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Falso licenziamento: cosa si rischia

23 Dicembre 2018


Falso licenziamento: cosa si rischia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Dicembre 2018



I vari reati di chi si fa licenziare e poi continua a lavorare in nero: gli illeciti contro lo Stato, i creditori e l’ex moglie a cui si tenta di non pagare l’assegno di mantenimento.

C’è aria di crisi in azienda e il tuo datore di lavoro sta pensando di procedere ai licenziamenti. Nello stesso tempo non può fare a meno del personale per mandare avanti la produzione, così ti ha proposto una sorta di “patto”: verrai licenziato ma continuerai a lavorare in nero. In questo modo tu potrai percepire, oltre al regolare stipendio, anche la disoccupazione dell’Inps; lui invece non pagherà le tasse e potrà in questo modo tenerti “dentro”. A conti fatti ti sembra un accordo ragionevole: in termini economici ci andrai a guadagnare anche se perderai gli anni di contributi. Temi però che il tuo capo, non essendoci alcun contratto scritto possa ripensarci e mandarti a casa in qualsiasi momento. Insomma, il tuo dubbio è di rimanere completamente privo di garanzie. C’è poi il problema di carattere fiscale e amministrativo: cosa si rischia per il falso licenziamento? Ecco alcuni chiarimenti che ti serviranno a capire come stanno le cose e cosa ti può succedere in un caso del genere.

Falso licenziamento: il dipendente che percepisce la disoccupazione che rischia?

La prima questione di cui tenere conto è relativa alla falsa dichiarazione che commette il dipendente nel momento in cui, per ottenere la Naspi, attesta all’Inps il proprio stato di disoccupazione quando invece sta lavorando in nero. Tale comportamento costituisce una truffa ai danni dello Stato. Il rischio è che, se dovessero arrivare gli ispettori del lavoro in azienda a effettuare verifiche nei confronti del datore e, in quella sede, dovessero trovare i dipendenti in nero, chiederanno a questi ultimi le generalità e faranno successivamente un controllo incrociato per verificare se stanno percependo la Naspi. Se così fosse, il dipendente irregolare verrà processato penalmente per il reato di «truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche» [1]. Oltre a ciò scatterà, a suo carico, l’obbligo di restituire le somme percepite illegittimamente e, con esso, le famigerate cartelle di pagamento con tutti i pignoramenti che ne derivano.

Di tale reato non ne risponde solo il lavoratore in nero che riceve uno stipendio non superiore a 8mila euro annui. Difatti solo in questo caso è lecito avere l’assegno di disoccupazione lavorando; la legge in questo modo consente a chi ha un reddito molto basso di continuare a beneficiare dell’assegno di disoccupazione senza dover ricorrere a sotterfugi.

Attenzione: la truffa commessa dal dipendente non consiste nel lavorare in nero (del quale illecito risponde solo l’azienda), ma nel percepire la Naspi non avendone diritto. Per cui, se il lavoratore non dovesse aver presentato richiesta di Naspi o se la stessa è stata già consumata, egli non dovrà temere alcun procedimento penale.

Falso licenziamento: il dipendente rischia di essere licenziato davvero?

Il dipendente licenziato, che lavora però in nero, si pone spesso il problema dell’assenza di garanzie derivanti da un rapporto di fatto, basato solo su un accordo verbale. In realtà non è così. La legge tutela il lavoratore a prescindere dall’esistenza di un contratto scritto. Il dipendente in nero che viene licenziato può impugnare il licenziamento al pari di un dipendente in regola. Anzi, a seguito dell’accertamento giudiziale dell’esistenza del rapporto di lavoro, il datore viene condannato a pagare le differenze retributive e i contributi per tutto il periodo pregresso, nonché a stabilizzare l’interessato con un contratto a tempo indeterminato.

Per tutelare in questo modo i propri diritti, il lavoratore licenziato per la seconda volta (l’ultima però in modo effettivo e non simulato) deve avvalersi di un avvocato il quale presenterà un ricorso in tribunale per chiedere l’accertamento dell’esistenza di un rapporto lavorativo. Dovrà comunque dimostrare di aver svolto le mansioni impostegli dal datore nonché il periodo di inizio e fine del rapporto (nel periodo intermedio l’esistenza del rapporto di lavoro si presume in automatico).

Chiaramente, una volta verificata la presenza di un rapporto di lavoro subordinato, l’Inps si potrebbe muovere (ed è verosimile che lo faccia) per chiedere al dipendente la restituzione della disoccupazione ricevuta in tale periodo ed, eventualmente, potrà segnalare l’episodio alla Procura della Repubblica qualora vengano ravvisati gli estremi del reato di truffa ai danni dello Stato.

Assunzioni in nero per evitare pignoramenti o l’assegno di mantenimento all’ex

Come esiste il fenomeno delle finte separazioni consensuali per sfuggire ai pignoramenti dei creditori, esiste anche il fenomeno dei falsi licenziamenti per evitare di pagare l’assegno di mantenimento all’ex moglie o per sottrarsi ad altri creditori. In tale ipotesi però gli estremi del reato non sono così automatici. Verso la moglie potrebbe sussistere il reato di «sottrazione all’obbligo di assistenza familiare» e, verso i creditori «l’insolvenza fraudolenta» (si pensi al caso di chi contrae un debito con una finanziaria e il giorno dopo si fa licenziare per non pagare più le rate).

False assunzioni: cosa si rischia

Come esiste il fenomeno del falso licenziamento esiste anche quello opposto delle false assunzioni solo per percepire indennità di malattia. Soprattutto nell’agricoltura si consumano numerosi crimini: vengono impiegati falsamente degli operai su terreni inconsistenti rispetto al numero di lavoratori; vengono denunciate giornate mai lavorate o rapporti fittizi. Tutto ciò solo al fine di ottenere indennità di malattia, maternità, contribuzioni figurative e assegni di disoccupazione nel caso del successivo licenziamento. Spesso le somme erogate dall’INPS vengono divise tra i falsi lavoratori e gli organizzatori della truffa.

Il reato di truffa ai danni dell’Inps viene commesso dal dipendente e dal datore di lavoro.

note

[1] Art. 640 bis cod. pen.


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