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Come abbassare la febbre

8 Febbraio 2019 | Autore: Salvatore Guarro


Come abbassare la febbre

> Salute e benessere Pubblicato il 8 Febbraio 2019



La febbre è un’importante risposta difensiva dell’organismo contro le cause che ne scatenano l’insorgenza. Se è eccessivamente elevata, però, può comportare diversi svantaggi. Dunque è opportuno tenerla sotto controllo ed abbassarla con l’utilizzo di farmaci antipiretici oppure con oli naturali.

Il tuo bambino ha la febbre? Sei preoccupato perché non conosci quali sono i rimedi utili a farla abbassare? Questo, allora, è l’articolo giusto per te. Continuando la lettura del pezzo, infatti, potrai capire, nella maniera più semplice e chiara possibile, come abbassare la febbre. Prima che inizi a leggere l’articolo, è opportuno precisare che il seguente pezzo non intende e non può sostituire il consulto del medico, ma ha soltanto la pretesa di rendere un po’ più chiaro e comprensibile l’argomento in oggetto. Per cui, prima di curare te stesso o il tuo bambino febbricitante con uno dei rimedi riportati di seguito, ti consigliamo di parlarne col tuo medico di famiglia, il quale ti prescriverà la terapia più adeguata al tuo caso. Fatta questa necessaria e dovuta puntualizzazione cominciamo a parlare di tale stato patologico.

Cos’è la febbre?

L’uomo, come tutti i mammiferi, è un organismo omeoterme, capace cioè di mantenere la temperatura corporea entro livelli costanti (che nel caso dell’uomo è di circa 37°C).

Variazioni dei valori di riferimento della temperatura possono avvenire sia in condizioni fisiologiche (per esempio la temperatura corporea aumenta di 0.5-0.8°C durante il pomeriggio per una maggiore attività muscolare; la temperatura aumenta di circa 0.6°C nelle donne durante la fase di ovulazione e luteinica del ciclo mestruale per poi decrescere durante le mestruazioni; ecc.) sia in condizioni patologiche come nel caso della febbre e dell’ipertermia. Entrambe le condizioni sono caratterizzate da un aumento della temperatura corporea, ma esse differiscono molto nella patogenesi, cioè nel modo con cui si manifestano.

Nell’ipertermia risultano insufficienti i meccanismi preposti alla termoregolazione (cioè alla regolazione della temperatura corporea) come accade, ad esempio, nel colpo di calore (tipico esempio di ipertermia dovuto alle avverse condizioni ambientali – caldo ed umidità – che rendono impossibile la dispersione del calore prodotto dal corpo).

La febbre, invece, è una risposta adattativa complessa e coordinata dal sistema nervoso autonomo (SNA) che attiva meccanismi di difesa o di reazione al danno. Tale risposta comporta un incremento della temperatura corporea (di 2-3°C o più) che avviene senza modifiche delle condizioni ambientali.

Questo aumento è ottenuto grazie a due contributi:

  1. il primo (che è anche quello più precoce) di termoconservazione è legato al processo di vasocostrizione superficiale (processo che rallenta il flusso ematico nei vasi che si trovano a livello dell’epidermide) coadiuvato dalla vasodilatazione (processo che favorisce il flusso di sangue) a favore degli organi interni;
  2. il secondo, invece, di neotermogenesi (processo che porta alla produzione di calore a livello dei tessuti periferici) da parte di vari tessuti il cui metabolismo viene innalzato.

Classificazione della febbre

La febbre, in base all’intensità, può essere classificata nei seguenti modi:

  • temperatura subfebbrile, che indica l’intervallo di temperatura che va dai 37°C ai 37.4°C;
  • febbricola, che si riferisce al range che va dai 37.5°C ai 37.9°C;
  • febbre moderata, che si riferisce all’intervallo che va dai 38°C ai 38.9°C;
  • febbre elevata, che indica il range che va dai 39°C ai 39.9°C;
  • iperpiressia, che infine indica la temperatura di 40°C e quelle superiori.

Patogenesi della febbre

Anche se a molti potrebbe sembrare strano, la febbre è un meccanismo attivo di difesa.

Molti batteri (come ad esempio quello della sifilide o il treponema pallidum), infatti, crescono solo a temperature relativamente basse e l’aumento della temperatura corporea indotto dalla febbre, quindi, può essere terapeutico perché impedisce la sopravvivenza e la replicazione di tali patogeni.

La reazione al danno indotta da questi, inoltre, porta all’attivazione delle cellule che compongono il sistema immunitario innato (soprattutto monociti e macrofagi), le quali, a loro volta, rilasciano i pirogeni endogeni (molecole prodotte dall’organismo capaci di interagire direttamente col centro termoregolatore che si trova nell’ipotalamo).

Tra questi citiamo:

  • TNF (fattore di necrosi tumorale, sia nella forma α che β), il più pericoloso perché irrita i nervi periferici provocando dolore;
  • Interferone γ;
  • Interleuchine 1 e 6.

I pirogeni endogeni raggiungono l’ipotalamo e stimolano la produzione di prostaglandine (sostanze di natura lipidica che vengono prodotte all’interno dell’organismo) con dei meccanismi che alterano il processo di termoregolazione che, spostandosi verso valori più alti del normale, induce un aumento della temperatura corporea.

I mediatori pirogenici superano la barriera ematoencefalica e stimolano i neuroni termoregolatori (coinvolti, cioè, nella regolazione della temperatura corporea), i quali, a loro volta, inducono la produzione di prostaglandine (soprattutto di PGE2) e l’attivazione dei geni delle ATPasi ioniche (geni che hanno l’informazione per la sintesi delle pompe sodio/potassio e delle pompe per il calcio); delle termogenine I e II (proteine disaccoppianti che producono calore) e gli enzimi del metabolismo energetico e lipolitico (necessari per la sintesi dell’ATP che è la molecola energetica della cellula).

Tutte queste proteine contribuiscono in varia misura al processo di neotermogenesi che è necessario a mantenere elevata la temperatura corporea per periodi di tempo più lunghi (4-8 giorni o più).

Aspetti clinici della febbre

La febbre viene descritta da una curva termica che ne evidenzia gli aspetti qualitativi e quantitativi. Analizzando i diversi parametri della curva, infatti, sono stati identificati diversi tipi di febbre che permettono un orientamento diagnostico sulla causa che si sottende alla sua genesi.

La curva termica descrive l’andamento della temperatura corporea nelle varie fasi della malattia e del processo febbricitante. In essa si si distinguono tre fasi:

  • fase piretogena (fase d’innalzamento termico) che è legata alla produzione di interleuchine ed al progressivo spostamento del punto di termoregolazione. Questo, poi, induce una sensazione di ipotermia (freddo) che, conseguentemente, determina un aumento della neotermogenesi, che si estrinseca con i caratteristici brividi (contrazioni muscolari generalizzate che inducono un aumento della temperatura), e della diminuzione della termodispersione (meccanismo con il quale il corpo cede il calore che viene prodotto in eccesso);
  • fase del fastigio, in cui la temperatura corporea è più elevata e si mantiene per settimane/giorni/ore a seconda dello stimolo che induce la febbre (mancano le sensazioni di freddo ed i brividi perché ormai si è raggiunto un nuovo equilibrio termico);
  • fase di defervescenza, la quale può avvenire sia velocemente che lentamente. Nel primo caso essa si verifica per crisi (ad esempio in seguito all’assunzione di aspirina) perché la temperatura scende in modo brusco a seguito di un’elevata sudorazione. Nel secondo caso, invece, la defervescenza avviene per lisi (ad esempio nell’influenza) perché la febbre decade progressivamente nel giro di qualche giorno.

Tipi clinici di febbre

A seconda della durata e delle modalità di passaggio da una fase all’altra, è possibile distinguere diverse tipologie di febbre, a loro volta legate di solito a specifiche patologie:

  • febbre continua: in cui le fluttuazioni quotidiane della temperatura sono inferiori ad 1°C e la febbre persiste nel tempo (4/5 giorni) per poi scomparire dopo qualche ora per crisi. È tipica di patologie quali per esempio la polmonite;
  • febbre remittente: in cui la variazione della temperatura subisce delle oscillazioni giornaliere anche molto ampie (nell’ordine dei 2-3 gradi), senza mai scendere ai valori fisiologici (cioè normali in un soggetto sano). È solitamente indice di infezioni di tipo virale;
  • febbre intermittente (ondulante): in cui la febbre sale e scende durante il giorno, per poi scomparire al mattino (apiressia). È legata, di norma, a un’infezione batterica (sepsi);
  • febbre ricorrente (periodica): in cui si evidenziano picchi febbrili (alle volte anche iperpiressia) intervallati da periodi di tempo più o meno lunghi (a seconda della causa che scatena queste febbri) in cui la temperatura ritorna ai valori normali. Un esempio tipico è la malaria;
  • febbre di origine sconosciuta (F.U.O.): in cui si osserva un innalzamento della temperatura corporea a valori superiori ai 38.5°C che durano 3 settimane. Non è possibile stabilire con certezza le cause che le determinano, ma si può ipotizzare che si tratti di mutazioni, malattie infiammatorie croniche, neoplasie maligne o febbre da farmaci.

Sintomatologia della febbre

I sintomi che accompagnano le manifestazioni febbrili si devono alla naturale evoluzione del processo e sono:

  • brividi (soprattutto nella fase iniziale);
  • malessere generale;
  • cefalea (mal di testa);
  • inappetenza;
  • nausea;
  • dolori muscolari e articolari;
  • sudorazione;
  • convulsioni;
  • confusione mentale;
  • irritabilità;
  • delirio da Herpes simplex.

Per questo motivo è fondamentale che un medico competente valuti il quadro complessivo attraverso gli opportuni esami diagnostici. In linea di massima, comunque, il consiglio è di cercare di tener bassa la febbre tramite appositi farmaci antipiretici.

Terapia per la febbre

Nonostante si tratti di un meccanismo di difesa fisiologico (naturale del nostro organismo) è opportuno che la febbre venga monitorata con attenzione e saper distinguere quando è necessario rivolgersi al medico oppure al più vicino pronto soccorso. La temperatura si può misurare con il termometro in diverse aree del corpo.

La “soglia critica”, però, varia a seconda della zona (ascellare, rettale, orale, etc.) in cui viene misurata. Oltre alla misurazione costante, è consigliabile restare a riposo (possibilmente a letto), seguire un’alimentazione leggera e bere molto: la febbre causa, infatti, disidratazione, che deve essere opportunamente compensata.

Una terapia a base di farmaci è consigliata quando la febbre è causata da infezioni batteriche o in caso di un’influenza stagionale. L’efficacia di rimedi quali l’applicazione di ghiaccio o delle spugnature (su fronte, polsi, polpacci e caviglie) è invece relativa.

L’abbassamento della temperatura che ne deriva, infatti, è solo temporaneo. Oltre a ciò, bisogna ricordare che la febbre è quasi sempre associata alla presenza di un’altra patologia. Di conseguenza il suo trattamento è necessariamente solo sintomatico (cioè curare la febbre non comporta l’eliminazione della causa che determina l’insorgenza della malattia).

È diffuso, a tal proposito, l’utilizzo improprio di antibiotici, i quali sono efficaci solo se la febbre è causata da infezioni di tipo batterico. Attualmente si è soliti utilizzare immediatamente farmaci antipiretici al primo accenno di innalzamento febbrile della temperatura corporea.

Questo approccio terapeutico, però, non è del tutto corretto. Con un tale trattamento, difatti, si perdono i benefici di preziose informazioni diagnostiche sul tipo di febbre ed, inoltre, si perde la risposta difensiva che la febbre mette in atto causando uno svantaggio all’organismo.

In ogni caso, è opportuno trattare le iperpiressie e le febbri alte che tendono a prolungarsi nel tempo. I farmaci antipiretici maggiormente adoperati sono: gli inibitori della cicloossigenasi (COX, enzima ossigeno-dipendente che interviene nella biosintesi delle prostaglandine) ed i glucocorticoidi. I primi inibiscono la produzione di PGE2 e abbassano, di conseguenza, la febbre.

Tra questi, quasi tutti i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) hanno azione antipiretica inibendo le due forme di COX(COX-1 e COX-2). L’acido acetil-salicilico (aspirina), per la sua bassa tossicità, rimane il FANS più adoperato, mentre l’antipiretico principe è il paracetamolo (tachipirina).

I glucocorticoidi, invece, hanno una doppia azione antipiretica. Anzitutto inibiscono l’enzima fosfolipasi A2, che altrimenti libererebbe l’acido arachidonico dai fosfolipidi di membrana che, a sua volta, verrebbe utilizzato per la sintesi di PGE2 e quindi indurrebbe un aumento della temperatura.

Una seconda importante azione antinfiammatoria di questa classe di sostanze è, poi, l’inibizione dell’espressione dei geni proinfiammatori ed, in particolare, quelli che portano l’informazione per la sintesi delle citochine pirogene (proteine che determinano un innalzamento della temperatura).

Oltre ad una terapia farmacologica, è possibile curare la febbre anche con un approccio basato sull’utilizzo di oli essenziali. Tra questi citiamo:

  • olio di cajeput (i suoi vapori, infatti, svolgono un’azione battericida nei confronti di streptococchi beta emolitici, diplococchi, diverse specie di stafilococchi e nei riguardi di alcuni virus responsabili di influenza e febbre, affezioni alle vie respiratorie e del sistema urogenitale);
  • olio essenziale di bergamotto (che ha proprietà antipiretiche);
  • olio di timo (che è impiegato con successo nelle infezioni batteriche che colpiscono le vie urinarie, il sistema respiratorio e l’intestino ed è utile anche in presenza di tosse, raffreddore e febbre);
  • olio essenziale di tea tree o malaleuca (che è considerato uno degli oli essenziali più potenti, in virtù dell’azione antibatterica, antivirale e antifungina ad ampio spettro);
  • olio essenziale di eucalipto (che è utile in caso di raffreddore, mal di testa, cistite e sinusite).

Prevenzione

È possibile prevenire l’insorgenza della febbre compiendo dei semplici gesti quotidiani, come, ad esempio:

  • ridurre al massimo il rischio di esposizione alle malattie infettive;
  • lavare sempre accuratamente le mani, specie prima dei pasti;
  • non mettere le mani in bocca o nel naso;
  • ripararsi bene prima di uscire ed evitare le correnti d’aria.

Quando rivolgersi al medico in caso di febbre

In generale, una febbre moderata in ragazzi ed adulti può essere tranquillamente gestita autonomamente con farmaci da banco. Una valutazione da parte del medico diventa, però, necessaria quando:

  • la temperatura corporea supera 39.5°C in un adulto o 38.5°C in un bambino;
  • la febbre non è molto elevata, ma interessa una donna nel 1° o nel 3° trimestre di gravidanza;
  • ad avere la febbre è un neonato o un bambino che ha avuto convulsioni in precedenza;
  • sono presenti sintomi che fanno pensare a malattie specifiche (ad esempio, eruzioni cutanee tipiche di malattie esantematiche);
  • ad avere la febbre è una persona anziana o affetta da patologie croniche importanti (cardiopatie, diabete, insufficienza renale, deficit immunitari, ecc.);
  • il soggetto colpito si trova in uno stato di torpore e reagisce poco agli stimoli;
  • se, a seguito dell’attacco febbrile, il malato presenta perdita di coscienza oppure allucinazioni;
  • la temperatura corporea resta elevata nonostante l’assunzione di antipiretici;
  • la febbre compare e si attenua periodicamente a distanza di ore o giorni;
  • la febbre è bassa, ma persiste per più di 2-3 settimane.

Permesso per malattia per i dipendenti con la febbre

Una volta che hai compreso come si manifesta la febbre e come curarla, potresti chiederti: esiste qualche tutela per i dipendenti con la febbre? Fortunatamente la risposta a questa domanda è affermativa.

Il lavoratore ammalato, infatti, ha il diritto a richiedere l’esenzione a svolgere le proprie funzioni lavorative chiedendo un permesso per malattia.

Per poterlo ottenere, l’impiegato ha l’obbligo di:

  • avvisare il datore di lavoro lo stesso giorno o, al massimo, entro quello successivo con una telefonata, un sms, una mail o un fax;
  • sottoporsi a visita medica presentandosi presso l’ambulatorio del proprio medico di base, il quale, poi, comunicherà telematicamente il certificato di malattia all’Inps che, a sua volta, lo metterà a disposizione (sempre telematica) del datore di lavoro. Quest’ultimo potrà chiedere, se lo ritiene necessario, la visita fiscale. Occorre precisare, però, che è compito del lavoratore accertarsi che il proprio medico abbia inviato il certificato di malattia all’Inps;
  • restare a casa nelle fasce di reperibilità per sottoporsi alla visita fiscale. In particolare, il lavoratore ha l’obbligo di essere reperibile presso l’indirizzo abituale o il domicilio occasionale durante tutta la durata della malattia. L’assenza alla visita medica di controllo ed il rifiuto a sottoporsi al controllo medico possono comportare l’applicazione di sanzioni disciplinari, tra le quali il licenziamento per giusta causa e determinare la non indennizzabilità delle giornate di malattia.

Di Salvatore Guarro


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