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Rimborso buoni fruttiferi postali serie P

26 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Dicembre 2018



Come funziona il rimborso dei buoni serie Q/P delle Poste Italiane? Quali tassi di interesse si applicano? Quale timbro viene impresso dalle Poste?

Praticamente non esiste italiano che, in passato, non abbia sottoscritto un buono presso le Poste Italiane. La ragione è molto semplice: in passato i buoni postali avevano un rendimento molto molto alto, tanto che, depositando una piccola somma, se ne poteva ricavare una pari a dieci volte tanto. Ti faccio un esempio: un buono ordinario postale del valore di un milione di lire sottoscritto trent’anni fa vale, ora, oltre dieci milioni (più di cinquemila euro, in poche parole). Oggi, invece, gli interessi sui titoli postali sono pressoché azzerati; di qui il crollo del loro gradimento tra i risparmiatori. La storia del rimborso dei buoni fruttiferi postali è però lunga e complessa: fino al 1986 i rendimenti per i buoni ordinari erano davvero molto alti; in quell’anno, a causa di un decreto ministeriale, i tassi di interesse sono stati rivisti al ribasso, penalizzando i sottoscrittori. Si è creato, così, una frattura tra coloro che possedevano buoni fruttiferi postali sottoscritti prima del 1986 e coloro che, al contrario, ne hanno acquistati successivamente a questa data. Le Poste Italiane, infatti, non sempre hanno provveduto ad adeguare i tassi di interesse alle nuovi previsioni, ingenerando nei consumatori la convinzione (legittima) di avere ancora diritto ai vecchi tassi di interesse, più alti. Per limitare le conseguenze di tale divergenza, le Poste italiane hanno applicato, sul retro dei buoni emessi posteriormente al 1986, un timbro di adeguamento dei tassi alla nuova normativa: in pratica, se anche tu possiedi un buono fruttifero postale emesso negli anni immediatamente successivi al 1986, è molto probabile che troverai sul retro un timbro che prevede dei tassi inferiori a quelli stampati in originale sul buono stesso. Come ti dirò nel corso di questo articolo, a prevalere sono i tassi apposti col timbro, i quali annullano quelli prestampati. Le cose, però, non sono sempre così semplici: molti possessori di buoni fruttiferi postali, infatti, hanno notato che il timbro non corregge proprio tutti i tassi d’interesse, ma solo alcuni. In altre parole, il timbro apposto successivamente non andrebbe a modificare per intero la tabella degli interessi presente su ogni buono. In particolare, questo problema si pone per una particolare categoria di buoni fruttiferi postali: quelli avente serie Q/P. con questo articolo vorrei soffermarmi proprio su quest’ultimo aspetto. Pertanto, se l’argomento ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: ti parlerò del rimborso buoni fruttiferi postali serie P.

Buoni fruttiferi postali: cosa sono?

Prima di parlarti del rimborso buoni fruttiferi postali serie P ti spiegherò brevemente cosa sono i buoni postali e cos’è il rimborso di questi titoli. I buoni fruttiferi postali sono strumenti di risparmio emessi dalla Cassa depositi e prestiti, società per azioni a partecipazione statale controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e distribuiti in via esclusiva dalle Poste Italiane.

A differenza dei titoli che puoi sottoscrivere presso altri istituti di credito, i buoni fruttiferi postali sono garantiti direttamente dallo Stato: essi sono pertanto strumenti finanziari equiparabili ai Buoni del Tesoro (Bot) ma, a differenza di questi ultimi, la cui oscillazione sul mercato può comportare dei rischi per l’investitore, sono sicuri perché sono sempre rimborsati al loro valore nominale: in altre parole, il capitale versato viene sempre restituito.

Rimborso buoni postali: cos’è?

Chi sottoscrive i buoni fruttiferi postali compie una doppia operazione: da un lato, mette praticamente al sicuro i suoi risparmi, depositandoli presso le Poste italiane; dall’altro, lucra sugli interessi che annualmente i titoli maturano. Gli interessi sono il corrispettivo che viene dato ai risparmiatori che si privano del loro denaro per metterlo a disposizione delle Poste. Il meccanismo è analogo al deposito bancario, insomma.

Per ottenere gli interessi, il possessore del titolo deve chiedere il rimborso dei buoni postali: solo in questo momento egli potrà vedersi restituita la somma iniziale, maggiorata degli interessi. Un tempo quest’operazione era davvero lucrosa poiché, come anticipato nell’introduzione, gli interessi promessi dalle Poste erano allettanti. Oggi le cose sono cambiate e, anche a causa della crisi economica, i tassi di interesse applicati ai buoni si avvicinano praticamente allo zero.

Interessi buoni postali serie P: quali sono?

Veniamo ora al rimborso buoni fruttiferi postali serie P. Questi buoni hanno riscosso molto successo all’epoca, poiché garantivano tassi d’interesse davvero allettanti. I buoni fruttiferi postali della serie P sono titoli trentennali, nel senso che producono interessi fino al trentesimo anno dalla sottoscrizione (per essere più precisi, fino al 31 dicembre del 30esimo anno solare successivo a quello di emissione).

Gli interessi applicati sono direttamente previsti sul retro del titolo, ove potrai leggere una tabella che prevede i seguenti scaglioni:

  • dal primo al terzo anno dalla sottoscrizione: 9% di interessi;
  • dal quarto all’ottavo anno: 11%;
  • dal nono al quindicesimo anno: 13%;
  • dal sedicesimo al ventesimo anno: 15%;
  • dal ventunesimo anno fino alla scadenza: un incremento pari a 516,300 £ (266,64 euro) per ogni bimestre successivo maturato fino al 31 dicembre del 30esimo anno solare successivo a quello di emissione.

Dal primo gennaio del 31esimo anno solare successivo a quello di emissione, il buono postale si intende scaduto e, pertanto, non è più fruttifero, cioè non produce più interessi. A partire da questo momento, inoltre, decorre il termine di prescrizione decennale.

Rimborso buoni postali serie P: come funziona?

Il problema che si pone per il rimborso dei buoni postali serie P è legato alla presenza o meno del timbro postale sul retro del buono. Devi sapere, infatti, che un decreto ministeriale del 1986 [1] ha rivisto i tassi di interessi, riducendoli in questa maniera:

  • fino al quinto anno, gli interessi ammontano all’8%;
  • dal sesto al decimo anno: 9%;
  • dall’undicesimo al quindicesimo anno: 10,50%;
  • dal sedicesimo al ventesimo anno: 12%.

Oltre alla contrazione degli interessi, la legge ha introdotto anche la ritenuta fiscale, ora pari al 12,50 %, mentre inizialmente i buoni fruttiferi postali ne erano esenti.

Secondo il decreto ministeriale del 1986, i nuovi tassi di interesse si sarebbero dovuti applicare non soltanto ai buoni emessi successivamente alla sua entrata in vigore, ma anche a quelli già in circolazione, cioè già sottoscritti. In pratica, anche chi aveva aderito alle vecchie condizioni (più favorevoli), avrebbe dovuto subire una contrazione del tasso d’interesse.

Sul punto è però intervenuta la Corte di Cassazione [2], la quale ha stabilito che al risparmiatore si applicano i tassi di interesse e, più in generale, le condizioni stabilite sul retro del buono al momento della sottoscrizione, non essendo possibile una modifica peggiorativa in corso di rapporto. Eccezione a questa regola si ha solamente nel caso in cui le Poste Italiane, al momento della sottoscrizione del buono, abbiano apposto sul retro il timbro con cui la tabella degli interessi viene aggiornata al decreto del 1986.

In pratica, se trent’anni fa hai sottoscritto un buono postale fruttifero serie P, potrai avere queste due situazioni:

  • se sul retro del buono non c’è alcun timbro postale, valgono per te gli interessi originari stabiliti nella tabella (quelli in vigore prima del 1986, in pratica);
  • al contrario, se sul retro, sulla tabella originaria, è stato apposto il timbro delle Poste con cui i tassi di interesse sono ridotti nella misura che ti ho spiegato nel paragrafo precedente, allora si applicheranno questi interessi, prevalenti su quelli stampati originariamente sul retro. Inoltre, sulla parte frontale del buono, dovrebbe esservi un altro timbro che riporta la dicitura Serie Q/P, la quale sta a significare che il buono, originariamente della serie P, è stato tramutato in serie Q, quello cioè rispettoso dei tassi meno vantaggiosi.

Rimborso buoni postali serie P/Q: cosa fare?

Ti ho spiegato, quindi, come i tuoi buoni postali serie P siano stati trasformati in serie Q con la semplice apposizione dei timbri sul fronte e sul retro del titolo. Abbiamo anche detto che a prevalere sono le tabelle apposte sul retro di ogni buono, a meno che Poste italiane non li abbia aggiornati apponendo il famoso timbro di cui sopra.

Un altro problema che si pone per il rimborso dei buoni fruttiferi postali serie Q/P è che il timbro spesso non dice come devono essere calcolati gli interessi a partire dal 21esimo anno. In altre parole, l’aggiornamento fatto dalla Poste attiene soltanto agli scaglioni fino al 20esimo anno, nulla dicendo su cosa debba accadere successivamente. Secondo lo storico dei tassi applicati sui buoni fruttiferi postali, dal 21esimo al 30esimo anno si dovrebbe applicare sempre il tasso del 12%.

In realtà, poiché il timbro con i tassi aggiornati tace sul punto, dovrebbe prevalere ciò che è stabilito dalla tabella stampata sul retro del buono, e cioè un incremento pari a 516,300 £ (266,64 euro) per ogni bimestre successivo maturato fino al 31 dicembre del 30esimo anno solare successivo a quello di emissione.  La differenza non è di poco conto.

Sul punto esistono almeno due decisioni dell’Arbitro Bancario Finanzario che danno ragione ai consumatori: in assenza di specificazione da parte del timbro, si applicano le condizioni previste dalla tabella originaria. Pertanto, devono essere riconosciute le condizioni contrattualmente convenute e descritte sui titoli stessi; nello specifico, deve essere riconosciuto a vantaggio del ricorrente dal 21° al 30° anno il rendimento stampato originariamente a tergo del titolo [3].

note

[1] D.m. 13 giugno 1986.

[2] Cass., Sez. Un., sent. n. 13979/2007; Cass., sent. n. 4761/2018.

[3] Arbitro Bancario Finanziario Milano, decisione n. 475 del 23/01/2013; decisione n. 5998 del 29 giugno 2016.

Autore immagine: Pixabay.com


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