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Investire consapevolmente con tassi bassi

16 Gennaio 2019 | Autore: Paolo Remer


Investire consapevolmente con tassi bassi

> Business Pubblicato il 16 Gennaio 2019



I tassi bassi sono un duro banco di prova per il risparmiatore: come riuscire a ottenere rendimenti adeguati senza rischiare troppo? 

Chi investe si aspetta un rendimento proporzionato al rischio e adeguato alla durata in cui tiene impegnati i suoi soldi. I risparmi faticosamente accumulati dovrebbero crescere nel tempo, in modo da diventare un capitale accresciuto rispetto a quanto abbiamo investito. In un panorama di tassi di interesse bassi come quello che da alcuni anni stiamo attraversando è difficile ottenere rendimenti interessanti, pari a quelli ai quali eravamo abituati fino agli anni Novanta. Chi ha superato i 50 anni di età ricorda bene i tassi di interesse a doppia cifra che garantivano i normali titoli di Stato (come i BOT e i BTP) o i buoni postali, negli anni Settanta e Ottanta. Oggi quelle cifre sono solo un ricordo: i tassi recenti di questi prodotti non arrivano al 2% annuo. Occorre quindi fare una selezione accurata e intelligente dei prodotti che riescono a garantire gli interessi migliori, evitando però quelli che possono farci correre rischi di perdite intollerabili. In questo articolo vedremo che è possibile investire consapevolmente con tassi bassi, a condizione di non lasciarsi attirare dalle chimere di rendimenti elevati che in realtà non sono né garantiti né sicuri. Vedremo quindi come orientarci al meglio ed anche cosa evitare, in modo da raggiungere due fondamentali obiettivi: far crescere il nostro portafoglio e proteggerlo.

I tassi nominali e il tasso reale: come proteggersi dall’inflazione

I tassi di interesse sono il premio che ogni risparmiatore  attende dal proprio investimento: per orientarci dobbiamo innanzitutto capire cos’è e come si calcola questo “frutto del capitale”.

Il tasso di interesse è l’importo che viene riconosciuto al soggetto che ha “prestato” il suo capitale investendolo in un determinato titolo o prodotto finanziario. Viene espresso in termini percentuali sul capitale investito: così, se investi 10,000 euro in un’obbligazione che rende il 2% annuo per 5 anni, otterrai 200 euro all’anno, se è prevista la cedola, oppure l’intero ammontare alla fine, cioè quando ti verrà rimborsato il capitale maggiorato degli interessi maturati (ti saranno restituiti alla scadenza 11.000 euro, di cui 1.000 di interessi).

Tuttavia questo dato da solo dice molto poco: innanzitutto perché non considera la tassazione sui guadagni, cioè sui 1.000 euro dell’esempio (che può andare dal 12,5% per i titoli di stato al 26% per i prodotti bancari e obbligazionari) e i costi dell’investimento, a partire dalle commissioni di acquisto e di gestione; ma soprattutto perché non tiene conto che, nel periodo in cui gli interessi maturano, cresce anche quello che è il principale nemico del capitale investito: l’inflazione.

Nell’esempio che abbiamo fatto, se l’inflazione in quei cinque anni fosse stata del 3% annuo, alla fine avresti un capitale inferiore rispetto a quello iniziale, perché gli interessi non sarebbero stati sufficienti a coprire l’inflazione. Il potere di acquisto dei tuoi 11.000 euro dopo 5 anni sarebbe minore dei 10.000 euro iniziali. L’investimento fatto sarebbe stato negativo e avrebbe avuto un risultato in perdita.

Quindi i tassi di interesse sono strettamente correlati ai tassi di inflazione, che viene misurata costantemente ed anche “attesa”, cioè stimata e prevista, per il futuro. La buona notizia è che il mercato tiene conto del tasso di inflazione, cioè lo “incorpora” nei rendimenti dei titoli: infatti il motivo per cui fino agli anni Ottanta del secolo scorso i rendimenti erano a doppia cifra era perché l’inflazione galoppava.

Chi era disposto a investire i suoi soldi richiedeva un “premio” di rendimento cioè un interesse più elevato dell’inflazione. La stessa regola vale anche oggi: una società che emette un prestito obbligazionario per raccogliere capitali sul mercato deve promettere ai suoi investitori un investimento che superi l’inflazione, altrimenti non avrebbe senso investire.

Il paradosso è che negli anni recenti i tassi di interesse sono arrivati ad essere quasi zero e in certi casi addirittura negativi rispetto all’inflazione attesa, perché questa si è abbassata notevolmente rispetto al passato e contemporaneamente le banche centrali (FED negli Stati Uniti d’America e BCE per l’Europa) hanno adottato una politica monetaria di tassi bassi, costringendo tutti gli operatori ad adeguarsi.

Quindi ai fini pratici quello che conta in un investimento è il tasso di interesse reale: esso si calcola facendo la differenza tra il tasso “promesso” dal titolo e quello dell’inflazione. Ovviamente, se il titolo è a cedola fissa, noi possiamo soltanto ipotizzare quale sarà il tasso reale, perché non possiamo conoscere l’inflazione futura.

I mercati, però, formulano sempre previsioni su quale sarà l’andamento dell’inflazione e dunque dei tassi di interesse: in questo modo i titoli attualmente in circolazione – quelli già emessi e che è possibile acquistare perché non sono ancora arrivati a scadenza – hanno una quotazione che rapporta la cedola inizialmente stabilita ai tassi attuali. Per questo il loro prezzo varia ed è anche possibile perdere, se si vende il titolo prima della scadenza, quando nel frattempo i tassi di interesse sono variati rispetto alla data di emissione.

Per ridurre questo rischio ci sono comunque sul mercato molti titoli obbligazionari che sono strutturati a tasso variabile, cioè sono indicizzati ai tassi di inflazione futura in modo da garantire all’investitore un “premio” che la supera: ad esempio, un’obbligazione che dà una cedola pari al tasso di inflazione annuo (misurato secondo i consueti indici, per i prossimi 5 anni) più la maggiorazione di due punti percentuali.

Quel 2% in più oltre l’inflazione sarà il nostro “vero” rendimento, e farà crescere in modo reale il nostro capitale.

Dunque in ogni decisione di investimento dobbiamo cercare il tasso di interesse reale che sia superiore all’inflazione: il tasso desiderato sarà quello che ci soddisfa in termini di rapporto tra rischio e rendimento e tenendo conto della nostra propensione finanziaria.

Dove orientare in nostri investimenti

L’investitore consapevole è quello che considera un grado di rischio per accettabile, in modo da conoscere in anticipo se c’è la probabilità di perdere gli interessi o anche il capitale investito. Tuttavia, non c’è un profilo di rischio predefinito per tutti: ognuno ha le sue esigenze finanziarie, la sua programmazione dei bisogni futuri, un certo reddito e un capitale “di partenza” da investire e un’età diversa.

Dunque, non esiste un prodotto valido in via universale, ma come un’autovettura ci saranno molti modelli e versioni disponibili tra i quali sceglieremo quello più adatto alle nostre aspettative e che sia commisurato alla nostra situazione finanziaria reale.

Per operare bene questa scelta dobbiamo innanzitutto capire che tipo di investitori siamo: se abbiamo una tolleranza alle perdite possiamo rischiare di più per ottenere rendimenti maggiori, altrimenti sarà meglio orientarsi verso prodotti finanziari più sicuri che però ci garantiranno un rendimento minore.

Per conoscere le nostre esigenze dobbiamo anche stabilire il nostro orizzonte temporale, cioè il periodo di durata dell’investimento: se sappiamo di avere bisogno dei nostri soldi entro un anno (ad esempio per sostenere spese di acquisto di un’autovettura) dovremo orientarci su titoli e prodotti a breve scadenza. Se, invece, possiamo lasciare i nostri soldi investiti per un periodo lungo senza la necessità di doverli prelevare nel frattempo, potremo indirizzarci su titoli e prodotti finanziari a durate più lunghe (ve ne sono alcuni che arrivano a 10, 30 ed anche 50 anni) con la prospettiva di ottenere rendimenti ben maggiori.

Infatti una legge generale è che di solito a durate maggiori corrispondono tassi di interesse e dunque rendimenti maggiori: un BTP a 10 anni rende di più di un triennale, un conto bancario a deposito vincolato (non puoi prelevare la somma depositata per un certo periodo che di solito è di 12, 18, 24 o 36 mesi) dà un tasso maggiore di un conto corrente libero, nel quale puoi disporre liberamente dei soldi versati, prelevandoli anche il giorno dopo.

Dobbiamo renderci conto che investire senza rischi non è possibile: ogni investimento, anche il più sicuro, comporta inevitabilmente un certo grado di rischio. Ad esempio i titoli di stato della Germania o degli USA sono considerati i più sicuri del mondo e infatti offrono un tasso di interesse molto basso: ma anche per essi c’è il pericolo – pur se remoto e estremamente ridotto, di default – se si verificassero crisi politiche e finanziarie di livello mondiale.

L’Italia è considerato un Paese meno in grado di fronteggiare il proprio debito pubblico e così i suoi titoli di Stato devono offrire un rendimento maggiore a chi decide di acquistarli: il famoso spread misura appunto il differenziale che esiste tra i titoli nostrani e quelli tedeschi, considerati più sicuri.

Chi ha una bassa propensione al rischio – perché non può permettersi di perdere i propri capitali o ha bisogno di tornarne in possesso entro un breve termine – dovrà orientarsi verso titoli o prodotti a reddito fisso, come i titoli di stato o i conti deposito. Ci sono poi i titoli obbligazionari che offrono interessanti opportunità all’investitore consapevole. Vediamoli meglio e più in dettaglio.

I conti deposito

Teniamo presente che oggi lasciare i soldi depositati sul conto corrente frutta un interesse magrissimo, dello “zero virgola”, che non basta neppure a pagare le spese di tenuta del conto e le commissioni. Quindi sul conto dovranno essere tenute solo le somme necessarie alla liquidità corrente e alle spese prevedibili come prossime: il conto corrente non è uno strumento di investimento e non offre rendimenti adeguati alle esigenze del risparmiatore.

I conti deposito invece offrono interessi che oggi arrivano al 2% annuo circa. Le somme che si depositano sono vincolate per un certo periodo di tempo, in genere da sei mesi a tre anni, e gli interessi vengono riconosciuti solo se non vengono prelevate prima.

Sono adatti a chi desidera evitare il rischio (sono garantiti dal fondo interbancario di tutela dei depositi, fino a 100.000 euro) ed è certo di non dover rientrare in possesso dei soldi depositati prima della scadenza.

I titoli di stato

Chi vuole rischiare un po’ di più andando alla ricerca di un rendimento maggiore potrà acquistare titoli di Stato o obbligazioni. Rispetto al conto di deposito bancario c’è da fare qualcosa in più perchè occorre individuare e selezionare i tipi di titoli o di obbligazioni da acquistare.

Quanto ai titoli di stato italiani, ci sono i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) che pagano una cedola semestrale e hanno durate comprese dai 3 ai 50 anni a seconda dell’emissione.

In questi titoli la cedola, cioè il tasso di rendimento che viene riconosciuto, è fissa per tutta la durata, quindi anche se dopo l’acquisto i tassi scendono tu continuerai a ricevere la cedola predeterminata. Se però dovessi rivendere il titolo sul mercato prima della scadenza, e nel frattempo i tassi di interesse fossero saliti (magari perché l’inflazione è aumentata) saresti “punito” perché offriresti un titolo che paga una cedola più bassa rispetto a quella dei titoli di nuova emissione: quindi rivenderesti i tuoi BTP a un prezzo inferiore rispetto a quello nominale (in modo da garantire a chi li acquista una cedola con un tasso in linea con quello attuale: ci rimetterai tu e non chi acquista ora, perché lui potrebbe orientarsi sulle nuove emissioni e se compra il tuo pretende un tasso in linea con quelli del momento).

In pratica, se i tassi di interesse salgono di un solo punto percentuale, tu potrai perdere circa il 10% del tuo capitale se vendi i tuoi titoli a cedola fissa in un momento in cui i tassi sono diventati più alti rispetto a quelli della tua cedola. In poche parole, potresti perderci anche una parte consistente del tuo capitale. Se invece mantieni il tuo BTP fino alla scadenza, non avrai sorprese e avrai la tua cedola sempre garantita al tasso promesso, salvo il “rischio Paese” cioè di insolvenza dello Stato.

Ci sono anche BTP agganciati all’inflazione – si chiamano BTP Italia – e quindi a cedola variabile anzichè fissa: con questi il rischio di perdita del capitale è minore e si ha la certezza di ricevere ogni sei mesi un importo che varia nell’ammontare ma che garantisce sempre di “battere” l’inflazione cioè di superarla del livello prefissato.

Quindi i BTP possono rappresentare una scelta interessante per chi calcola che la cedola offerta sia fruttuosa: oggi siamo tra il 2% e il 4% annuo, a seconda della durata (quelli a scadenza più lunga rendono di più) mentre fino a qualche anno fa superavano il 5%.

I titoli obbligazionari privati

Le obbligazioni sono dei titoli che rappresentano i prestiti fatti a una società in cambio di un determinato tasso di interesse. Le emittenti sono di solito grandi gruppi industriali che hanno bisogno di raccogliere capitali per finanziarsi.

La sicurezza di questi titoli è inferiore rispetto a quella dei titoli di stato. La “qualità” delle obbligazioni e quindi il loro grado di sicurezza viene misurata con il rating, una classificazione in lettere fornita dalle principali agenzie finanziarie: le più sicure hanno la tripla A e poi a scendere fino alla lettera D.

Un piccolo investitore dovrebbe stare lontano da titoli che hanno rating di lettera C o inferiore, e stare attento anche a tutti i prodotti classificati sotto la lettera B: li potrà acquistare solo se consapevolmente decide di assumersi il rischio di perdite nel caso in cui la società emittente non fosse più in grado di rimborsare il capitale e gli interessi. Infatti se la società andasse in insolvenza e fallisse, l’obbligazionista non avrebbe tutele particolari diverse da quelle di un normale creditore.

C’è un modo, però, per acquistare prodotti obbligazionari diminuendo notevolmente il rischio che si avrebbe comprandoli singolarmente: comprando quote di fondi comuni di investimento, o di ETF agganciate agli indici obbligazionari, si entra in possesso di un “paniere” di titoli obbligazionari con caratteristiche similari.

Questo garantisce la diversificazione e consente di ridurre notevolmente il rischio di default di un singolo emittente, che inciderebbe soltanto in minima parte poiché il fondo o l’ETF investe in centinaia o migliaia di titoli diversi.

Acquistare obbligazioni attraverso un fondo comune di investimento consente anche di modulare in modo consapevole il grado di rischio che abbiamo prescelto in base alle nostre particolari esigenze di programmazione finanziaria: tutto questo può essere individuato meglio anche con l’aiuto del consulente finanziario o del gestore professionale del risparmio al quale vogliamo affidarci.

Ad esempio è possibile scegliere di non investire in obbligazioni con lettera inferiore alla A e così escludere quelle meno sicure; di concentrarsi sulle obbligazioni governative e quindi sui titoli di Stato oppure su quelle “corporate” cioè delle società private; di concentrarsi su determinate aree geografiche come l’Europa, il Nord America o i Paesi emergenti e di evitarne altre.

Ricordiamo che tutte le informazioni sulla tipologia del fondo di investimento sono pubbliche e devono obbligatoriamente essere rese note all’investitore prima di sottoscrivere il prodotto. In questo modo si eviteranno “sorprese” perché il fondo non potrà investire in tipologie diverse da quelle per le quali si è impegnato. Sarà il gestore del fondo a occuparsi dell’incasso periodico delle cedole, che a nostra scelta potranno essere prelevate oppure reinvestite nelle quote del fondo stesso in modo da accelerare i rendimenti e l’aumento del capitale.

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Di Paolo Remer


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