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Cartella di pagamento del marito: la moglie è responsabile?

27 Dicembre 2018


Cartella di pagamento del marito: la moglie è responsabile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Dicembre 2018



Responsabilità solidale per i debiti fiscali: il coniuge può essere tenuto a pagare i debiti dell’altro?

Se dovesse arrivare una cartella di pagamento al marito, quali rischi corre la moglie? Potrà vedersi pignorare i propri beni? E se la casa è in comunione può essere salvata almeno per metà? A domandarselo sono numerose donne, mogli di imprenditori, professionisti o autonomi che, nel tempo, hanno accumulato debiti col fisco. Ma anche la moglie del dipendente che non ha versato l’Imu, la Tasi, la Tari o il bollo auto potrebbe rischiare il pignoramento del conto cointestato, il fermo dell’auto familiare o, addirittura, l’ipoteca sulla casa. E non è tutto. In alcuni casi la moglie è anche obbligata in solido con il marito per il versamento delle imposte. Di tanto parleremo in questo articolo; spiegheremo cioè se la moglie è responsabile per la cartella di pagamento del marito.

Coniugi coobbligati in solido per la cartella Irpef

I coniugi sono coobbligati in solido nel momento in cui hanno presentato la cosiddetta dichiarazione dei redditi congiunta. Si tratta di una possibilità riconosciuta da una vecchia legge del 1977. La norma concede ai coniugi la facoltà di presentare, su un modello unico (Modello 730 e non il Modello Unico), la dichiarazione dei redditi di entrambi. La liquidazione delle imposte va commisurata separatamente sul reddito complessivo di ciascun coniuge.

In caso di dichiarazione dei redditi congiunta presentata negli anni passati, la responsabilità solidale della moglie si estende solo all’omesso versamento dell’Irpef, degli interessi e delle sanzioni iscritte a ruolo in nome del marito. La cartella viene notificata al marito ma per i coniugi sussiste ugualmente la responsabilità solidale.

La responsabilità della moglie per i debiti del marito

Tutti i beni cointestati ai coniugi, anche se in regime di separazione dei beni, sono pignorabili per i debiti sorti in capo a uno solo dei due. Il pignoramento però si limiterà al 50% del bene stesso. Facciamo un esempio. Su un conto corrente cointestato alla moglie e al marito, su cui vi sono depositati 4mila euro, l’Agenzia Entrate Riscossione può pignorare fino a massimo 2mila euro. La banca è quindi obbligata a sottrarre, alla disponibilità dei correntisti, tale somma “bloccata” dall’Esattore. Marito e moglie hanno 60 giorni di tempo per pagare il debito; in caso contrario l’importo pignorato viene trasferito direttamente all’Agente della Riscossione.

Addirittura, a rischiare è anche il conto corrente intestato interamente alla moglie se in regime di comunione dei beni. Secondo infatti la giurisprudenza, il creditore potrebbe pignorare i beni di quest’ultimo, benché non debitore, per i crediti dell’altro coniuge (quello debitore). Anche in questo caso, però, il pignoramento può essere di massimo il 50%.

Stesso discorso vale per la casa caduta in comunione dei beni: l’Agente della riscossione può iscrivervi ipoteca nonostante la proprietà sia di entrambi i coniugi. Ipoteca, tuttavia, che può essere iscritta solo per debiti superiori a 20mila euro.

Il pignoramento della casa in comunione dei beni oppure cointestata ai coniugi in separazione dei beni può avvenire nei limiti del 50%: significa che la metà dell’importo ricavato dalla vendita forzata va restituito al coniuge non debitore. Ricordiamo comunque che il pignoramento della casa può avvenire solo se il debito supera 120mila euro e il valore dell’immobile (o della somma degli immobili di proprietà del contribuente) è superiore a 120mila euro.

Non è possibile il pignoramento della casa cointestata se questa è l’unico immobile di proprietà del debitore; la casa deve essere anche non di lusso e luogo di residenza.

Come abbiamo visto già per il conto corrente, anche per la casa interamente intestata alla moglie in regime di comunione dei beni vale la pignorabilità per i debiti del marito. Anche qui il pignoramento si spinge a massimo la metà del valore del bene con la conseguenza che, una volta venduto, il 50% del ricavato sarà restituito alla moglie.

Marito con debiti: si può optare per la separazione dei beni?

Quando uno dei due coniugi ha contratto dei debiti ogni azione volta a dividere i patrimoni, come la separazione dei beni o la stessa separazione consensuale, può essere revocata entro cinque anni. In assenza di revocatoria, però, il creditore non potrà estendere il pignoramento al coniuge non debitore.

In sintesi: conviene la comunione o la separazione dei beni?

Volendo sintetizzare tutto ciò che si è detto sinora possiamo così riassumere la questione:

  1. coniugi in comunione dei beni: l’Agente della riscossione può pignorare sempre il 50% di tutti i beni che ricadono nella comunione stessa a prescindere da chi sia il formale intestatario. Non può quindi pignorare la casa acquistata dalla moglie non debitrice prima del matrimonio o da questa ricevuta in eredità o in donazione anche dopo il matrimonio. La corresponsabilità vale per qualsiasi tipo di debito con il fisco;
  2. coniugi in separazione dei beni: l’Agente della riscossione può solo pignorare gli eventuali beni cointestati, ossia che i coniugi hanno deciso di comprare in comproprietà, dividendo le quote. In tal caso il pignoramento si estende solo al 50% del bene. Anche in tal caso la corresponsabilità vale per qualsiasi tipo di debito con il fisco.

A conti fatti è sicuramente più conveniente la separazione dei beni.


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