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Controlli sui conti correnti dei coniugi

21 Dicembre 2018
Controlli sui conti correnti dei coniugi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Dicembre 2018



Possibile l’accertamento fiscale effettuato a seguito di movimenti sospetti sul conto corrente del coniuge, ma solo se ci sono gravi indizi di evasione.

Succede quasi sempre con i professionisti e gli imprenditori: per non destare sospetti al fisco, i ricavi in nero vengono fatti transitare su un conto corrente intestato formalmente al coniuge (di solito disoccupato o con un reddito fisso di basso importo) al fine di sottrarli al controllo dell’Agenzia delle Entrate. L’utilizzo però di un “conto di copertura” è ormai una pratica usata da un gran numero di persone, senza che in ciò incida la vecchia distinzione tra autonomi e dipendenti. Ma quale rischio si annida dietro un’operazione di questo tipo? Non è una novità che i controlli sul conto corrente siano divenuti lo strumento più incisivo di contrasto all’evasione, controlli di recente estesi anche alla Guardia di Finanza che può agire senza autorizzazione del giudice. Ma quando si tratta di un rapporto bancario che fa capo a un soggetto diverso, sia pure a uno stretto familiare come la moglie, fin dove si spingono i poteri del fisco? Una recente sentenza della Cassazione [1] ha spiegato come e quando possono avvenire i controlli sui conti correnti dei coniugi, anticipando quelle che potranno essere, d’ora innanzi, le mosse dell’Agenzia delle Entrate. 

Qui di seguito sintetizzeremo, con parole semplici e destinate a tutti i lettori, cosa hanno detto i giudici della suprema Corte, spiegando come funzionano i controlli dei versamenti e giroconti tra coniugi e quali sono le operazioni sospette che immancabilmente finiscono nel mirino del fisco. 

Versamenti di contanti e giroconti tra coniugi

Di solito tutti gli spostamenti di denaro tra coniugi non sono soggetti a controlli fiscali: questo perché il vincolo di familiarità che si instaura con il matrimonio tra marito e moglie porta l’uno ad aiutare l’altro anche per la gestione del ménage domestico. Insomma si presume che gli scambi dei soldi, che quasi quotidianamente avvengono tra i due, siano rivolti alla gestione domestica. Sarebbe impensabile imporre che tutti i passaggi di denaro debbano avvenire bonifici, con causali e contratti scritti (o peggio registrati) solo al fine di non incorrere in accertamenti fiscali. Così, i giroconti sono, di norma, non sottoposti a verifiche, a prescindere dalla causale utilizzata. 

L’operazione però deve essere “credibile”: nel senso che, se è normale pensare che dal conto del marito – percettore di reddito – transiti un bonifico sul conto della moglie – disoccupata o con un semplice part time – destinato ad aiutare quest’ultima nelle spese quotidiane, non è convincente il contrario quando la donna, che pur non lavora, incredibilmente si trova sul conto corrente una consistente disponibilità di denaro e la trasferisce al marito. Come vedremo a breve, la Cassazione ha autorizzato i controlli sui conti correnti dei coniugi solo in presenza di gravi indizi.

Trasferimenti di contanti tra coniugi: il redditometro

Se per i giroconti, dunque, non si pongono particolari problemi, la questione si complica quando, invece, uno dei due coniugi preleva dal proprio conto corrente e poi consegna il denaro contante al coniuge. Anche qui, in linea teorica, il fisco non potrebbe mettere bocca proprio perché i rapporti familiari devono essere liberi e improntati (per stessa previsione del codice civile) alla collaborazione e al reciproco sostegno. Tuttavia, nella pratica si può porre più di un problema. Il primo si chiama redditometro. 

Ad esempio, se il marito dovesse prelevare 10mila euro e consegnarli alla moglie per acquistare l’auto, avrebbe da un lato violato la disciplina sul riciclaggio – che vieta trasferimenti di contanti per somme superiori a 3mila euro – e dall’altro avrebbe messo la donna in serie difficoltà qualora, una volta “intervistata” dal fisco, questa non riuscisse a dimostrare la provenienza dei soldi usati per acquistare la macchina. In buona sostanza, se la moglie ha un reddito insufficiente a permettersi un’auto (bene questo considerato dal fisco “di lusso”) e tutto d’un tratto, invece, ne risulta titolare, l’Agenzia delle Entrate potrà chiederle com’è riuscita ad adempiere al contratto. La prova della provenienza della disponibilità dal conto del marito sarà più facilmente fornita con un bonifico piuttosto che con il prelievo di contanti.

Trasferimenti di contanti tra coniugi: il successivo versamento sul conto

Ecco una seconda operazione che potrebbe essere considerata sospetta. La moglie preleva dal proprio conto una somma in contanti (ad esempio cinque mila euro) e poi la consegna al marito che, a sua volta, la deposita sul proprio conto. Qui il problema si può fare serio: difatti, l’Agenzia delle Entrate – che non può controllare i prelievi dei privati – ha invece la possibilità di chiedere chiarimenti sui versamenti. All’uomo sarà così imposto di dimostrare l’origine del contante depositato in banca. Prova che dovrà essere fornita tuttavia solo con documenti scritti aventi data certa, di sicuro non la lista movimenti riferita al conto della moglie da cui risulta il prelievo. 

Chiaramente, quando parliamo di cifre basse (qualche centinaio di euro) nessuno dei due coniugi rischia nulla: come abbiamo detto, infatti, la presunzione di cooperazione tra marito e moglie, nell’interesse della famiglia, lascia fuori dagli accertamenti le operazioni non rilevanti da un punto di vista economico. Il problema si può porre, però, quando si tratta di cifre più consistenti.

I gravi indizi di evasione

Proprio su questo si è basata la Cassazione quando ha detto che non è possibile effettuare un controllo fiscale sul conto corrente del coniuge solo al fine esplorativo, per cercare indizi di evasione. Per l’accertamento sono necessarie prove consistenti. 

In altre parole, il fisco non può contestare i ricavi in nero del professionista per i movimenti sospetti sul conto bancario della moglie a meno che l’ufficio non abbia in mano gravi indizi che attestano la disponibilità di tale conto da parte del contribuente.

La vicenda riguarda un medico al quale l’ufficio aveva contestato dei ricavi in nero dopo aver riscontrato dei movimenti sospetti sul conto della coniuge. Lui si era difeso sostenendo che il semplice rapporto di parentela è insufficiente ai fini dell’atto impositivo. La tesi è risultata vincente. La Cassazione ha infatti spiegato che l’esistenza di stretti vincoli familiari (nella specie rapporto di coniugio) tra il contribuente accertato e il terzo titolare del conto, per assurgere a prova presuntiva qualificata delle riferibilità al contribuente delle movimentazioni del conto corrente intestato al familiare, deve essere accompagnata dalla indicazioni di ulteriori elementi (elementi che spetta all’Agenzia delle Entrate fornire). Detti elementi devono essere idonei a dimostrare, in via logico-presuntiva, che la situazione reddituale del coniuge intestatario del conto è incompatibile o comunque non può giustificare le movimentazioni riscontrate sul suo conto che, per tale ragione, può fondatamente ritenersi nella disponibilità effettuale del contribuente accertato.

Detto in parole povere, solo se la moglie è disoccupata o con un reddito molto basso si può presumere che le grosse consistenze di denaro che dal suo conto transitano – per contanti o bonifici – su quello del marito siano in realtà di proprietà del primo, frutto di ricavi sottratti al fisco.

È illegittimo l’accertamento fondato sul conto corrente di terzi se non si prova la riferibilità al contribuente: in assenza dell’intestazione al soggetto controllato, occorre infatti, la prova, anche presuntiva della disponibilità dello stesso. La legge [2] consente all’Agenzia delle Entrate di richiedere alle banche i documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto con i loro clienti. Ciò vale non solo per la documentazione relativa ai soli conti correnti bancari formalmente intestati al contribuente accertato, ma eventualmente anche per conti correnti intestati formalmente a terzi soggetti ma che di fatto sono di proprietà del primo.
In mancanza della formale titolarità del conto, occorre che lo stesso sia nella disponibilità di fatto del contribuente sottoposto a verifica fiscale. È a carico del fisco dimostrare la disponibilità quando il conto risulti formalmente intestato a soggetti diversi dal contribuente accertato. Solo in presenza di tale condizione e prova è operante la presunzione secondo la quale i versamenti rinvenuti sui conti siano compensi, con trasferimento dell’onere probatorio in capo al soggetto verificato.
Risultato: in caso di conti bancari di cui sia formalmente titolare il contribuente accertato la presunzione che i versamenti siano compensi è immediatamente applicabile; nel caso invece di conti intestati a terzi, l’Ufficio, al fine di avvalersi della presunzione legale, deve fornire la prova, anche per presunzioni (purché qualificate) che il conto bancario sia nell’effettiva disponibilità del contribuente, al quale pertanto sono attribuibili le movimentazioni.

note

[1] Cass. sent. n. 32974/18 del 20.12.2018.

[2] Art. 32, Dpr 600/73


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