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Intervallo prove alcoltest

9 Giugno 2019


Intervallo prove alcoltest

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Giugno 2019



Seconda misurazione etilometro: dopo quanto tempo? Che succede se la seconda è più bassa o più alta della prima?

Guidare ubriachi è reato se il livello di alcol trovato nel sangue supera 0,8 grammi per litro. Dopo 1,5 grammi le sanzioni si aggravano. Da 0,4 a 0,8 scattano solo sanzioni amministrative. Tuttavia, prima che l’alcol faccia effetto ed “entri in circolo” deve trascorrere del tempo, tempo che varia a seconda del soggetto (statura, massa corporea, fattori generici) e delle sue condizioni fisiche (stomaco vuoto o pieno, stanchezza, ecc.). Ti sarai certamente accorto che, per sentire la sensazione di ebbrezza, devi attendere qualche minuto dall’ingerimento della sostanza alcolica. Ecco perché la giurisprudenza ha spesso individuato, come causa di invalidità dell’alcoltest, il particolare ritardo nell’esecuzione della prova dal momento del fermo. E ciò perché il picco alcolico non si raggiunge subito (nel qual caso, al decorso del tempo corrisponderebbe una diminuzione del livello di alcol nel sangue), ma dopo un arco di tempo compreso tra venti minuti e qualche ora. Per cui, nel momento in cui un automobilista viene fermato, per stabilire se sta guidando in stato di ebbrezza, è necessario effettuare la prova dell’etilometro il più presto possibile, senza attendere troppo. Sulla scorta di questo principio, avallato anche dalla Cassazione, ci si è anche chiesto quale deve essere l’intervallo tra le prove dell’alcoltest.

Quando un automobilista viene fermato dalla pattuglia per l’esame dell’alcol presente nel sangue, viene sottoposto a due successive prove con l’alcoltest. Tra la prima e la seconda prova decorrono, di solito, cinque minuti.

Che succede se la seconda misurazione è più alta della prima?

La giurisprudenza ha detto che è irrilevante la circostanza che il secondo esperimento abbia rilevato più alcol nel sangue rispetto al primo; ben potrebbe essere, infatti, come anticipato poc’anzi, che il picco alcolico non è stato ancora raggiunto al momento della prima prova. La seconda, quindi, non deve per forza fornire un risultato inferiore o uguale alla prima.

Tale indirizzo è stato confermato dalla Cassazione. Per la Corte [1], è valida la rilevazione del tasso alcolemico effettuata mediante l’alcoltest anche nel caso in cui la prima prova spirometrica abbia dato un risultato inferiore alla seconda, dovendosi escludere che la curva di assorbimento dell’alcol nell’organismo abbia uno sviluppo decrescente; pertanto il fatto che le due prove abbiano avuto un andamento differente non rappresenta una anomalia sintomatica del malfunzionamento del test.

Solo la dicitura dell’errore nello scontrino della rilevazione dell’alcoltest è indicativa del funzionamento difettoso: il reato di guida in stato di ebbrezza, in altri termini, è configurabile anche quando lo scontrino dell’alcoltest, oltre a riportare l’indicazione del tasso alcolemico in misura superiore alle previste soglie di punibilità, contenga la dicitura “volume insufficiente”, qualora l’apparecchio non segnali espressamente l’avvenuto errore.

Tempo tra le due misurazioni dell’alcoltest

Di recente la Cassazione [2] ha detto che l’esito dell’alcoltest è valido anche in caso di mancato rispetto dell’intervallo di cinque minuti tra una misurazione del tasso alcolemico e l’altra. La Corte rileva che il lasso temporale tra il primo e il secondo alcoltest è talmente irrilevante che il rispetto tassativo della distanza temporale tra le due misurazioni non costituisce elemento atto a modificare l’esito dell’alcoltest.

Ancor più di recente [6] la Cassazione ha detto che l’intervallo di 5 minuti previsto dall’art. 375 del Regolamento del codice della strada, relativo al tempo intercorrente tra una prova e l’altra, deve essere interpretato come intervallo minimo volto a controllare la curva alcolemica.

In base a tale disposizione, infatti, ai fini dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica, il distacco temporale di 5 minuti che deve intercorrere tra la prima e la seconda prova deve essere interpretato quale intervallo minimo temporale in vista del monitoraggio della curva alcolemica, avendo lo scopo di evitare l’espletamento di due prove in tempi troppo ravvicinati.
Nel caso di specie, tra le due prove era trascorso un intervallo temporale pari a 9 minuti, dunque gli Ermellini rilevano la correttezza del riscontro da parte della Corte d’Appello del reato contestato al ricorrente, evidenziando, inoltre, l’assenza di norme volte ad assicurare la consecutività delle relative prove di accertamento.

Alcoltest dopo un’ora: è valido?

Non sempre la Corte ha sposato la tesi secondo cui l’eccessivo lasso di tempo tra lo stop intimato all’auto e l’effettuazione delle prove dell’alcol è causa di invalidità del test. Con una sentenza di qualche tempo fa [3], la Corte ha ritenuto di condannare un conducente sottoposto a etilometro dopo ben un’ora da quando era stato fermato. Secondo i magistrati va tenuto presente che «il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico» e una prova significativa è data dall’«esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento».

In sostanza, «il mero dato costituito dal lasso temporale decorso tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione delle prove alcolimetriche» non è sufficiente, spiegano i giudici, per mettere in dubbio i risultati che attestano «la guida in stato di ebbrezza».

Per quanto concerne poi le tempistiche di assorbimento dell’alcol, non si può fare riferimento alla cosiddetta curva alcolimetrica «sulla base di meri indici di verosimiglianza», poiché «va puntualmente e concretamente dimostrato che il tasso esibito dalla misurazione strumentale, eseguita a distanza di tempo, non rappresenta la condizione organica del momento in cui si era ancora alla guida». Allo stesso tempo, «non può essere accolta una prova a discarico basata soltanto su valutazioni teorico-scientifiche che costituiscono espressione della soggettiva dinamica metabolica della curva alcolemica rispetto al momento di assunzione della sostanza alcolica», soprattutto «in assenza di adeguati riferimenti al momento esatto di tale assunzione», concludono i giudici.

Ed ancora il «decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile» e, soprattutto, «non incide sulla validità del rilevamento» [4].

Quando l’alcoltest sbaglia

Secondo la Cassazione è possibile che l’alcoltest sbagli ma è il trasgressore a doverlo dimostrare. È a carico suo l’onere di tale prova [5]. Quando la soglia è superata, il conducente è considerato in stato di ebbrezza a prescindere da ogni altra dimostrazione del conducente sulle sue reali condizioni psico-fisiche, eventualmente idonee a non costituire pericolo per gli utenti della strada.

Non rileva la mancata omologazionel’identica rilevazione dei tassi alcolemici nel sangue nel corso di entrambe le misurazioni. Spetta al conducente, imputato nel processo penale di guida in stato di ebbrezza, dimostrare difetti di funzionamento della strumentazione. Ciò avviene ad esempio quando l’alcoltest accompagna alla misurazione la dicitura “volume insufficiente”.

note

[1] Cass. sent. n. 29500/18.

[2] Cass. sent. n. 57936/18 del 21.12.2018

[3] Cass. sent. n. 50973/17.

[4] Cass. sent. n. 4122/16.

[5] Cass. sent. n. 48840/15.

[6] Cass. sent. n. 25132/19 del 6.06.2019.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 21 febbraio – 6 giugno 2019, n. 25132

Presidente Menichetti – Relatore Esposito

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Potenza ha confermato la sentenza del Tribunale di Lagonegro del 12 settembre 2017, con cui P.B.M. era stato condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi quattro di arresto e di Euro mille di ammenda in relazione al reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 1 e comma 2, lett. c), (guida in stato di ebbrezza con tasso alcolemico pari a 2,25 g/l – in (omissis) ).

La Corte di appello ha escluso la rilevanza della questione prospettata dalla difesa dell’imputato circa la presunta violazione del D.P.R. n. 495 del 1992, art. 379, secondo cui “La concentrazione di cui al comma 1 dovrà risultare da almeno due determinazioni concordanti effettuate ad un intervallo di tempo di 5 minuti”, in quanto la prima prova era verbalizzata con n. 873 di scontrino e la seconda col n. 875, quindi non numeri consecutivi; ha sottolineato altresì la mancanza di previsioni di legge in ordine alla perfetta successione dei numeri delle prove.

La Corte territoriale ha poi osservato che era infondata l’ulteriore problematica sollevata dal ricorrente, secondo cui non sarebbe stato rispettato il termine annuale di revisione previsto dal D.M. 22 maggio 1990, n. 196. La validità dell’esame etilo-metrico, tuttavia, non poteva essere inficiata, non avendo P. fornito la prova contraria. L’apparecchiatura doveva ritenersi revisionata ed omologata “fino al marzo 2014” (come indicato nel verbale di contestazione), non potendosi far riferimento alla diversa indicazione di “marzo 2014” del verbale di elezione di domicilio.

Nella sentenza impugnata si è dato atto della piena attendibilità della strumentazione, dei relativi risultati dell’alcoltest e della ricostruzione della vicenda effettuata dal teste di P.G. S.A. .

La Corte di merito non ha riconosciuto la causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p..

2. P. , a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello, proponendo quattro motivi di impugnazione.

2.1. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 186 bis C.d.S. e D.P.R. n. 495 del 1992, art. 379, comma 2.

Si deduce che l’accertamento urgente relativo al tasso alcolemico era nullo, perché la prima prova verbalizzata era associata allo scontrino n. 873 e la seconda al n. 875, omissione non giustificata dal teste di P.G.. Risultava violata la disposizione di cui all’art. 379 D.P.R. n. 495 cit., secondo cui “La concentrazione di cui al comma 1 dovrà risultare da almeno due determinazioni concordanti effettuate ad un intervallo di tempo di 5 minuti”.

La mancanza della misurazione n. 874 non consentiva di stabilire se essa concordasse con la n. 873 o con la n. 875.

2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento al D.P.R. n. 495 del 1992, art. 379, commi 6, 7 e 8.

Si rileva che non si comprendeva se l’etilometro era stato sottoposto a revisione, in quanto nel verbale di contestazione si indicava come epoca “fino a marzo 2014” e in quelli di elezione di domicilio e di accertamenti urgenti il “marzo 2014”.

Alla luce della sentenza n. 113 del 2015 della Corte costituzionale, di dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 45 C.d.S., comma 6, nella parte in cui prevede l’esigenza di verifiche periodiche delle apparecchiature destinate al controllo dei limiti di velocità, in quanto la funzionalità delle apparecchiature doveva essere dimostrata dagli agenti accertatori.

In ogni caso, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 186 C.d.S., comma 2, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non pone a carico dell’organo accertatore l’onere di provare la funzionalità delle apparecchiature impiegate per la rilevazione dello stato etilico non era manifestamente infondata.

2.3. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla L. n. 46 del 2006, art. 5 e art. 533 c.p.p..

Si osserva che l’inattendibilità e la contraddittorietà della documentazione utilizzata nonché le incertezze nella narrazione del teste imponevano di ritenere insufficiente la prova della responsabilità dell’imputato.

2.4. Violazione di legge e vizio di motivazione per l’ingiustificato diniego della causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., tenuto conto dell’entità della pena applicata, inferiore al minimo edittale, e dell’assenza di precedenti penali.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.

Col secondo motivo di ricorso, da trattare anticipatamente per ragioni di ordine logico, si prospetta una duplice censura:

a) la tesi dell’illegittimità costituzionale dell’art. 186 C.d.S., comma 2, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non pone a carico dell’organo accertatore l’onere di provare la funzionalità delle apparecchiature impiegate per la rilevazione dello stato etilico;

b) il rilievo dell’impossibilità di stabilire l’epoca di revisione dell’etilometro in ragione della diversa indicazione nel verbale di contestazione si indicava il periodo “fino a marzo 2014” e in quelli di elezione di domicilio e di accertamenti urgenti il “marzo 2014”.

In ordine alla prima doglianza, va premesso che la Corte costituzionale, con sentenza n. 113 del 2015, dichiarava l’illegittimità costituzionale dell’art. 45 C.d.S., comma 6, nella parte contenente la previsione dell’esigenza di verifiche periodiche delle apparecchiature destinate al controllo dei limiti di velocità, per cui la funzionalità delle apparecchiature doveva essere dimostrata dagli agenti accertatori.

Il ricorrente sottolinea l’analogia tra la fattispecie suindicata e quella in esame, nella quale la funzionalità dell’etilometro dovrebbe essere dimostrata dal personale di P.G..

La questione di legittimità costituzionale prospettata, però, è del tutto irrilevante.

La Corte territoriale, infatti, ha sottolineato il dato positivo dell’intervenuta revisione e della omologazione dell’etilometro fino al marzo 2014. Tale elemento di riscontro obiettivo è sicuramente idoneo a dimostrare la piena funzionalità dell’apparecchiatura.

Anche la seconda censura (di cui al medesimo motivo di ricorso) non ha pregio, apparendo evidente che l’indicazione del “marzo 2014″ di cui al verbale di elezione di domicilio e di accertamenti urgenti deve intendersi come termine di scadenza dell’omologazione dell’etilometro, così come espressamente indicato nel verbale di contestazione. D’altronde, non può attribuirsi diverso significato all’espressione riportata, in quanto la data di svolgimento dell’accertamento sul conducente del veicolo è anteriore (31 gennaio 2014).

2. Il primo motivo di ricorso, con cui si deduce che le prove di accertamento dei test alcolimetrici erano nulle, essendo associate a numeri di scontrini non consecutivi nn. 873 e 875 e non emergendo la concordanza con la prova n. 874, è infondato.

È irrilevante, infatti, la circostanza che i numeri delle prove dell’alcoltest non siano consecutivi e che quella intermedia non sia stata realmente effettuata o non sia stata riportata per errore dell’etilometro o dell’organo di P.G., che abbia accertato l’illecito.

Ciò discende dalla ratio della disposizione dell’art. 379 reg. C.d.S., secondo cui, ai fini dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica, in tutte le ipotesi previste dall’art. 186 C.d.S., il distacco temporale di cinque minuti che, ai sensi dell’art. 379 reg. C.d.S., deve intercorrere tra la prima e la seconda prova spirometrica deve essere interpretato come intervallo minimo volto a monitorare la curva alcolemica (Sez. 4, n. 24386 del 27/04/2018, Valinotto, Rv. 273729) e finalizzato ad evitare l’esecuzione di due prove troppo ravvicinate (Sez. 4, n. 36065 del 11/04/2017, Visintin, Rv. 270755).

Alla luce di tale ultimo rilievo, ricorrendo nella fattispecie un intervallo temporale di nove minuti tra le due prove (la prima con tasso alcolemico pari a 2,43 g/l, la seconda pari a 2,25 g/l) i giudici di merito hanno correttamente riscontrato la sussistenza degli estremi del reato contestato di cui all’art. 186 C.d.S., commi 1 e 2, lett. c), evidenziando altresì la mancanza di disposizioni normative volte ad assicurare la consecutività delle relative prove di accertamento.

3. Il terzo motivo, con cui P. si duole dell’inattendibilità e della contraddittorietà della documentazione acquisita al fascicolo del dibattimento nonché delle incertezze nella narrazione del teste ascoltato, è manifestamente infondato.

Le presunte titubanze del teste di P.G. lamentate dal ricorrente riguardano le modalità di esecuzione del test alcolimetrico e, pertanto, sono irrilevanti in ragione di quanto sopra riportato nei paragrafi precedenti e sono del tutto inidonee a determinare l’insufficienza o la contraddittorietà della prova denunciata dalla difesa.

La regola, invocata dalla difesa, dell’”al di là di ogni ragionevole dubbio”, secondo cui il giudice pronuncia sentenza di condanna solo se è possibile escludere ipotesi alternative dotate di razionalità e plausibilità, impone di prospettare, in sede di legittimità, attraverso una diversa ricostruzione dei fatti, elementi sostenibili, cioè desunti dai dati acquisiti al processo, e non meramente ipotetici o congetturali, come la presunta invalidità del test alcolimetrico, che invece è stata esclusa dalla Corte di appello mediante argomentazioni dettagliate ed esaurienti.

4. Il quarto motivo di ricorso, con cui il ricorrente si lamenta dell’ingiustificato mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p., è manifestamente infondato.

La Corte di appello ha logicamente evidenziato le seguenti circostanze, tutte distoniche con la causa di non punibilità invocata: l’elevato tasso alcolemico, il pericolo per la sicurezza pubblica e le modalità della condotta (guida con andatura irregolare con spostamenti a destra e a sinistra).

Il ricorrente segnala alcuni elementi a sé favorevoli, formulando censure non deducibili in sede di legittimità. In ogni caso, al riguardo, va ricordato il condivisibile indirizzo interpretativo di questa Corte, secondo cui, ai fini dell’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131 bis c.p., il giudizio sulla tenuità dell’offesa dev’essere effettuato con riferimento ai criteri di cui all’art. 133 c.p., comma 1, ma non è necessaria la disamina di tutti gli elementi di valutazione previsti, essendo sufficiente l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti (Sez. 6, n. 55107 del 08/11/2018, Milone, Rv. 274647).

5. Va rilevato altresì che in sede di discussione orale, la difesa del ricorrente ha rilevato che, alla data odierna, sarebbe decorso il termine massimo quinquennale di prescrizione previsto dagli artt. 157 e 161 c.p. per il reato contravvenzionale contestato.

Tale censura è infondata, in quanto la prescrizione non è ancora maturata in ragione dell’intervenuta sospensione di giorni sessantatre per il periodo dal 2 marzo 2016 al 4 maggio 2016 durante il dibattimento di primo grado, a seguito di rinvio dell’udienza disposto su richiesta del difensore dell’imputato.

6. Per le ragioni che precedono, il ricorso va rigettato.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (art. 616 c.p.p.).

La questione di legittimità costituzionale va dichiarata irrilevante.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Dichiara irrilevante la questione di legittimità costituzionale.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 9 ottobre – 21 dicembre 2018, n. 57936

Presidente Menichetti – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado che ha dichiarato la penale responsabilità di C.R. in ordine al reato di guida in stato di ebbrezza alcolica ex art. 186 C.d.S., comma 1 lett. c).

2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando (in sintesi giusta il disposto di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1) quanto segue.

I) Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento all’art. 546 c.p.p. e art. 379 reg. esec. C.d.S., comma 2.

Deduce che il citato art. 349 fa espresso riferimento a “due determinazioni concordanti, effettuate ad un intervallo di tempo di oltre cinque minuti l’una dall’altra” al fine di monitorare al meglio la curva alcolemica. Osserva che alla luce della ratio di tale norma, al fine di stabilire il rispetto del termine minimo di cinque minuti, occorre fare riferimento al momento in cui si conclude la prima prova e a quello in cui ha inizio la seconda, e non all’intervallo di tempo che intercorre tra l’inizio della prima prova e l’inizio della seconda prova, come ritenuto dalla Corte territoriale.

II) Vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Denuncia l’illogicità del ragionamento della Corte di merito, che ha escluso l’attenuante per la gravità del reato, in ragione del tasso alcolemico riscontrato, che tuttavia è elemento che il legislatore ha valutato autonomamente prevedendo l’ipotesi più grave di cui all’art. 186 C.d.S., lett. c); nonché per i precedenti a carico, senza valutarne la risalenza nel tempo.

III) Vizio di motivazione e violazione di legge in ordine alla mancata sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità.

Ritiene illogico e carente l’argomento adottato dal giudice di merito sul punto, avendo ritenuto che “la sostituzione non sarebbe in grado di svolgere una funzione deterrente adeguata alla personalità dell’imputato, già gravato da condanna per fatto analogo”. Contesta tale ragionamento, non rispettoso della finalità rieducativa insita nella prestazione di attività non retribuita a favore della collettività.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è infondato.

Anche a voler seguire l’interpretazione della norma proposta dal ricorrente, la differenza di tempo esistente fra inizio e fine di prima e seconda prova è talmente limitato da rendere irrilevante la questione ai fini dell’accertamento di responsabilità, considerato che le due prove sono state regolarmente effettuate e la seconda prova ha confermato la prima (1,88 g/l la prima e 1,95 g/l la seconda). La distanza temporale tra le due misurazioni non è argomento idoneo ad introdurre un ragionevole dubbio sulla responsabilità dell’imputato e non costituisce elemento atto ad inficiare l’esito dell’alcoltest.

Peraltro, la norma in disamina fa specifico riferimento ad un intervallo di “5 minuti” fra le due prove e non ad un intervallo di “oltre 5 minuti”, come erroneamente asserito dal ricorrente. Si tratta, comunque, di un intervallo che deve essere interpretato come unità temporale minima, finalizzata ad evitare l’esecuzione di due prove troppo ravvicinate (Sez. 4, n. 36065 del 11/04/2017, Visintin, Rv. 27075501).

2. Anche il secondo motivo è infondato.

Sulle omessa concessione delle attenuanti generiche ex art. 62-bis cod. pen. la Corte territoriale ha esplicitato una valutazione di merito adeguata, riconducibile, essenzialmente, alla gravità del fatto e ai precedenti, anche specifici, a carico del prevenuto; tale valutazione non è sindacabile in questa sede in quanto congrua e non manifestamente illogica. Peraltro, il ricorrente neanche ha indicato le specifiche ragioni che avrebbero dovuto indurre il giudice di merito al riconoscimento della detta attenuante, in tal modo rivelando l’assoluta aspecificità della censura.

3. È privo di pregio anche il terzo motivo di ricorso.

Costituisce insegnamento pacifico nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui la sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità, ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, da compiersi secondo i criteri dettati dall’art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 13466 del 17/01/2017, Pacchioli, Rv. 26939601). Nella specie, la Corte territoriale ha fornito una valutazione di merito non manifestamente illogica né arbitraria, rispettosa dei parametri indicati dall’art. 133 cod. pen., in quanto per il diniego della sanzione sostitutiva sono stati valorizzati elementi rilevanti quali la negativa personalità del reo e la precedente condanna per fatto analogo nei confronti del C. .

4. Alle superiori considerazioni consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 24 novembre – 10 dicembre 2015, n. 48840

Presidente D’Isa – Relatore Piccialli

Ritenuto in fatto

I.F. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, riformando quella di primo grado limitatamente alla ravvisata aggravante dell’incidente stradale [che ha escluso, rideterminando in melius la pena], per il resto ne ha confermato il giudizio di responsabilità per il reato di cui all’articolo 186, lettera b), del codice della strada [va peraltro osservato che risulta contestata e ravvisata, anche a livello di trattamento sanzionatorio, l’ipotesi di cui alla lettera b), pur emergendo un tasso alcolemico pari, nella due misurazioni, al valore di 1,58 per entrambe, sicchè doveva semmai ritenersi l’ipotesi più grave di cui alla lettera c)] ( fatto dell’11.2.2011)

Con il ricorso ripropone doglianze disattese già in appello.

La prima, relativa alla propria identificazione, sostenendo di essere nato il 24 febbraio 1987, mentre risultava in atti la diversa data di nascita 9 febbraio 1987. Secondo la Corte di merito non vi era dubbio sull’identificazione del responsabile.

La seconda, riguarda il giudizio di responsabilità che si assume immotivato, contestando il rilievo attribuito dal giudice di merito alla rilevazione del tasso alcolemico: tale rilevazione doveva ritenersi inattendibile in ragione del risultato identico, alla prima e seconda prova.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato.

Quanto al primo motivo, non compete alla Corte di legittimità entrare nel merito delle generalità anagrafiche e infatti qui sufficiente osservare, in linea con quanto accertato in sede di merito, l’insussistenza di dubbio circa l’identificazione del ricorrente quale autore del fatto, così dovendosi richiamare il principio secondo cui l’incertezza sull’identificazione anagrafica dell’imputato è irrilevante ai fini della prosecuzione dei processo penale quando sia certa l’identità fisica della persona nei cui confronti sia iniziata l’azione penale, potendosi, in seguito, pur sempre provvedere alla rettifica delle generalità erroneamente attribuite, nelle forme previste dall’articolo 130 c.p.p. [Sezione V, 8 febbraio 2013, Godly]

Le doglianze sulla responsabilità sono nella sostanza generiche, nonostante gli argomenti spesi a supporto, perché attinge un apprezzamento dei compendio probatorio satísfattiva mente dimostrativo della condizione di irregolarità in cui versava l’imputato, basato sugli esiti non solo della deposizione di uno degli operanti, ma anche sugli esiti del test alcolimetrico

L’apprezzamento del giudicante non merita censure in questa sede, tra l’altro essendovi una doppia statuizione di responsabilità sul punto della responsabilità.

Né può censurarsi la considerazione attribuita agli esiti dell’esame. Vanno richiamati i principi affermati in materia.

In primo luogo, quello secondo cui, in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie dei tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione dei disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro la integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione [Sezione IV, 16 dicembre 2014, Ciarnese].

In secondo luogo, in ordine alla valenza probatoria dell”‘alcooltest” ai fini e per gli effetti dell’affermazione di responsabilità per la contravvenzione di guida sotto l’influenza dell’alcool (articolo 186 del codice della strada), va ricordato l’altro principio, parimenti pacifico, in forza del quale l’esito positivo dell’alcooltest è idoneo a costituire prova della sussistenza dello stato di ebbrezza ed è semmai onere dell’imputato fornire eventualmente la prova contraria a tale accertamento dimostrando vizi od errori di strumentazione o di metodo nell’esecuzione dell’aspirazione ovvero vizi correlati all’omologazione dell’apparecchio, non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell’apparecchio [tra le tante, Sezione IV, 10 maggio 2012, De Rinaldis].

Per l’effetto, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione [Sezione IV, 12 luglio 2013, Varratta].

Ma certo il tema dell’inidoneità dell’apparecchio e quello della inattendibilità del test non possono essere devoluti, specie per la prima volta, in Cassazione, non bastando in proposito, per dedurne l’inattendibilità del test, l’opinabile assunto sulla identicità dei risultati delle due prove, di per sé affatto significativo e dimostrativo di alcunché di irregolare.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7­13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 5 luglio – 8 novembre 2017, n. 50973

Presidente Izzo – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 13.4.2015 la Corte di appello di Venezia, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, appellata dal PM, ha dichiarato An. De. colpevole del reato ex art. 186 cod. strada, condannandolo alla pena di Euro 2.300 di ammenda.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato lamentando, con unico articolato motivo, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 186 cod. strada.

Osserva che l’imputazione si fonda sull’accertamento del tasso alcolemico con due misurazioni eseguite a distanza di 1 ora e 17 minuti e 1 ora e 27 minuti dal momento della guida, con risultati rispettivamente di 0,88 g/l e 0,89 g/l. Nel giudizio di primo grado, svoltosi con rito abbreviato, veniva acquisita consulenza medico-legale di parte, dimostrante come all’atto del sinistro la concentrazione di alcool nel sangue non avesse superato il valore soglia di 0,8 g/l. Il Gip assolveva l’imputato, ritenendo sussistente il ragionevole dubbio che durante la guida del mezzo il ricorrente, pur avendo assunto bevande alcoliche, non avesse nel sangue una concentrazione alcolica superiore a 0,8 g/l.

La Corte di appello, accogliendo i rilievi della pubblica accusa, ha ritenuto che il dubbio del primo giudice non può essere consentito alla luce del quadro normativo vigente che, da un lato, non consente di leggere gli accertamenti alcoltest con la lente delle variabili soggettive delle tempistiche di assorbimento dell’alcool, dall’altro impone di riferire comunque al momento della conduzione del veicolo i risultati ottenuti con l’alcoltest, a meno che si dimostri un’assunzione intermedia.

Il ricorrente deduce la erroneità e genericità di tale ragionamento, che da una parte è in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, dall’altro non offre alcuna motivazione in ordine alla ritenuta irrilevanza della consulenza medico-legale di parte acquisita agli atti, senza mai confrontarsi con il caso specifico. Rileva che la consulenza di parte ha accertato che al momento della misurazione ci si trovava ancora in fase ascendente di assorbimento dell’alcool e, pertanto, andando a ritroso al momento della guida, il valore alcolemico era sicuramente inferiore e al di sotto del valore soglia di 0,8 g/l. Su tale aspetto la Corte di appello non si è confrontata, di qui la carenza di motivazione sul punto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.

1.1. Questa Corte ha già avuto modo di affermare il principio per cui, in tema di guida in stato di ebbrezza, in presenza di un accertamento strumentale del tasso alcolemico conforme alla previsione normativa, grava sull’imputato l’onere di dare dimostrazione di circostanze in grado di privare quell’accertamento di valenza dimostrativa della sussistenza del reato, fermo restando che non integra circostanza utile a tal fine il solo intervallo temporale intercorrente tra l’ultimo atto di guida e l’espletamento dell’accertamento (Sez. 4, n. 24206 del 04/03/2015, Mo., Rv. 26372501).

1.2. In proposito si è argomentato che il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico (Sez. 4, n. 13999 del 11/03/2014, Pi., Rv. 259694); e tuttavia, il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario verificare, ai fini della sussunzione del fatto in una delle due ipotesi di cui all’art. 186, comma 2, lett. b) e e) cod. strada, la presenza di altri elementi indiziari (Sez. 4, n. 47298 del 11/11/2014, Ci., Rv. 261573). Quest’ultima affermazione, peraltro, non va intesa come indicatrice di una sorta di aritmetica delle prove: come se, dato un accertamento strumentale a distanza di un tempo non breve dall’atto di guida (durata invero difficile da determinare una volta per tutte), fosse necessario aggiungere elementi indiziari per ottenere il risultato di “prova sufficiente” dell’accusa. Va infatti tenuto conto anche della distribuzione degli oneri probatori. Non v’è alcun dubbio che l’accusa sia tenuta a dare dimostrazione della avvenuta integrazione del reato, offrendo la prova di ciascuno e tutti gli elementi essenziali dell’illecito. Ma tale prova, per espressa indicazione normativa (e per radicata interpretazione giurisprudenziale), è già data dall’esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento. La presenza di fattori in grado di compromettere la valenza dimostrativa di quell’accertamento non può che concretizzarsi ad opera dell’imputato, al quale compete di dare la dimostrazione dell’insussistenza dei presupposti del fatto tipico.

2. Nella indicata prospettiva va intesa la motivazione della sentenza impugnata, che, lungi dal porsi in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, ha semplicemente ribadito gli insegnamenti dianzi accennati in ordine alla impossibilità di fondare un giudizio di ragionevole dubbio in ordine alla configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza sul mero dato costituito dal lasso temporale (più o meno breve) decorso tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione delle prove alcolimetriche.

3. A fronte della regolare esecuzione delle due prove mediante etilometro, la Corte territoriale, con motivazione logica e congrua, nonché corretta in punto di diritto, e pertanto immune da vizi di legittimità, ha indicato gli elementi di prova a carico del prevenuto e, nel contempo, ha sostanzialmente contrastato, sia pure succintamente, le argomentazioni del consulente tecnico di parte, nella parte in cui ha opinato che i risultati dell’alcooltest non possono essere letti con la lente delle variabili soggettive nelle tempistiche d’assorbimento dell’alcool. Si tratta della nota problematica della incidenza della cd. curva alcolimetrica che, prescindendo dalla valutazione dei suoi fondamenti scientifici, non può essere predicata in astratto o sulla base di meri indici di “verosimiglianza”, perché va puntualmente e concretamente dimostrato che il tasso esibito dalla misurazione strumentale eseguita a distanza di tempo non rappresenta la condizione organica del momento in cui si era ancora alla guida.

Più in generale, nella materia in riferimento non può essere accolta una prova a discarico basata soltanto su valutazioni teorico-scientifiche che costituiscono espressione della soggettiva dinamica metabolica della curva alcolemica rispetto al momento di assunzione della sostanza alcolica, tanto più in assenza di adeguati riferimenti al momento esatto di tale assunzione.

4. Ne consegue che le censure articolate dal ricorrente non colgono nel segno, posto che la sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei principi che informano la distribuzione dell’onere probatorio rispetto all’applicazione della disciplina di cui all’art. 186 cod. strada, fornendo adeguata risposta alle problematiche sottese al caso concreto sottoposto al suo esame.

5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 24 novembre – 10 dicembre 2015, n. 48840

Presidente D’Isa – Relatore Piccialli

Ritenuto in fatto

I.F. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, riformando quella di primo grado limitatamente alla ravvisata aggravante dell’incidente stradale [che ha escluso, rideterminando in melius la pena], per il resto ne ha confermato il giudizio di responsabilità per il reato di cui all’articolo 186, lettera b), del codice della strada [va peraltro osservato che risulta contestata e ravvisata, anche a livello di trattamento sanzionatorio, l’ipotesi di cui alla lettera b), pur emergendo un tasso alcolemico pari, nella due misurazioni, al valore di 1,58 per entrambe, sicchè doveva semmai ritenersi l’ipotesi più grave di cui alla lettera c)] ( fatto dell’11.2.2011)

Con il ricorso ripropone doglianze disattese già in appello.

La prima, relativa alla propria identificazione, sostenendo di essere nato il 24 febbraio 1987, mentre risultava in atti la diversa data di nascita 9 febbraio 1987. Secondo la Corte di merito non vi era dubbio sull’identificazione del responsabile.

La seconda, riguarda il giudizio di responsabilità che si assume immotivato, contestando il rilievo attribuito dal giudice di merito alla rilevazione del tasso alcolemico: tale rilevazione doveva ritenersi inattendibile in ragione del risultato identico, alla prima e seconda prova.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato.

Quanto al primo motivo, non compete alla Corte di legittimità entrare nel merito delle generalità anagrafiche e infatti qui sufficiente osservare, in linea con quanto accertato in sede di merito, l’insussistenza di dubbio circa l’identificazione del ricorrente quale autore del fatto, così dovendosi richiamare il principio secondo cui l’incertezza sull’identificazione anagrafica dell’imputato è irrilevante ai fini della prosecuzione dei processo penale quando sia certa l’identità fisica della persona nei cui confronti sia iniziata l’azione penale, potendosi, in seguito, pur sempre provvedere alla rettifica delle generalità erroneamente attribuite, nelle forme previste dall’articolo 130 c.p.p. [Sezione V, 8 febbraio 2013, Godly]

Le doglianze sulla responsabilità sono nella sostanza generiche, nonostante gli argomenti spesi a supporto, perché attinge un apprezzamento dei compendio probatorio satísfattiva mente dimostrativo della condizione di irregolarità in cui versava l’imputato, basato sugli esiti non solo della deposizione di uno degli operanti, ma anche sugli esiti del test alcolimetrico

L’apprezzamento del giudicante non merita censure in questa sede, tra l’altro essendovi una doppia statuizione di responsabilità sul punto della responsabilità.

Né può censurarsi la considerazione attribuita agli esiti dell’esame. Vanno richiamati i principi affermati in materia.

In primo luogo, quello secondo cui, in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie dei tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione dei disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro la integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione [Sezione IV, 16 dicembre 2014, Ciarnese].

In secondo luogo, in ordine alla valenza probatoria dell”‘alcooltest” ai fini e per gli effetti dell’affermazione di responsabilità per la contravvenzione di guida sotto l’influenza dell’alcool (articolo 186 del codice della strada), va ricordato l’altro principio, parimenti pacifico, in forza del quale l’esito positivo dell’alcooltest è idoneo a costituire prova della sussistenza dello stato di ebbrezza ed è semmai onere dell’imputato fornire eventualmente la prova contraria a tale accertamento dimostrando vizi od errori di strumentazione o di metodo nell’esecuzione dell’aspirazione ovvero vizi correlati all’omologazione dell’apparecchio, non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell’apparecchio [tra le tante, Sezione IV, 10 maggio 2012, De Rinaldis].

Per l’effetto, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione [Sezione IV, 12 luglio 2013, Varratta].

Ma certo il tema dell’inidoneità dell’apparecchio e quello della inattendibilità del test non possono essere devoluti, specie per la prima volta, in Cassazione, non bastando in proposito, per dedurne l’inattendibilità del test, l’opinabile assunto sulla identicità dei risultati delle due prove, di per sé affatto significativo e dimostrativo di alcunché di irregolare.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7­13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.


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