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Privacy tra colleghi di lavoro

23 Dicembre 2018


Privacy tra colleghi di lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Dicembre 2018



Quando un dipendente spia un collega, entra nel suo computer, ne registra le conversazioni o scatta foto può essere licenziato. Ecco i limiti della riservatezza che in azienda non possono mai essere travalicati.

Quando si parla di privacy sul luogo di lavoro si pensa quasi sempre ai limiti che lo Statuto dei lavoratori impone al datore: non fare indagini sulle opinioni (politiche, religiose, sindacali, ecc.) dei dipendenti, non avvalersi di telecamere e altri impianti audiovisivi a distanza rivolti a verificare il corretto svolgimento delle mansioni, non avvalersi di ispettori per il controllo del lavoro, ecc. Non si tiene però conto che esiste anche un codice sulla privacy tra colleghi di lavoro: una serie di doveri che chi lavora nella stessa azienda deve rispettare per non ledere la riservatezza di chi gli sta accanto. Il tutto, non solo nell’interesse dell’interessato, ma anche dello stesso datore di lavoro: non si produce bene in un ambiente ove regna la diffidenza reciproca, il ricatto, il dispetto. 

A prevedere quali sono le regole sulla privacy tra colleghi di lavoro non è un autonomo corpo di legge come lo è lo Statuto dei lavoratori, ma una serie di disposizioni situate qua e là in modo frammentario, una enorme moltitudine di sentenze e alcune raccomandazioni del Garante della Privacy. Scopo di questo articolo è coordinare tutte queste regole, dimodoché si sappia – senza dover fare grandi ricerche – quali sono gli obblighi da rispettare per non interferire nella riservatezza del proprio collega di lavoro, sia che si tratti del compagno di scrivania che di qualsiasi altro dipendente della stessa azienda.

Divieto di registrazioni video e audio sul luogo di lavoro

Saprai di certo che la legge non vieta di registrare o filmare una conversazione tra presenti all’oscuro del fatto di essere “intercettati”. Non devi cioè ottenere il consenso altrui per attivare il tasto “rec” sul registratore o per avviare l’app sul tuo cellulare. Per di più, il file così realizzato può essere utilizzato in un eventuale processo nel quale agisci per la tutela dei tuoi diritti (ad esempio una minaccia). 

Puoi registrare di nascosto una conversazione a patto che tu sia in quello stesso posto e partecipi alla discussione (non ti è consentito nascondere il registratore e andare altrove). In più non puoi registrare le conversazioni a casa degli altri perché la dimora è protetta dalla privacy (potresti però farlo a casa tua, nei confronti degli ospiti). Sul luogo di lavoro è vietato registrare le conversazioni tra colleghi a pena di licenziamento [1]. 

Ciò vale non solo per il lavoratore dipendente a tempo ma anche per quello con un part time o un parasubordinato (ad esempio, un contratto di collaborazione esterna), che presti attività stabile all’interno dell’azienda; chiunque presti attività nell’azienda, a prescindere dalla forma contrattuale, non può né essere oggetto di registrazione, né a sua volta usare il cellulare per registrare le conversazioni dei presenti all’insaputa degli stessi. La pena prevista per il reato di interferenze illecite è la reclusione da sei mesi a quattro anni.

La Cassazione [2] ha però ritenuto lecita tale condotta quando il dipendente agisce per procurarsi le prove di un abuso subito ai propri stessi danni, per difendersi ad esempio da un ingiusto licenziamento. La registrazione di conversazioni tra colleghi di lavoro effettuate sul posto di lavoro da parte di un dipendente all’insaputa dei colleghi stessi non costituisce né reato, né illecito disciplinare (passibile quindi di sanzione da parte del datore) se il lavoratore ha assunto tali iniziative per esigenze di tutela dei propri diritti. Non è necessario consenso dei lavoratori di cui siano state registrate le conversazioni se il dipendente ha agito per documentare una situazione conflittuale sul posto di lavoro e, in un’ottica di salvaguardia del proprio diritto alla conservazione del posto di lavoro, a fronte di contestazioni datoriali «non proprio cristalline.

In tutti gli altri casi, la registrazione sul lavoro è possibile solo con il consenso dell’interessato. 

La registrazione dei colleghi o del datore di lavoro, all’insaputa di questi, può però legittimamente avvenire fuori dall’azienda, in qualsiasi altro luogo (purché, come detto, non si tratti della loro dimora, residenza o ufficio). Pertanto, se vuoi evitare contestazioni, potresti invitare il collega in un bar e registrarlo in quella occasione oppure farti dare un passaggio nella sua auto e attivare in quel contesto il registratore. Difatti la giurisprudenza ha detto che spiare in auto non è reato. 

Per la stessa ragione, neanche il datore di lavoro può registrare in azienda una conversazione con il proprio dipendente. Se il capo ti chiamasse nel suo ufficio e ti spingesse a confessare un illecito, non potrebbe filmarti per poi utilizzare il file contro di te. Un comportamento del genere sarebbe vietato.

Non si può entrare sul computer del collega di lavoro

Altro comportamento vietato dalla normativa sulla privacy è entrare nel computer del collega di lavoro, senza il suo consenso, anche se questi ha disabilitato le credenziali di accesso lasciando lo schermo “scoperto”. Allo stesso modo, secondo la Cassazione [3], rischia il licenziamento chi usa la password del collega di lavoro per accedere a dei dati che lui non potrebbe visionare sul proprio pc. 

Diffondere notizie riservate, pettegolezzi o maldicenze sui colleghi comporta il licenziamento

Ogni lavoratore deve rispettare la privacy dei propri colleghi. Non può diffondere notizie riservate, vere o false che siano, che riguardino gli altri dipendenti dello stesso ufficio o di altri reparti. Rivelare ai colleghi la relazione amorosa tra due dipendenti può costare il posto. E questo perché, così facendo, si generano dissapori all’interno del luogo di lavoro che potrebbero rallentare la produzione e pregiudicare il buon funzionamento dell’azienda. Il licenziamento è quindi una misura rivolta non tanto a punire – come in questo caso – le interferenze nell’altrui privacy, ma quei comportamenti che minano all’efficienza del lavoro.

Ribadiamo: nel divieto non rientrano solo le maldicenze e i pettegolezzi fondati su “voci di corridoio”, ma anche le notizie reali che, tuttavia, possono offendere la reputazione o la sfera più intima. In questo concetto quindi rientrano i rapporti sentimentali o occasionali, o anche gli aspetti legati alla salute. Ad esempio, se un addetto al servizio medico o alla gestione del personale dovesse rivelare la patologia di cui è afflitto uno dei dipendenti potrebbe essere licenziato.

Il dipendente può fare la spia contro i colleghi?

Secondo alcune sentenze, un collega può fare la spia e denunciare al datore di lavoro un comportamento illecito commesso da un collega. Il fatto che il datore di lavoro utilizzi la testimonianza altrui per punire un lavoratore infedele non significa che ha posto in essere uno dei «controlli a distanza» vietati dallo Statuto dei lavoratori. A dirlo è stato, alcuni mesi fa, il Tribunale di Firenze [4]. Quindi, se il collega fa la spia, la sua testimonianza è valida e può essere utilizzata come prova.

È vero: lo Statuto dei lavoratori vieta [5] i controlli a distanza da parte del datore di lavoro; quest’ultimo non può cioè utilizzare dispositivi elettronici (come telecamere) o altri sistemi per indagare sull’esecuzione della prestazione lavorativa dei dipendenti (ad esempio per vedere se e quanto sono produttivi). Ciò non significa però che se uno dei lavoratori trova il modo per spiare un collega (ad esempio, guardando attraverso le pareti a vetro trasparenti, che separano le rispettive scrivanie) non possa poi dirlo al capo: la sua testimonianza potrà ben essere utilizzata come prova per avviare un procedimento disciplinare e, se il comportamento incriminato è talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto, si potrà arrivare al licenziamento. 

Accesso agli atti del procedimento disciplinare

A mitigare il rigore del principio da ultimo descritto c’è la seguente considerazione fatta sempre dalla Cassazione [6]: il dipendente al centro di un procedimento disciplinare può esigere di accedere agli atti del procedimento stesso per sapere da chi è partita la denuncia nei suoi confronti e quali documenti ha il datore di lavoro che dimostrano l’illecito. Questa trasparenza è necessaria a garantirgli il diritto di difendersi da accuse ingiuste che potrebbero costargli il licenziamento. 

È pertanto irregolare il procedimento disciplinare al lavoratore se il datore non gli mostra i documenti aziendali sui quali risulta fondata la contestazione e che servono all’incolpato per difendersi: il licenziamento adottato dall’azienda va dunque dichiarato illegittimo. Se è vero che l’accesso ai documenti nella sede disciplinare non è garantito dallo statuto dei lavoratori, questo però ne consente l’esibizione [7] quando l’incolpato ha bisogno delle carte per poter controdedurre agli addebiti. E ciò specialmente se riguardano, ad esempio, condotte episodiche e fatti risalenti nel tempo: a imporlo sono i principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto.  

Fotografie fatte dal collega di lavoro

Così come sono vietate le registrazioni tra colleghi sul luogo di lavoro, lo sono anche le fotografie o i filmati video. Ma non lo sono fuori dall’azienda. Ad esempio, se una persona, nel bel mezzo di una passeggiata, dovesse incontrare un collega di lavoro che sta facendo shopping ma che, nello stesso tempo, ha presentato al lavoro un certificato medico per malattia, potrebbe scattargli una foto con lo smartphone e inviarla al datore di lavoro. Ne abbiamo già parlato in Malattia: la foto scattata dal collega inchioda il dipendente. La ragione è semplice e, forse, costituisce il principio cardine di tutta questa trattazione: la privacy tra colleghi di lavoro esiste solo e unicamente sul lavoro, ma non fuori. Quindi, una volta valicati i cancelli dell’azienda si può tornare a fare ciò che tutte le altre persone possono fare: registrare, pedinare, scattare foto, ecc.

Se c’è un litigio tra colleghi si può essere trasferiti

Se un collega dovesse violare la tua privacy farai meglio a denunciarlo subito al datore di lavoro dopo aver reperito le opportune prove. Se decidi di non farlo, meglio non serbare rancori e, magari, vendicarsi con piccoli dispettucci. Questo perché, qualora il capo dovesse accorgersi di attriti all’interno dell’ufficio che possano pregiudicarne il funzionamento, potrebbe disporre l’allontanamento di uno dei dipendenti per «incompatibilità ambientale». E lo può fare a prescindere da chi abbia ragione e chi torto. In pratica si tratta di una misura non rivolta a punire il responsabile ma a preservare il funzionamento dell’azienda. Per maggiori approfondimenti sul tema leggi Il dipendente che litiga può essere trasferito?

note

[1] Cass. sent. n. 10430/2007; Cass. sent. n. 3837/1997.

[2] Cass. sent. n. 11322/18 del 10.05.2018 e ord. n. 11999/18 del 16.05.2018.

[3] Cass. sent. n. 12337/16 del 15.06.2017.

[4] Trib. Firenze, sent. n. 111/17 del 9.02.2017.

[5] Art. 4 Statuto dei lavoratori (legge 300/1970).

[6] Cass. sent. n. 7581/18.

[7] Art. 7 Statuto Lavoratori 


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