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Inps, gestione separata e domanda di rimborso di contribuzione

1 Febbraio 2019
Inps, gestione separata e domanda di rimborso di contribuzione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 Febbraio 2019



Ho presentato all’INPS domanda di rimborso di contribuzione versata alla Gestione separata in qualità di Professionista, titolare di partita iva in regime dei minimi per l’anno 2013 pari ad euro 2,599,00 in via telematica nel marzo 2018 , per eccedenza di versamento maturate nell’anno 2013. Ho sollecitato personalmente l’INPS di zona, ma mi è stato riferito che finchè l’Istituto non riceve dall’Agenzia delle Entrate il telematico delle dichiarazioni, non può procedere al rimborso. Per ottenere tale rimborso, oltre la procedura telematica già eseguita, posso intraprendere una modalità stragiudiziale o giudiziale? Se si in quali termini e modalità? Ho letto che un caso del genere non è soggetto a prescrizione. 

Per i lavoratori autonomi ed i liberi professionisti “senza cassa”, obbligati cioè al versamento della contribuzione presso la gestione Separata Inps, come chiarito dallo stesso istituto nel messaggio n.9869/2012, la normativa [Art. 12 L. 613/1966] stabilisce che i contributi versati e non dovuti non valgono ai fini del diritto alle prestazioni previdenziali, a prescindere dal periodo in cui sono accreditati. Salvo il caso di dolo, i contributi non dovuti sono però restituiti, senza interessi, all’assicurato o ai suoi aventi causa: questi contributi sono quindi sottratti alle norme sulla prescrizione e vengono sempre restituiti a chi li ha versati (o ai suoi aventi causa), senza interessi (secondo la sentenza n.417/1998 della Corte costituzionale una somma a titolo di interessi è comunque dovuta). 

Il rimborso può essere richiesto attraverso l’apposita procedura. “Rimborso contributi non dovuti per collaboratori lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata”. 

Come descritto nella scheda relativa alla prestazione presente nello stesso portale Inps, la domanda può essere:

– accolta, ovvero la domanda di rimborso è liquidata; 

– accolta parzialmente per presenza di debiti, ovvero la contribuzione richiesta copre il debito e il residuo è liquidato al soggetto oppure la contribuzione richiesta è utilizzata per coprire il debito senza residuo, pertanto non è possibile liquidare il rimborso;

– rifiutata, ovvero la domanda non è accettata per assenza dei requisiti. 

Nel caso specifico, in base a quanto descritto dal lettore, la domanda non è stata né accolta né rifiutata, ma è in attesa di liquidazione, in quanto non sono ancora stati trasmessi gli appositi modelli telematici, necessari per verificare l’ammontare delle eccedenze, dall’Agenzia delle Entrate. 

Telematicamente, non è possibile inviare solleciti volti all’evasione della pratica, né all’Inps, né all’Agenzia delle Entrate, l’ente di fatto responsabile del ritardo nella liquidazione. Le uniche modalità per sollecitare consistono nel rivolgersi al contact center dell’Inps, al numero 803.164 (06.164.164 per le utenze mobili), oppure alla propria sede territoriale Inps, cosa che però il lettore ha già fatto. 

A questo punto, il silenzio dell’Inps, ossia la mancata risposta alla richiesta del lettore, potrebbe essere “sollecitata”, in modo improprio, con un ricorso online, ma solo nel caso in cui l’assenza di definizione della procedura possa essere considerata come un’ipotesi di silenzio-rigetto. Affinché si possa parlare di silenzio rigetto, però, ci deve essere un’espressa previsione di legge. 

Nel caso specifico, la previsione di legge che fa ravvisare che si tratti di silenzio-rifiuto, e non di silenzio-inadempimento, è l’articolo 7 della legge 533/1973: “Formazione del silenzio rifiuto sulla richiesta agli istituti previdenziali e assistenziali. In materia di previdenza e di assistenza obbligatorie, la richiesta all’istituto assicuratore si intende respinta, a tutti gli effetti di legge, quando siano trascorsi 120 giorni dalla data della presentazione, senza che l’istituto si sia pronunciato.” 

Pertanto, se sono trascorsi 120 giorni dalla presentazione dell’istanza telematica, il lettore può presentare ricorso amministrativo, al Comitato amministratore per la Gestione separata, attraverso l’apposita sezione del sito Inps “Ricorsi online”. 

Il termine per la pronuncia è pari a 90 giorni, trascorsi i quali è possibile esperire ricorso giudiziario. Gli organi preposti hanno comunque la facoltà di esaminare il ricorso e di assumere decisioni in merito anche dopo la scadenza del termine loro assegnato per la decisione (si tratta della cosiddetta autotutela). L’esercizio di questa potestà può prevenire l’instaurazione di una lite giudiziale e, in caso di giudizio già avviato, favorisce la bonaria composizione dello stesso (per cessata materia del contendere). 

A questo proposito, bisogna sottolineare che nelle controversie in materia di previdenza non rivestono alcuna efficacia vincolante gli arbitrati (rituali e irrituali), le collegiali e le conciliazioni stragiudiziali intervenute anteriormente o posteriormente alla proposizione dell’azione giudiziaria (art. 147 disp.att. c.p.c.). 

Per quanto riguarda la fase giudiziaria, è necessario presentare ricorso al Giudice previdenziale (si tratta del Tribunale in funzione di giudice unico di primo grado del lavoro, che applica il rito del lavoro con alcune particolarità collegate alla specialità della materia). In particolare, si dovrà richiedere la ripetizione del pagamento indebito, o meglio si dovrà chiedere al giudice di accertare il diritto alla restituzione delle somme indebitamente versate. 

La ragione del pagamento indebito può consistere in un errore del lavoratore tenuto alla contribuzione, ovvero in errate disposizioni autoritative dell’ente previdenziale, rivelatesi non conformi a legge. Non si ha diritto alla restituzione soltanto nel caso in cui si ravvisi dolo da parte del lavoratore. 

Nell’ipotesi di ripetizione a favore del lavoratore, gli interessi legali decorrono dalla data del ricorso amministrativo, che costituisce il primo atto del procedimento da esperire preventivamente al fine di far valere la pretesa in via giudiziale (come chiarito dalla Cassazione, con la sentenza n. 596/1994). 

Se intende conseguire, oltre agli interessi legali, il maggior danno derivato dall’impossibilità di disporre della somma indebitamente pagata, l’interessato deve allegare e provare che la tempestiva restituzione delle somme lo avrebbe messo in condizione di evitare o di ridurre gli effetti dell’inflazione (come chiarito dalla Cassazione, con la sentenza n.12272/1995). 

Oltre al ricorso amministrativo online ed al successivo ricorso giudiziario, considerando che i solleciti diretti alla sede Inps non hanno sortito effetti, sfortunatamente non esistono ulteriori procedure per ottenere la restituzione dell’indebito. Non è possibile, per il lavoratore, inviare un sollecito diretto all’Agenzia delle entrate, in quanto i file telematici da trasmettere non sono a lui destinati, ma all’Inps: solo l’istituto, quindi, può sollecitare l’Agenzia. 

È bene sottolineare, soprattutto considerando che il ricorso giudiziario comporta dei costi non indifferenti, che sfortunatamente l’invio della comunicazione relativa a redditi e contribuzione dalle Entrate all’Inps ha delle tempistiche notevolmente lunghe, nella stragrande maggioranza dei casi. 

Il ricorso online è, a parere della scrivente, da utilizzare come “ultima spiaggia”, nel caso in cui l’attesa dovesse permanere a lungo e senza riscontri da parte dell’Istituto, mentre si sconsiglia l’esperimento di un’azione giudiziaria, a causa degli oneri e degli adempimenti che comporta, ed anche in considerazione del fatto che l’Inps è “incolpevole” riguardo all’inadempimento. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci 


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