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Busta paga in parte in nero: cosa fare?

30 Dicembre 2018


Busta paga in parte in nero: cosa fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Dicembre 2018



Fuoribusta: se l’azienda ti paga parte dello stipendio in nero e la busta paga è più bassa di quello che percepisci, cosa rischi e cosa ti conviene fare per difendere i tuoi diritti?

Dopo alcune settimane di prova, il tuo datore di lavoro ti ha promesso l’assunzione. Quando però ti è stato dato il contratto ti sei accorto che si tratta solo di un part time. Deluso, sei andato a reclamare: l’accordo era per un contratto a tempo pieno. Il capo però ti rassicura: lavorerai tutta la giornata, ma una parte dello stipendio sarà in nero. In pratica avrai una busta paga inferiore allo stipendio che ti sarà materialmente erogato a fine mese. Non ci vuole una laurea in legge per comprendere che percepire metà dello stipendio in nero non è legale; ma ti chiedi ugualmente quali siano gli svantaggi e i rischi di una tale situazione. Di sicuro non sei tu a commettere l’evasione contributiva, né stai violando la legge. Ciò nonostante, qualora un giorno volessi far valere i tuoi diritti e pretendere un’assunzione piena, potresti farlo? Insomma, cosa fare se la busta paga è in parte in nero? Lo capiremo qui di seguito.

Nero fuori busta paga: rischi per l’azienda 

Il contratto di lavoro in nero espone il datore a due ordini di rischi. Il primo è quello delle sanzioni amministrative per la violazione delle norme in materia lavoristica e contributiva, sanzioni che ricadono solo sull’azienda, non anche sul dipendente. Il secondo è l’azione del dipendente che, fino a cinque anni dopo la conclusione del rapporto di lavoro, può far valere le proprie pretese e, oltre a richiedere le differenze retributive, può pretendere la ricostruzione della sua contribuzione previdenziale.

Le sanzioni all’azienda

Soffermiamoci innanzitutto sul primo aspetto, quello cioè relativo alle sanzioni inflitte dallo Stato. L’illecito viene commesso tanto nell’ipotesi in cui il lavoratore non sia stato “denunciato” all’ufficio del lavoro (ossia quando lavora completamente “in nero”), quanto nel caso in cui, pur regolarmente assunto, non siano state dichiarate le ore effettivamente svolte. È proprio l’esempio da cui siamo partiti, quello cioè del nero fuori busta paga. In questa ipotesi il dipendente è sì formalmente assunto, ma agli occhi dello Stato lavora di meno di quanto effettivamente avviene.

Scatta la sanzione amministrativa per la mancata consegna del prospetto di paga con la retribuzione che va da 125 a 770 euro.

C’è poi l’omesso versamento ritenute previdenziali a carico dei lavoratori per il quale scatta la reclusione sino a 3 anni e multa 1032€

Si applica poi la sanzione sino a 5000 euro per pagamento dello stipendio in contanti, se il fuoribusta viene versato cash (così come è normale che sia visto l’intento evasivo).

Il datore ci guadagna solo apparentemente: in prima battuta infatti risparmia sulle imposte e sui contributi. Ma, a ben vedere, si sottopone a un rischio ben più pensate: l’azione del dipendente.

L’azione del dipendente

Anche il dipendente può agire contro l’azienda: nonostante il contratto di lavoro indichi un numero di ore inferiori a quelle svolte e nonostante egli abbia accettato, per diverso tempo, una parte dello stipendio in nero, può ugualmente “denunciare” il datore all’ispettorato del lavoro per chiedere la rettifica dell’orario di lavoro. Rettifica che avverrà con effetto retroattivo, ossia a partire da quando gli ispettori del lavoro accertano la diversità dell’orario effettivo rispetto a quello dichiarato. L’azione può essere svolta anche direttamente in tribunale affinché il giudice trasformi il contratto part-time in uno full-time.

Il datore di lavoro verrà condannato a pagare le differenze retributive (se mai ve ne fossero rispetto alla paga base prevista dal contratto collettivo nazionale) e i contributi sulla parte di busta paga in nero. In più dovrà versare le tasse, le relative sanzioni e interessi.

Il dipendente che sia stato pagato in contanti potrebbe anche sostenere di non aver mai ricevuto alcuno stipendio, cosa che imporrebbe al datore la prova contraria (cosa tutt’altro che facile da reperire in assenza di quietanze scritte e firmate).

Il conto, insomma, può essere molto salato se si tiene conto del fatto che il lavoratore può agire anche alla fine del rapporto di lavoro, e fino a cinque anni dopo la risoluzione del contratto, chiedendo l’accertamento di tutto il periodo lavorativo, dal primo all’ultimo anno.

In più, per il “lavoro grigio” spetta il risarcimento del danno al lavoratore in via equitativa.

Per il dipendente è facile dimostrare il rapporto di lavoro in nero: gli basterà trovare qualche testimone che dichiari di averlo visto lavorare in orari diversi rispetto a quelli indicati nel contratto di lavoro.

Nero fuori busta paga: rischi per il dipendente

Il dipendente può essere responsabile per il lavoro in nero solo nella misura in cui stia percependo la Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione, quando invece non gli è dovuta. Prendere la disoccupazione e lavorare integra il reato di falsità ideologica in atto pubblico [1]. Si rischia la reclusione fino a due anni. Il lavoratore infatti rilascia all’Inps una dichiarazione falsa circa il proprio stato di disoccupazione al solo fine di trarne un vantaggio economico. Inoltre, nel momento in cui percepisce le Naspi, il dipendente rischia un’incriminazione per percezione di erogazioni ai danni dello Stato [2], con reclusione da sei mesi a tre anni. A ciò si aggiunge, infine, la condanna a restituire tutte le somme percepite in modo illegittimo dall’Inps.

Se il dipendente prende in busta paga non più di 8mila euro, può prendere l’assegno di disoccupazione pur lavorando (leggi Come avere l’assegno di disoccupazione lavorando); tuttavia, se oltre alla paga normale prende una parte in nero allora commette i reati appena indicati.


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