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Cosa deve fare una donna che subisce molestie

18 Gennaio 2019


Cosa deve fare una donna che subisce molestie

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Gennaio 2019



Come tutelarsi dai comportamenti molesti: quali fatti possono essere denunciati e come si procede.

Ti trovi sul posto di lavoro ed a un certo punto il dirigente del tuo ufficio ti chiama nella sua stanza dicendoti di volerti parlare. Dopo qualche minuto di conversazione, tuttavia, inizia a fare battute sul tuo abbigliamento e sul tuo aspetto fisico: sei imbarazzata ed in difficoltà, quindi ti affretti a salutarlo e a tornare alla tua scrivania. Nei giorni successivi la storia si ripete: le battute iniziano ad avere contenuto sessuale ed il tuo capo ti chiede insistentemente di vedervi fuori dall’orario di lavoro. La situazione diventa insostenibile e ti chiedi: cosa deve fare una donna che subisce molestie? Per saperne di più, continua a leggere il nostro articolo.

Molestie sessuali: cosa sono?

La condotta del tuo superiore costituisce senz’altro una forma di molestia sessuale: è infatti insistente, lede la tua dignità, non rispetta l’intimità della tua sfera personale.

Il codice penale contiene diverse norme che puniscono i comportamenti molesti: il generico reato di molestie [1], quello più grave di atti persecutori (cosiddetto stalking) [2] e quello sanzionato in modo ancora più severo che è violenza sessuale [3].

Il primo reato punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a cinquecentosedici euro, la persona che in luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure con l’utilizzo del telefono, realizza condotte moleste con insistenza o per motivi biasimevoli.

Se il tuo capo invia continui messaggi sul tuo cellulare invitandoti ad incontrarvi fuori dal posto di lavoro o se ti rivolge frasi a contenuto sessuale commette reato di molestie.

La Corte di Cassazione ha chiarito che costituisce molestia, ad esempio, il comportamento, prolungato nel tempo, di chi corteggia insistentemente, in maniera non gradita, una donna, proferendo espressioni a contenuto esplicitamente sessuale [4].

Tale forma di reato si differenzia sia da quello di atti persecutori che da quello di violenza sessuale.

Il delitto di atti persecutori si realizza quando un soggetto pone in essere condotte moleste o minacciose, ripetute nel tempo, che causano nella vittima uno stato di ansia e di paura o che la costringono a modificare le proprie abitudini di vita: il tuo capo commette stalking, ad esempio, se effettua chiamate insistenti al tuo cellulare con le quali ti minaccia di fartela pagare se non cedi alle sue richieste, causandoti in tal modo un vero e proprio stato di timore o costringendoti ad assentarti dall’ufficio per tale ragione.

Il reato di violenza sessuale viene posto in essere da chi con violenza, minaccia o abusando della propria autorità, costringe la vittima a compiere o subire atti sessuali; per “atto sessuale” il legislatore intende tutti quei comportamenti idonei ad esprimere desiderio sessuale e ad invadere la sfera personale della vittima tramite costringimento. Se il tuo capo ufficio non si ferma alle chiamate insistenti o alle battute a sfondo sessuale, ma si spinge oltre toccandoti, ad esempio, la coscia o il seno, commette il più grave reato di violenza sessuale.

Secondo la Corte di Cassazione costituisce violenza sessuale anche il palpeggiamento dei glutei poiché tale condotta può rientrare, anche se fugace o repentina, nella nozione di atti sessuali [5].

Tali delitti, come accennato, sono puniti con pene più severe: il primo con la reclusione da sei mesi a quattro anni, il secondo con la reclusione da cinque a dieci anni.

Il tuo datore di lavoro, proferendo insistentemente frasi irrispettose ed allusioni sessuali, ha commesso comportamenti indubbiamente molesti e sgraditi; tali azioni, inoltre, sono avvenute sul posto di lavoro abusando della sua posizione di potere nei tuoi confronti.

Ipotesi simili sono purtroppo ampiamente diffuse, tant’è che il legislatore, pur non prevedendo un reato specifico, ha fornito una definizione di molestie sessuali sul luogo di lavoro: con tale espressione si intendono tutti quei comportamenti indesiderati che vengono attuati per motivazioni che hanno a che fare con il sesso e che hanno l’effetto o lo scopo di violare oppure ledere la dignità di un dipendente generando un clima degradante, ostile, intimidatorio, offensivo o umiliante [6].

Sono vittima di molestie: che fare?

La condotta del tuo datore di lavoro ti ha profondamente turbato ed ha leso la tua dignità; ti chiedi quindi cosa fare.

Gli episodi di cui sei stata vittima sono perseguibili penalmente e quindi possono essere denunciati.

Puoi pertanto sporgere querela [7] presso la caserma dei carabinieri, la questura o la Procura della Repubblica e chiedere esplicitamente di punire il responsabile dei comportamenti molesti.

La querela è un atto proprio della persona offesa da un reato con la quale quest’ultima manifesta la volontà di perseguire l’autore della condotta illecita di cui è vittima.

Se decidi di sporgere querela per gli episodi di molestie subiti, quindi, dovrai esporre in modo dettagliato i fatti (descrivendo ad esempio specificatamente in cosa consistono le molestie, le circostanze di spazio e tempo in cui si sono verificate) e chiedere espressamente che si proceda in ordine agli stessi.

Bisogna tenere presente che il legislatore ha previsto un termine per denunciare: il diritto di querela va esercitato entro tre mesi dalla molestia (nei casi più gravi di stalking o violenza sessuale il termine previsto dalla legge è di sei mesi).

Pertanto, nel caso in cui il colpevole ha usato espressioni volgari a sfondo sessuale o ha messo in atto un corteggiamento invasivo, questi potrà essere perseguito per le molestie semplici: in tal caso il tempo che hai a disposizione per denunciare è di tre mesi.

Nel caso in cui, invece, il reato commesso è quello più grave della violenza sessuale, tenendo sempre presente che un “atto sessuale” non è necessariamente un rapporto completo, ma che in tale definizione ricade anche il gesto di appoggiare una mano su una zona erogena – e secondo diverse sentenze lo sono anche la coscia o il ginocchio – o dare un bacio sulle labbra contro il volere di chi lo riceve, il termine per denunciare l’accaduto è di sei mesi.

Chi riceve la querela provvede ad attestare la data e il luogo della presentazione, identifica la persona che la propone e trasmette gli atti all’ufficio del pubblico ministero; anche chi presenta la querela ha diritto ad ottenere l’attestazione di ricezione [8].

La querela può essere ritirata per remissione: puoi cioè chiedere che l’autore del fatto di reato non sia più perseguito penalmente [9]. La remissione non opera però in materia di reati sessuali: se quindi il tuo capo ha posto in essere atti sessuali nei tuoi confronti (ad esempio palpeggiamenti delle parti intime o baci indesiderati), una volta presentata la querela, non potrai ritirarla ed il procedimento penale nei suoi confronti andrà avanti.

La ricezione della querela da parte dell’autorità giudiziaria avrà come conseguenza l’iscrizione del querelato nel registro degli indagati e l’avvio delle indagini nei suoi confronti: in questa fase il pubblico ministero, personalmente o tramite la polizia giudiziaria, effettua delle ricerche per valutare se il fatto da te denunciato ha fondamento oppure no [10].

Se quanto denunciato ha fondamento, il querelato verrà messo a conoscenza del procedimento penale a suo carico ed invitato a nominare un difensore di fiducia e a prepararsi al processo [11].

Hai quindi deciso di denunciare il tuo datore di lavoro per le molestie sessuali subite. A questo punto però ti domandi se tale scelta possa ritorcersi contro di te e ti chiedi se rischi di perdere il lavoro.

La legge, a tutela della vittime di molestie sessuali, stabilisce che il dipendente o la dipendente che denuncia il datore di lavoro per molestie sessuali non può più essere licenziato/a o trasferito/a salvo sia in malafede e, cioè, abbia consapevolmente dichiarato il falso. [12]

In base a tale normativa, il tuo capo non può licenziarti per via della querela che hai sporto nei suoi confronti: l’eventuale licenziamento ritorsivo o discriminatorio è nullo e comporta la reintegra sul posto di lavoro, così come sono nulli anche gli eventuali demansionamenti (ossia le retrocessioni del lavoratore a mansioni inferiori rispetto alla qualifica professionale).

note

[1] Art. 660 cod. pen.

[2] Art. 612 bis cod pen.

[3] Art 609 bis cod. pen.

[4] Cass. pen. sent. n. 55713 del 12.12.2018.

[5] Cass. pen. sez. III sent. n. 5515 del 14/01/2016.

[6] D. Lgs. n. 198 dell’11.04.2006 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna).

[7] Art. 336 cod. proc. pen.

[8] Art. 107 disp. att. cod. proc. pen.

[9] Art. 152 cod. pen.

[10] Artt. da 405 a 408 cod. proc. pen.

[11] Art. 415 bis cod. proc. pen.

[12] L. n. 205 del 27.12.2017.


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