratici si complicano: difficilmente la banca assumerebbe la responsabilità di disinvestire un titolo o di trasferirlo su richiesta di alcuni eredi, senza il consenso di altri. 

Per tali ragioni, è sì possibile intraprendere l’azione nei confronti della Banca, ma tenendo conto del divario interpretativo e della possibilità che il giudice riconosca la legittimità del rifiuto. In ogni caso, il decreto ingiuntivo potrebbe certamente essere opposto dalla Banca entro 40 giorni dalla notifica e si instaurerebbe un giudizio ordinario. 

È inoltre possibile agire nei confronti della sorella, in quanto il suo rifiuto di procedere alla firma degli atti bancari congela di fatto il patrimonio ereditato, in danno agli altri eredi. 

La strada più utile potrebbe essere quella di agire per ottenere la divisione giudiziale dell’eredità. In tal modo, si stabilisce definitivamente come deve essere diviso l’asse ereditario, compresi i titoli inseriti nella gestione patrimoniale. Inoltre, dato che si scioglie la comunione ereditaria, ciascun erede può chiedere il versamento della propria quota sulla scorta della pronuncia giudiziale (richiesta alla quale la Banca non potrebbe più sottrarsi). 

Tanto la causa contro la Banca quanto la causa di divisione giudiziale richiedono una certa attività istruttoria, soprattutto per la ricostruzione del valore dei titoli e dalla distribuzione delle relative quote. La durata minima di cause di questo tipo è di 3-4 anni. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone


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