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Legge malattia lavoro

30 Gennaio 2019


Legge malattia lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Gennaio 2019



Lavorare è un diritto ed anche un dovere. Ma se ci si ammala?

Fino ai primi anni del novecento il rapporto di lavoro era un rapporto commerciale come un altro. Il dipendente “affittava” al datore di lavoro le proprie ore di lavoro e veniva pagato solo per le ore effettivamente lavorate. Se il lavoratore non era in condizione di lavorare non veniva pagato e non c’erano leggi che limitassero abusi e sfruttamento della manodopera. Poi sono intervenute le leggi sociali che, progressivamente, hanno introdotto tutta una serie di tutele a favore del lavoratore. Le leggi sul lavoro partono dal presupposto che datore di lavoro e lavoratore sono in una posizione di forte squilibrio. Il datore di lavoro è in una posizione di forza ed il lavoratore in una posizione subalterna. Per questo le leggi intervengono a tutelare il lavoratore che, da solo, non potrebbe ottenere condizioni di lavoro dignitose in quando troppo debole rispetto al datore di lavoro. Tra le situazioni di difficoltà del lavoratore che la legge sul lavoro ha preso in considerazione c’è la malattia. In questo articolo approfondiamo il tema sulla legge malattia lavoro.

Che cos’è la malattia?

Come abbiamo detto, prima dell’entrata in scena della legislazione sociale il lavoratore era pagato a prestazione.

Facciamo un esempio. Tizio offre le proprie prestazioni di manutentore ad un’azienda. Nel sistema precedente alla legislazione sociale, Tizio poteva pattuire di essere pagato 10 euro per ogni ora di manutenzioni effettivamente svolte. Se Tizio si ammalava per un mese, in quel periodo non percepiva alcuno stipendio. E chi si prendeva cura della famiglia di Tizio?

La legislazione sociale interviene proprio per riequilibrare situazioni di palese squilibrio come questa.

La Costituzione Repubblicana, infatti, prevede che i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria [1].

Quindi, quando è malato, il lavoratore ha diritto a ricevere comunque un sostegno, per far fronte alle esigenze di vita sue e della sua famiglia. La malattia è qualsiasi alterazione dello stato di salute psico-fisico che impedisce al lavoratore di recarsi regolarmente al lavoro.

Non può essere di certo il dipendente a stabilire e certificare se il suo malessere gli impedisce di lavorare. Per questo c’è il medico curante che deve rilasciare un apposito certificato di malattia che verrà comunicato telematicamente dal medico stesso all’Inps e che perverrà automaticamente anche al datore di lavoro il quale potrà scaricare il certificato.

Il datore di lavoro, scaricando il certificato, non potrà conoscere qual è il morbo che affligge il dipendente ma può solo sapere quanto dura la prognosi del medico, ossia il numero di giorni che il medico ha concesso al lavoratore per starsene a casa.

Che diritti dà la legge al lavoratore in malattia?

Il primo diritto del dipendente in malattia è quello di assentarsi dal lavoro per tutta la durata della malattia certificata dal medico. Può apparire scontato ma non lo è affatto. In condizioni normali, infatti, il dipendente non può assentarsi dal lavoro e se lo fa rischia di ricevere pesanti conseguenze disciplinari che possono anche portare al suo licenziamento per assenza ingiustificata.

Il certificato di malattia fornisce, invece, una giustificazione all’assenza del dipendente il quale, comunque, deve cooperare affinché la sua assenza crei meno danni possibili all’azienda. Proprio per questo il dipendente deve comunicare tempestivamente la malattia al datore di lavoro mettendolo così in condizione di organizzarsi per tempo.

Il secondo diritto del lavoratore discende da ciò che prevede la Costituzione. Il lavoratore ha diritto a ricevere:

  • un’indennità di malattia dall’Inps;
  • un’ulteriore somma di denaro, detta integrazione della malattia Inps, erogata dal datore di lavoro sulla base di quanto previsto dal contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto.

Si sottolinea che l’indennità Inps è prevista direttamente dalla legge e, dunque, se ci sono i presupposti spetta sempre. L’integrazione a carico del datore di lavoro, invece, è dovuta solo se e nella misura in cui la prevede il contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto.

Se al rapporto di lavoro non fosse applicato alcun contratto collettivo di lavoro, al lavoratore in malattia spetterebbe unicamente l’indennità di malattia dall’Inps.

Indennità di malattia Inps: a chi spetta?

L’indennità di malattia Inps non è riconosciuta a tutte le tipologie di lavoratori ma solo a:

  • operai del settore industriale;
  • operai ed impiegati del settore del terziario e dei servizi;
  • lavoratori agricoli;
  • lavoratori assunti con contratto di apprendisti;
  • disoccupati;
  • lavoratori sospesi dal lavoro;
  • lavoratori che operano nello spettacolo;
  • lavoratori marittimi;
  • lavoratori iscritti alla gestione separata Inps [2].

Ne restano quindi esclusi:

  • colf e badanti, collaboratori familiari in genere;
  • impiegati del settore industria;
  • quadri (sia del settore industria che artigianato);
  • dirigenti;
  • portieri;
  • lavoratori autonomi.

Indennità di malattia Inps: in cosa consiste?

Per la gran parte dei lavoratori che ne hanno diritto, l’indennità di malattia Inps consiste in una somma di denaro che viene erogata al lavoratore per tutti i giorni coperti da idonea certificazione medica (e dunque per tutte la durata della prognosi) e per un periodo massimo di 180 giorni nell’anno solare.

In realtà non tutti i giorni coperti dal certificato sono indennizzati dall’Inps.

Infatti, il diritto all’indennità di malattia Inps scatta a partire dal 4° giorno. I primi 3 giorni di malattia sono detti periodo di carenza e non prevedono indennizzo Inps.

Il diritto all’indennità viene meno con la scadenza della prognosi indicata dal medico nel certificato o con la diversa prognosi indicata dal successivo certificato che modifica il precedente.

Viene indennizzato dall’Inps anche l’eventuale ricovero del lavoratore sia in regime ordinario che in regime di day hospital: ciò che conta è che la relativa certificazione contenga una diagnosi specifica.

Indennità di malattia Inps: quanto spetta?

Innanzitutto ricordiamo che durante i primi tre giorni di malattia l’Inps non eroga alcuna indennità. Il periodo di carenza, infatti, viene indennizzato al dipendente solo se il contratto collettivo di lavoro prevede che sia il datore di lavoro a doversi fare carico di tale onere.

In questo caso, per stabilire quanto spetta al dipendente nella carenza, occorre vedere cosa dice il contratto collettivo che potrebbe prevedere che durante detto periodo l’azienda debba erogare al lavoratore il 100% della retribuzione persa o una percentuale inferiore.

Tornando all’indennità Inps la stessa non copre l’intera retribuzione persa dal dipendente a causa dell’assenza per malattia ma una percentuale che varia nel tempo, e cioè:

  • dal 4° al 20° giorno di malattia spetta al dipendente malato il 50% della retribuzione media giornaliera;
  • dal 21° al 180° giorno di malattia spetta al dipendente malato il 66,66% della retribuzione media giornaliera.

I contratti collettivi di lavoro, oltre a porre a carico dell’azienda l’indennizzo nel periodo di carenza, possono anche prevede la cosiddetta integrazione malattia a carico del datore di lavoro. Possono cioè stabilire che l’azienda metta ulteriori soldi in aggiunta all’indennità Inps così che la percentuale di copertura della retribuzione persa aumenti.

Indennità di malattia Inps: chi paga?

L’indennità di malattia Inps viene materialmente pagata al dipendente dal datore di lavoro, che anticipa questa prestazione all’Inps salvo poi conguagliarla con i contributi che l’azienda deve versare all’istituto pensionistico.

I doveri del dipendente in malattia

Il lavoratore in malattia ha il dovere di facilitare in ogni modo una guarigione rapida e completa al fine di rientrare il prima possibile al lavoro e ridurre al minimo il disagio organizzativo per l’azienda.

Inoltre, non deve porre in essere attività in contrasto con lo stato di malattia. Se, ad esempio, un dipendente che si assenta perché certifica di avere la polmonite venisse colto mentre partecipa ad una gara ciclistica il suo comportamento farebbe emergere che ha falsamente dichiarato di essere malato. Questo comportamento avrebbe rilevanza sia verso l’Inps, nei confronti della quale si configurerebbe una vera e propria truffa, sia verso il datore di lavoro, che perderebbe del tutto la fiducia nel dipendente e potrebbe licenziarlo.

Proprio per verificare l’effettivo stato di malattia del lavoratore e reprimere abusi, il lavoratore in malattia ha il dovere di rendersi reperibile al proprio domicilio per essere assoggettato ai controlli degli ispettori Inps.

Le fasce di reperibilità in cui il lavoratore in malattia deve stare a casa in vista di una possibile visita medica di controllo sono:

  • dalle 10,00 alle 12,00
  • dalle 17,00 alle 19,00.

Malattia del dipendente: le ulteriori tutele di legge

Il diritto di assentarsi dal lavoro ed il diritto di ricevere un indennizzo durante la sua assenza, non sono in realtà gli unici diritto previsti dalla legge a favore del lavoratore in malattia.

Il lavoratore in malattia ha un altro importantissimo diritto: non può essere licenziato durante la malattia per un certo periodo di tempo detto periodo di comporto [3].

La legge prevede infatti un periodo di conservazione del posto di lavoro a favore del lavoratore in malattia. decorso questo termine l’azienda può comunicare al dipendente il licenziamento per superamento del periodo di comporto.

A stabilire quanto dura il periodo di comporto sono i contratti collettivi di lavoro. Non è quindi possibile stabilire una regola valida per tutti. In ogni singolo rapporto si dovrà cercare nel contratto collettivo di riferimento cosa è previsto in relazione al comporto.

Si tenga conto che, di recente, le Sezioni Unite della Cassazione [4] hanno chiarito definitivamente che il licenziamento del dipendente in malattia non è solo inefficace e, dunque, “congelato” fino all’esaurimento del periodo di comporto ma è radicalmente nullo e dunque, se viene intimato, il dipendente ha diritto ad essere riammesso al lavoro ed al pagamento di tutte le somme che avrebbe ricevuto se non fosse stato mai licenziato, dalla data del licenziamento sino a quella di effettivo rientro al lavoro.

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note

[1] Art. 38 co. Cost.

[2] Art. 2 co. 26 L.335/95.

[3] Art. 2110 cod. civ.

[4] Cass. sez. unite sent. n. 12568 del 22.05.2018.


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