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Diritto all’oblio

20 Gennaio 2019


Diritto all’oblio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 Gennaio 2019



L’utilizzo delle tecnologie e, in particolare, di internet pone ogni giorno nuove questioni da risolvere nell’ambito della tutela della riservatezza dei propri dati personali.

Si sente spesso parlare di diritto all’oblio ma non sempre si ha la reale consapevolezza di cosa si intende con questa espressione. La problematica del diritto all’oblio è figlia dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni e della presenza di ciascuno di noi nella rete e, in particolare, nei social network. La questione del diritto all’oblio non riguarda di certo solo l’Italia ed ha, anzi, avuto i primi riconoscimenti proprio al di fuori del nostro Paese. E’ stata in particolare la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ad affrontare per prima tale tematica e darle una risposta positiva, riconoscendo il diritto all’oblio. E in Italia? Prima del GDPR non esisteva una norma che stabilisse il diritto all’oblio e dunque, anche in Italia, è toccato alla giurisprudenza ed alla dottrina dare un posto a questo diritto, interpretarlo e introdurlo nel nostro sistema giuridico. In realtà la norma del GDPR sul diritto all’oblio disciplina qualcosa di ben diverso da ciò che comunemente viene definito diritto all’oblio.

Cos’è il diritto all’oblio?

Non esiste una definizione di legge del diritto all’oblio. E’ stata dunque la dottrina a fornire questa nozione. Il diritto all’oblio viene generalmente definito come il diritto di ogni soggetto a che non  siano ripetutamente pubblicate notizie sul suo conto.

In particolare questo interesse sussiste quando le notizie pubblicate non sono aggiornate, sono ormai fuori contesto e la loro pubblicazione è dettata da ragioni commerciali.

Emerge immediatamente che esiste un insanabile contrasto tra diritto all’oblio e diritto di cronaca. Da un lato, il soggetto che non vuole più vedere il suo nome e la sua foto pubblicate online con riferimento a fatti ormai vecchi e superati. Dall’altro lato il diritto di cronaca e l’interesse della collettività a conoscere i fatti storici riportati. E’ un conflitto in verità non sanabile ma sicuramente si può trovare un giusto equilibrio tra i diversi interessi in gioco.

In effetti, un interesse della gente a conoscere fatti recenti è comprensibile e può anche comportare il sacrificio del diritto all’oblio, ma dopo molto tempo si può ancora reprimere il diritto all’oblio a favore del diritto di cronaca?

Ma in cosa consiste il diritto all’oblio? Questo diritto viene anche detto diritto ad essere dimenticati. In sostanza, un soggetto può avere interesse a non leggere più il proprio nome all’interno di articoli o news pubblicate online, oppure a non vedere più il suo nome associato a determinati fatti accaduti tempo fa.

Il diritto all’oblio non ha nulla a che vedere con la tutela della propria identità personale. Quest’ultimo diritto infatti riguarda l’interesse di ciascuno a che la propria immagine pubblica non sia danneggiata, non subisca attacchi e non venga denigrata. Il diritto all’oblio potrebbe anche riguardare notizie che parlano bene di sé stessi e che dunque non intaccano negativamente la propria immagine pubblica.

Come abbiamo accennato sopra, il diritto all’oblio si scontra con il diritto di cronaca: le persone hanno diritto di essere informate, ma anche i “protagonisti” di quelle informazioni hanno diritto a essere dimenticati e a non restare per sempre sbattuti in qualche articolo online. Come conciliare questi due diritti, entrambi sicuramente legittimi e giustificati?

Innanzitutto è bene chiarire che il diritto di cronaca deve essere esercitato all’interno di determinati limiti, chiariti anche dalla giurisprudenza. In particolare, il diritto di cronaca deve rispettare:

  • il requisito della continenza formale: nell’esprimersi occorre mantenere un linguaggio contenuto nell’esposizione dei fatti storici che ne costituiscono oggetto;
  • il requisito della corrispondenza a completezza e verità: ciò che viene riportato deve costituire il frutto di un accertamento serio.

Diritto all’oblio e diritto alla riservatezza

Come abbiamo detto per moltissimi anni non è esistita nessuna norma specifica che disciplinasse il diritto all’oblio.

E’ toccato dunque alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in una celebre sentenza del 2014 [1] a riconoscere tale diritto.

In quella decisione la Corte di Giustizia ha riconosciuto che l’esposizione perdurante o reiterata di un determinato soggetto al pregiudizio che gli crea la pubblicazione di una certa notizia e/o video e/o pose fotografiche finisce per ledere la sfera privata del soggetto stesso. Da ciò nasce il riconoscimento del diritto all’oblio come diritto dell’individuo a non ricevere il danno che possa derivargli dalla ripetuta pubblicazione di un certo contenuto che lo danneggia nel web.

E’ evidente che il diritto all’oblio non lo si può sovrapporre con il diritto alla riservatezza. Nel diritto all’oblio, infatti, si dà per scontato che ci sia già stata una certa lesione della riservatezza. O meglio, l’oggetto del diritto all’oblio non è qualsiasi notizia che mette in discussione la riservatezza della persona, ma solo quelle notizie non più attuali ma che continuano ad essere diffuse e a ledere, per qualche ragione, la persona che ne è oggetto.

Il diritto all’oblio nella giurisprudenza recente

Di recente anche la Cassazione ha ribadito che non è possibile prescindere da una valutazione bilanciata tra il diritto all’informazione che è soddisfatto dalla cronaca giornalistica e i cosiddetti diritti fondamentali della persona, tra cui si può senza dubbio collocare anche la riservatezza della persona [2].

Ciò che conta, ad avviso della Cassazione, nell’effettuare tale bilanciamento è l’interesse pubblico alla diffusione e pubblicazione della notizia.

In poche parole, nel ragionamento della Cassazione, la privacy e la riservatezza dell’individuo non potranno mai impedire di pubblicare determinate vicende che siano caratterizzate da un forte interesse pubblico che ne giustifica la divulgazione. In ogni caso, pur essendo sempre ammissibile la pubblicazione di notizie di interesse pubblico, le modalità di diffusione devono sempre minimizzare il danno alla riservatezza degli individui [3].

Sicuramente nella maturazione del diritto all’oblio il fattore temporale assume un’importanza strategica. E’ evidente che con il passare del tempo l’interesse pubblico alla diffusione e pubblicazione di una certa notizia va scemando, fino a scomparire completamente.

Quando un fatto, una vicenda, perde qualsiasi interesse pubblico torna ad essere un fatto privato e non può dunque più giustificarsi la lesione dei diritti dell’individuo che la sua pubblicazione comporta. Il diritto all’oblio dunque matura con il tempo: man mano che l’interesse pubblico alla diffusione di una certa notizia viene meno, va ad irrobustirsi il diritto all’oblio e la pretesa del soggetto di tornare nell’anonimato.

Come si tutela il diritto all’oblio?

Si sente spesso dire che internet, il web, non dimentica nulla. Infatti non stupisce che ognuno di noi può ritrovare in rete notizie molto risalenti nel tempo.

Sul piano concreto, una delle forme più efficaci di tutela per dare piena attuazione al diritto all’oblio è rappresentata dalla deindicizzazione. Si tratta di una operazione tecnica attraverso cui non sarà più possibile attraverso una ricerca nel web reperire certi link e certi riferimenti.

Di recente il Garante per la protezione dei dati personali ha accolto in parte un ricorso [4] proveniente da una persona che richiedeva la deindicizzazione ed ha imposto la rimozione degli URL già indicizzati tra i risultati di ricerca che escono fuori digitando il nome e il cognome dell’individuo stesso sia in ambito europeo che extra UE .

La deindicizzazione è sicuramente l’operazione tecnica principale con cui dare attuazione al diritto all’oblio.

Se la deindicizzazione serve a “neutralizzare” un certo nome, un certo oggetto di ricerca nel web un altro strumento utile soprattutto quando la lesione deriva da uno specifico articolo o contenuto web è la rimozione del contenuto stesso.

La Cassazione ha fatto notare che gli articoli pubblicati nei giornali online possiedono una capacità di diffusione particolarmente elevata e, dunque, quando è ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente, il trattamento dei dati personali dei soggetti coinvolti nell’articolo non dovrebbe più avere luogo [5].

Il diritto all’oblio nella giurisprudenza CEDU

In Europa non fanno notizia solo le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione Europea ma anche le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Questa Corte ha il compito di verificare se vengono poste in essere delle lesioni della CEDU, ossia della Carta europea dei diritti umani.

Non deve stupire che sia la Corte di giustizia dell’Unione europea sia la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si trovano spesso a prendere posizione su analoghe norme e su analoghi diritti invocati dai cittadini. Ci sono, infatti, dei diritti che vengono riconosciuti sia dalle Costituzioni dei Paesi membri, sia dalle norme di diritto europeo sia dalla Carta europea dei diritti umani. Ed è quindi possibile che tutti e tre i livelli si pronuncino in materia.

E’ il caso del diritto all’oblio che è stato di recente oggetto di attenzione da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

La Corte di Strasburgo, in particolare, è stata chiamata a pronunciarsi sulla presunta violazione di alcune norme della CEDU.

Esiste una norma della Carta europea dei diritti umani [6] che tutela il rispetto della vita privata e familiare.

Ebbene, la prolungata esposizione di un soggetto ai danni che gli derivano dalla pubblicazione di notizie, foto, video e qualsiasi contenuto che lo riguarda potrebbe costituire una lesione del diritto al rispetto della vita privata e famigliare stabilito dalla CEDU.

In questo caso torna di nuovo lo scontro che dicevamo prima tra diritto all’informazione e alla pubblicazione di notizie di interesse pubblico e diritto del soggetto al rispetto della vita privata e familiare stabilito dalla CEDU.

Se un cittadino, che ritiene leso questo suo diritto, si rivolge ad un giudice nazionale, questo dovrà, secondo quanto sancito dalla Corte CEDU, effettuare un ragionevole bilanciamento tra il diritto alla libertà di espressione, che trova anch’esso una specifica tutela nell’art. 10 della Carta dei diritti umani e il diritto al rispetto della vita privata e familiare [7].

E’ molto interessante il ragionamento seguito dalla Corte CEDU che indica al giudice nazionale quali elementi occorre tenere in considerazione per ponderare da un lato il diritto alla manifestazione del pensiero ed il diritto di cronaca e dall’altro il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Nell’effettuare tale bilanciamento il giudice deve valutare:

  • il grado di celebrità della persona;
  • il metodo utilizzato;
  • la veridicità della notizia;
  • le conseguenze che derivano dalla diffusione della notizia.

La Corte di Strasburgo precisa che quando la notizia riguarda procedimenti e/o condanne penali relative a fatti rilevanti, di interesse pubblico, come ad esempio casi di corruzione di personaggi conosciuti o che rivestano cariche importanti, oppure in casi gravi ed efferati, l’interesse pubblico alla notizia non va scemando nel tempo ma resta al contrario sempre attuale in quanto i singoli cittadini hanno diritto ad informarsi anche su cose accadute tempo fa e a ricostruire le vicende storiche. In questi casi non può esserci dunque spazio per il diritto all’oblio.

Inoltre la Corte di Strasburgo valorizza anche il ruolo avuto dai soggetti che ora invocano il diritto all’oblio nella diffusione e divulgazione della notizia: se furono loro stessi ad adoperarsi affinché la notizia divenisse pubblica è difficile riconoscere poi il diritto all’oblio [8].

Diritto all’oblio: cosa prevede il GDPR

Per molto tempo, come detto, il diritto all’oblio è stato completamente rimesso alla giurisprudenza non essendoci alcuna norma che ne parlasse.

Con l’entrata in vigore del GDPR, ossia del nuovo regolamento europeo relativo al trattamento dei dati personali, le cose sono cambiate.

Il GDPR contiene infatti una norma [9] che si chiama proprio diritto all’oblio. Ma non occorre farsi trarre in inganno. Dopo l’entusiasmo iniziale è infatti emerso che tale norma incide ben poco sul tema del diritto all’oblio ossia del diritto ad essere dimenticati.

Occorre infatti premettere che la norma specifica non si applica al diritto alla libertà di espressione e di informazione.

Il diritto all’oblio previsto dal GDPR è quindi solo il diritto alla cancellazione dei propri dati personali da parte di un altro soggetto, ossia del titolare del trattamento.

In pratica, se un soggetto ha trattato i dati per una certa finalità, quando tale fine viene meno, il soggetto al quale i dati personali si riferiscono può chiederne la cancellazione.

Facciamo un esempio. Tizio invia il proprio CV ad una società che ha indetto una selezione per assumere un impiegato. Dopo 1 anno dall’assunzione dell’impiegato, un altro concorrente ha diritto a chiedere a quella società di cancellare i suoi dati (e quindi distruggere il CV) in quanto la finalità per cui sono stati raccolti è ormai venuta meno.

La norma del GDPR non fa altro che confermare ed adeguare al mondo del digitale il principio del diritto alla cancellazione dei dati quando essi non sono più necessari alle finalità per cui sono stati raccolti.

E allora il GDPR in cosa è innovativo? La parte innovativa del diritto all’oblio previsto dal GDPR consiste nel dovere imposto al titolare del trattamento che riceve una richiesta di cancellazione dei dati personali, quando i dati sono stati “resi pubblici” dal titolare stesso.

In questo caso infatti la norma del GDPR prescrive al titolare del trattamento non solo di cancellare i dati, ma anche“tenuto conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione” di adottare “misure ragionevoli, anche tecniche” per trasmettere la richiesta anche agli altri titolari del trattamento che stanno utilizzando i dati dei quali si chiede la cancellazione.

Tale obbligo vige quando la richiesta di cancellazione ha ad oggetto “qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali”.

La norma è un passo in avanti verso il riconoscimento del diritto all’oblio anche se, come abbiamo detto, la norma si guarda bene dall’entrare nel terreno delicatissimo del rapporto tra diritto alla privacy e diritto di cronaca/manifestazione del pensiero.

Vedremo quale attuazione ne verrà data nella concreta implementazione del GDPR.

note

[1] Corte di Giustizia dell’Unione Europea sent. C- 131/12 del 13.05.2014.

[2] Cass. sent. n. 13161 del 24.06.2016.

[3] Cass. sent. n. 16111 del 26.06.2013.

[4] Garante per la protezione dei dati personali, provvedimento del 21.12.2017.

[5] Cass. sent. n. 13161 del 24.06.2016.

[6] Art. 8 Carta europea dei diritti umani.

[7] Corte CEDU sez. V sent. n. 71233-13, 19.10.2017.

[8] Corte CEDU sent. n. 60798-65599/10, 28.06.2018.

[9] Art. 17 GDPR.


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