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Posso aumentare l’orario di lavoro ai dipendenti senza pagare?

27 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Dicembre 2018



Il datore di lavoro può aumentare il numero di ore lavorative settimanali per far fronte a picchi di attività senza riconoscere maggiorazioni?

Durante particolari periodi dell’anno si verificano picchi di attività lavorativa in diversi settori: ai periodi di “superlavoro” non sono soggette soltanto le aziende del turismo e del commercio, ma si trovano ad affrontare periodi di attività intensa anche gli studi professionali, ad esempio nelle settimane a ridosso di particolari scadenze.

Se sei un datore di lavoro, e ti trovi a far fronte a delle attività extra che non puoi gestire sulla base della normale organizzazione della tua azienda o del tuo studio, devi sapere che non sei sempre obbligato ad assumere nuovo personale in queste circostanze: puoi ricorrere, nel caso in cui il contratto collettivo applicato lo consenta, alla flessibilità oraria. La flessibilità oraria, a differenza del ricorso al lavoro straordinario, non prevede il riconoscimento di maggiorazioni ai dipendenti.

«Quindi posso aumentare l’orario di lavoro ai dipendenti senza pagare di più?» Ti starai sicuramente chiedendo. La risposta è generalmente positiva: bisogna prima verificare, tuttavia, che cosa prevede il contratto collettivo al riguardo.

Alcuni contratti collettivi, difatti, richiedono, a fronte dell’aumento dell’orario lavorativo, il recupero attraverso la fruizione di un orario ridotto nei periodi di minore attività; altri consentono il recupero attraverso la maturazione di permessi aggiuntivi, i cosiddetti permessi banca ore. Altri ancora calcolano l’orario lavorativo come media in un determinato periodo: l’orario settimanale può essere dunque aumentato o diminuito, a seconda delle attività da svolgere, purché si rispetti la media fissata dal contratto in un determinato periodo.

Ma vediamo più nel dettaglio in quali cas si può aumentare l’orario di lavoro ai dipendenti senza riconoscere maggiorazioni della paga.

Passaggio da part time a full time

In primo luogo, se alcuni dipendenti hanno un orario part time, cioè ridotto, è possibile che il loro orario sia aumentato, anche temporaneamente, se il contratto collettivo applicato lo prevede e se è stato previsto nel contratto di lavoro, oppure se è stato stipulato un apposito accordo col lavoratore in sede protetta. Questi accordi sono detti clausole elastiche: in pratica, quando sono previste le clausole elastiche, è possibile aumentare l’orario part time del dipendente, ossia obbligarlo a prestare lavoro supplementare (che non va confuso col lavoro straordinario, in quanto le ore di attività straordinaria sono quelle che eccedono l’orario ordinario full time).

Nella maggior parte dei casi, però, il lavoro supplementare è retribuito con delle maggiorazioni della paga, a meno che il contratto collettivo non preveda maggiorazioni. Se il contratto collettivo non dice nulla sul lavoro supplementare, va riconosciuta una maggiorazione che ammonti almeno al 15%.

Per non pagare le maggiorazioni e aumentare le ore lavorative al dipendente, si può comunque variare l’orario lavorativo, col passaggio al full time o ad un maggior numero di ore part time: è indispensabile, però, l’accordo scritto col lavoratore.

Il datore di lavoro, in parole semplici, non può cambiare l’orario del dipendente part time di testa propria, senza il suo consenso.

Aumento dell’orario di lavoro nelle aziende terziario, commercio e servizi

In base alle previsioni del contratto collettivo Terziario, Distribuzione e Servizi, è possibile aumentare l’orario di lavoro, nei periodi in cui l’attività è più intensa, da 40 a 44 ore, senza che scatti la maggiorazione per il lavoro straordinario. L’attività extra deve essere però recuperata nei 12 mesi successivi, con periodi di minor lavoro.

Questa possibilità è riconosciuta fino a un massimo di 16 settimane.

Aumento dell’orario di lavoro negli studi professionali

Per quanto riguarda gli studi professionali, è possibile far fronte ai picchi di lavoro utilizzando la flessibilità oraria dei dipendenti.

In base alle previsioni del contratto collettivo di lavoro degli studi professionali [1], difatti, le 40 ore di orario normale settimanale possono essere calcolate riferendosi alla durata media dell’attività svolta nel corso di 6 mesi.

Nel caso in cui sia superato l’orario normale con la flessibilità, al dipendente è riconosciuta una maturazione maggiorata dei permessi, oltre ai riposi compensativi, in misura pari alle ore di lavoro prestate oltre le 40 settimanali.

Nello specifico:

  • se non si superano le 44 ore settimanali, spetta un permesso extra pari a 30 minuti per ciascuna settimana di sforamento dell’orario contrattuale;
  • se si superano le 44 ore settimanali, spetta un permesso extra pari a un’ora per ciascuna settimana di sforamento dell’orario contrattuale.

In ogni caso in una settimana non si possono superare 48 ore di lavoro.

Ai lavoratori in flessibilità è corrisposta la retribuzione relativa all’orario settimanale contrattuale, senza maggiorazioni e diminuzioni, sia nei periodi di attività extra che in quelli di attività ridotta.

Se i permessi aggiuntivi per flessibilità non sono goduti, devono essere pagati con la maggiorazione prevista per il lavoro straordinario, entro il sesto mese successivo al termine del programma di flessibilità.

La flessibilità deve essere comunicata dal datore di lavoro ai dipendenti destinatari, definendo il limite di orario settimanale (da 41 a 48 ore settimanali).

Se si supera l’orario definito in regime di flessibilità per ciascuna settimana, va pagato lo straordinario.

note

[1] Art.75 Ccnl Studi Professionali.


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