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Intervallo prove alcoltest

3 Gennaio 2019


Intervallo prove alcoltest

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Gennaio 2019



Seconda misurazione etilometro: dopo quanto tempo? Che succede se la seconda è più bassa o più alta della prima?

Guidare ubriachi è reato se il livello di alcol trovato nel sangue supera 0,8 grammi per litro. Dopo 1,5 grammi le sanzioni si aggravano. Da 0,4 a 0,8 scattano solo sanzioni amministrative. Tuttavia, prima che l’alcol faccia effetto ed “entri in circolo” deve trascorrere del tempo, tempo che varia a seconda del soggetto (statura, massa corporea, fattori generici) e delle sue condizioni fisiche (stomaco vuoto o pieno, stanchezza, ecc.). Ti sarai certamente accorto che, per sentire la sensazione di ebbrezza, devi attendere qualche minuto dall’ingerimento della sostanza alcolica. Ecco perché la giurisprudenza ha spesso individuato, come causa di invalidità dell’alcoltest, il particolare ritardo nell’esecuzione della prova dal momento del fermo. E ciò perché il picco alcolico non si raggiunge subito (nel qual caso, al decorso del tempo corrisponderebbe una diminuzione del livello di alcol nel sangue), ma dopo un arco di tempo compreso tra venti minuti e qualche ora. Per cui, nel momento in cui un automobilista viene fermato, per stabilire se sta guidando in stato di ebbrezza, è necessario effettuare la prova dell’etilometro il più presto possibile, senza attendere troppo. Sulla scorta di questo principio, avallato anche dalla Cassazione, ci si è anche chiesto quale deve essere l’intervallo tra le prove dell’alcoltest.

Quando un automobilista viene fermato dalla pattuglia per l’esame dell’alcol presente nel sangue, viene sottoposto a due successive prove con l’alcoltest. Tra la prima e la seconda prova decorrono, di solito, cinque minuti.

Che succede se la seconda misurazione è più alta della prima?

La giurisprudenza ha detto che è irrilevante la circostanza che il secondo esperimento abbia rilevato più alcol nel sangue rispetto al primo; ben potrebbe essere, infatti, come anticipato poc’anzi, che il picco alcolico non è stato ancora raggiunto al momento della prima prova. La seconda, quindi, non deve per forza fornire un risultato inferiore o uguale alla prima.

Tale indirizzo è stato confermato dalla Cassazione. Per la Corte [1], è valida la rilevazione del tasso alcolemico effettuata mediante l’alcoltest anche nel caso in cui la prima prova spirometrica abbia dato un risultato inferiore alla seconda, dovendosi escludere che la curva di assorbimento dell’alcol nell’organismo abbia uno sviluppo decrescente; pertanto il fatto che le due prove abbiano avuto un andamento differente non rappresenta una anomalia sintomatica del malfunzionamento del test.

Solo la dicitura dell’errore nello scontrino della rilevazione dell’alcoltest è indicativa del funzionamento difettoso: il reato di guida in stato di ebbrezza, in altri termini, è configurabile anche quando lo scontrino dell’alcoltest, oltre a riportare l’indicazione del tasso alcolemico in misura superiore alle previste soglie di punibilità, contenga la dicitura “volume insufficiente”, qualora l’apparecchio non segnali espressamente l’avvenuto errore.

Tempo tra le due misurazioni dell’alcoltest

Di recente la Cassazione [2] ha detto che l’esito dell’alcoltest è valido anche in caso di mancato rispetto dell’intervallo di cinque minuti tra una misurazione del tasso alcolemico e l’altra. La Corte rileva che il lasso temporale tra il primo e il secondo alcoltest è talmente irrilevante che il rispetto tassativo della distanza temporale tra le due misurazioni non costituisce elemento atto a modificare l’esito dell’alcoltest.

Alcoltest dopo un’ora: è valido?

Non sempre la Corte ha sposato la tesi secondo cui l’eccessivo lasso di tempo tra lo stop intimato all’auto e l’effettuazione delle prove dell’alcol è causa di invalidità del test. Con una sentenza di qualche tempo fa [3], la Corte ha ritenuto di condannare un conducente sottoposto a etilometro dopo ben un’ora da quando era stato fermato. Secondo i magistrati va tenuto presente che «il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico» e una prova significativa è data dall’«esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento».

In sostanza, «il mero dato costituito dal lasso temporale decorso tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione delle prove alcolimetriche» non è sufficiente, spiegano i giudici, per mettere in dubbio i risultati che attestano «la guida in stato di ebbrezza».

Per quanto concerne poi le tempistiche di assorbimento dell’alcol, non si può fare riferimento alla cosiddetta curva alcolimetrica «sulla base di meri indici di verosimiglianza», poiché «va puntualmente e concretamente dimostrato che il tasso esibito dalla misurazione strumentale, eseguita a distanza di tempo, non rappresenta la condizione organica del momento in cui si era ancora alla guida». Allo stesso tempo, «non può essere accolta una prova a discarico basata soltanto su valutazioni teorico-scientifiche che costituiscono espressione della soggettiva dinamica metabolica della curva alcolemica rispetto al momento di assunzione della sostanza alcolica», soprattutto «in assenza di adeguati riferimenti al momento esatto di tale assunzione», concludono i giudici.

Ed ancora il «decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile» e, soprattutto, «non incide sulla validità del rilevamento» [4].

Quando l’alcoltest sbaglia

Secondo la Cassazione è possibile che l’alcoltest sbagli ma è il trasgressore a doverlo dimostrare. È a carico suo l’onere di tale prova [5]. Quando la soglia è superata, il conducente è considerato in stato di ebbrezza a prescindere da ogni altra dimostrazione del conducente sulle sue reali condizioni psico-fisiche, eventualmente idonee a non costituire pericolo per gli utenti della strada.

Non rileva la mancata omologazionel’identica rilevazione dei tassi alcolemici nel sangue nel corso di entrambe le misurazioni. Spetta al conducente, imputato nel processo penale di guida in stato di ebbrezza, dimostrare difetti di funzionamento della strumentazione. Ciò avviene ad esempio quando l’alcoltest accompagna alla misurazione la dicitura “volume insufficiente”.

note

[1] Cass. sent. n. 29500/18.

[2] Cass. sent. n. 57936/18 del 21.12.2018

[3] Cass. sent. n. 50973/17.

[4] Cass. sent. n. 4122/16.

[5] Cass. sent. n. 48840/15.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 9 ottobre – 21 dicembre 2018, n. 57936

Presidente Menichetti – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado che ha dichiarato la penale responsabilità di C.R. in ordine al reato di guida in stato di ebbrezza alcolica ex art. 186 C.d.S., comma 1 lett. c).

2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando (in sintesi giusta il disposto di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1) quanto segue.

I) Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento all’art. 546 c.p.p. e art. 379 reg. esec. C.d.S., comma 2.

Deduce che il citato art. 349 fa espresso riferimento a “due determinazioni concordanti, effettuate ad un intervallo di tempo di oltre cinque minuti l’una dall’altra” al fine di monitorare al meglio la curva alcolemica. Osserva che alla luce della ratio di tale norma, al fine di stabilire il rispetto del termine minimo di cinque minuti, occorre fare riferimento al momento in cui si conclude la prima prova e a quello in cui ha inizio la seconda, e non all’intervallo di tempo che intercorre tra l’inizio della prima prova e l’inizio della seconda prova, come ritenuto dalla Corte territoriale.

II) Vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Denuncia l’illogicità del ragionamento della Corte di merito, che ha escluso l’attenuante per la gravità del reato, in ragione del tasso alcolemico riscontrato, che tuttavia è elemento che il legislatore ha valutato autonomamente prevedendo l’ipotesi più grave di cui all’art. 186 C.d.S., lett. c); nonché per i precedenti a carico, senza valutarne la risalenza nel tempo.

III) Vizio di motivazione e violazione di legge in ordine alla mancata sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità.

Ritiene illogico e carente l’argomento adottato dal giudice di merito sul punto, avendo ritenuto che “la sostituzione non sarebbe in grado di svolgere una funzione deterrente adeguata alla personalità dell’imputato, già gravato da condanna per fatto analogo”. Contesta tale ragionamento, non rispettoso della finalità rieducativa insita nella prestazione di attività non retribuita a favore della collettività.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è infondato.

Anche a voler seguire l’interpretazione della norma proposta dal ricorrente, la differenza di tempo esistente fra inizio e fine di prima e seconda prova è talmente limitato da rendere irrilevante la questione ai fini dell’accertamento di responsabilità, considerato che le due prove sono state regolarmente effettuate e la seconda prova ha confermato la prima (1,88 g/l la prima e 1,95 g/l la seconda). La distanza temporale tra le due misurazioni non è argomento idoneo ad introdurre un ragionevole dubbio sulla responsabilità dell’imputato e non costituisce elemento atto ad inficiare l’esito dell’alcoltest.

Peraltro, la norma in disamina fa specifico riferimento ad un intervallo di “5 minuti” fra le due prove e non ad un intervallo di “oltre 5 minuti”, come erroneamente asserito dal ricorrente. Si tratta, comunque, di un intervallo che deve essere interpretato come unità temporale minima, finalizzata ad evitare l’esecuzione di due prove troppo ravvicinate (Sez. 4, n. 36065 del 11/04/2017, Visintin, Rv. 27075501).

2. Anche il secondo motivo è infondato.

Sulle omessa concessione delle attenuanti generiche ex art. 62-bis cod. pen. la Corte territoriale ha esplicitato una valutazione di merito adeguata, riconducibile, essenzialmente, alla gravità del fatto e ai precedenti, anche specifici, a carico del prevenuto; tale valutazione non è sindacabile in questa sede in quanto congrua e non manifestamente illogica. Peraltro, il ricorrente neanche ha indicato le specifiche ragioni che avrebbero dovuto indurre il giudice di merito al riconoscimento della detta attenuante, in tal modo rivelando l’assoluta aspecificità della censura.

3. È privo di pregio anche il terzo motivo di ricorso.

Costituisce insegnamento pacifico nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui la sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità, ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 9-bis, è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, da compiersi secondo i criteri dettati dall’art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 13466 del 17/01/2017, Pacchioli, Rv. 26939601). Nella specie, la Corte territoriale ha fornito una valutazione di merito non manifestamente illogica né arbitraria, rispettosa dei parametri indicati dall’art. 133 cod. pen., in quanto per il diniego della sanzione sostitutiva sono stati valorizzati elementi rilevanti quali la negativa personalità del reo e la precedente condanna per fatto analogo nei confronti del C. .

4. Alle superiori considerazioni consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 24 novembre – 10 dicembre 2015, n. 48840

Presidente D’Isa – Relatore Piccialli

Ritenuto in fatto

I.F. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, riformando quella di primo grado limitatamente alla ravvisata aggravante dell’incidente stradale [che ha escluso, rideterminando in melius la pena], per il resto ne ha confermato il giudizio di responsabilità per il reato di cui all’articolo 186, lettera b), del codice della strada [va peraltro osservato che risulta contestata e ravvisata, anche a livello di trattamento sanzionatorio, l’ipotesi di cui alla lettera b), pur emergendo un tasso alcolemico pari, nella due misurazioni, al valore di 1,58 per entrambe, sicchè doveva semmai ritenersi l’ipotesi più grave di cui alla lettera c)] ( fatto dell’11.2.2011)

Con il ricorso ripropone doglianze disattese già in appello.

La prima, relativa alla propria identificazione, sostenendo di essere nato il 24 febbraio 1987, mentre risultava in atti la diversa data di nascita 9 febbraio 1987. Secondo la Corte di merito non vi era dubbio sull’identificazione del responsabile.

La seconda, riguarda il giudizio di responsabilità che si assume immotivato, contestando il rilievo attribuito dal giudice di merito alla rilevazione del tasso alcolemico: tale rilevazione doveva ritenersi inattendibile in ragione del risultato identico, alla prima e seconda prova.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato.

Quanto al primo motivo, non compete alla Corte di legittimità entrare nel merito delle generalità anagrafiche e infatti qui sufficiente osservare, in linea con quanto accertato in sede di merito, l’insussistenza di dubbio circa l’identificazione del ricorrente quale autore del fatto, così dovendosi richiamare il principio secondo cui l’incertezza sull’identificazione anagrafica dell’imputato è irrilevante ai fini della prosecuzione dei processo penale quando sia certa l’identità fisica della persona nei cui confronti sia iniziata l’azione penale, potendosi, in seguito, pur sempre provvedere alla rettifica delle generalità erroneamente attribuite, nelle forme previste dall’articolo 130 c.p.p. [Sezione V, 8 febbraio 2013, Godly]

Le doglianze sulla responsabilità sono nella sostanza generiche, nonostante gli argomenti spesi a supporto, perché attinge un apprezzamento dei compendio probatorio satísfattiva mente dimostrativo della condizione di irregolarità in cui versava l’imputato, basato sugli esiti non solo della deposizione di uno degli operanti, ma anche sugli esiti del test alcolimetrico

L’apprezzamento del giudicante non merita censure in questa sede, tra l’altro essendovi una doppia statuizione di responsabilità sul punto della responsabilità.

Né può censurarsi la considerazione attribuita agli esiti dell’esame. Vanno richiamati i principi affermati in materia.

In primo luogo, quello secondo cui, in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie dei tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione dei disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro la integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione [Sezione IV, 16 dicembre 2014, Ciarnese].

In secondo luogo, in ordine alla valenza probatoria dell”‘alcooltest” ai fini e per gli effetti dell’affermazione di responsabilità per la contravvenzione di guida sotto l’influenza dell’alcool (articolo 186 del codice della strada), va ricordato l’altro principio, parimenti pacifico, in forza del quale l’esito positivo dell’alcooltest è idoneo a costituire prova della sussistenza dello stato di ebbrezza ed è semmai onere dell’imputato fornire eventualmente la prova contraria a tale accertamento dimostrando vizi od errori di strumentazione o di metodo nell’esecuzione dell’aspirazione ovvero vizi correlati all’omologazione dell’apparecchio, non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell’apparecchio [tra le tante, Sezione IV, 10 maggio 2012, De Rinaldis].

Per l’effetto, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione [Sezione IV, 12 luglio 2013, Varratta].

Ma certo il tema dell’inidoneità dell’apparecchio e quello della inattendibilità del test non possono essere devoluti, specie per la prima volta, in Cassazione, non bastando in proposito, per dedurne l’inattendibilità del test, l’opinabile assunto sulla identicità dei risultati delle due prove, di per sé affatto significativo e dimostrativo di alcunché di irregolare.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7­13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 5 luglio – 8 novembre 2017, n. 50973

Presidente Izzo – Relatore Ranaldi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 13.4.2015 la Corte di appello di Venezia, in riforma della sentenza assolutoria di primo grado, appellata dal PM, ha dichiarato An. De. colpevole del reato ex art. 186 cod. strada, condannandolo alla pena di Euro 2.300 di ammenda.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato lamentando, con unico articolato motivo, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 186 cod. strada.

Osserva che l’imputazione si fonda sull’accertamento del tasso alcolemico con due misurazioni eseguite a distanza di 1 ora e 17 minuti e 1 ora e 27 minuti dal momento della guida, con risultati rispettivamente di 0,88 g/l e 0,89 g/l. Nel giudizio di primo grado, svoltosi con rito abbreviato, veniva acquisita consulenza medico-legale di parte, dimostrante come all’atto del sinistro la concentrazione di alcool nel sangue non avesse superato il valore soglia di 0,8 g/l. Il Gip assolveva l’imputato, ritenendo sussistente il ragionevole dubbio che durante la guida del mezzo il ricorrente, pur avendo assunto bevande alcoliche, non avesse nel sangue una concentrazione alcolica superiore a 0,8 g/l.

La Corte di appello, accogliendo i rilievi della pubblica accusa, ha ritenuto che il dubbio del primo giudice non può essere consentito alla luce del quadro normativo vigente che, da un lato, non consente di leggere gli accertamenti alcoltest con la lente delle variabili soggettive delle tempistiche di assorbimento dell’alcool, dall’altro impone di riferire comunque al momento della conduzione del veicolo i risultati ottenuti con l’alcoltest, a meno che si dimostri un’assunzione intermedia.

Il ricorrente deduce la erroneità e genericità di tale ragionamento, che da una parte è in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, dall’altro non offre alcuna motivazione in ordine alla ritenuta irrilevanza della consulenza medico-legale di parte acquisita agli atti, senza mai confrontarsi con il caso specifico. Rileva che la consulenza di parte ha accertato che al momento della misurazione ci si trovava ancora in fase ascendente di assorbimento dell’alcool e, pertanto, andando a ritroso al momento della guida, il valore alcolemico era sicuramente inferiore e al di sotto del valore soglia di 0,8 g/l. Su tale aspetto la Corte di appello non si è confrontata, di qui la carenza di motivazione sul punto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.

1.1. Questa Corte ha già avuto modo di affermare il principio per cui, in tema di guida in stato di ebbrezza, in presenza di un accertamento strumentale del tasso alcolemico conforme alla previsione normativa, grava sull’imputato l’onere di dare dimostrazione di circostanze in grado di privare quell’accertamento di valenza dimostrativa della sussistenza del reato, fermo restando che non integra circostanza utile a tal fine il solo intervallo temporale intercorrente tra l’ultimo atto di guida e l’espletamento dell’accertamento (Sez. 4, n. 24206 del 04/03/2015, Mo., Rv. 26372501).

1.2. In proposito si è argomentato che il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico (Sez. 4, n. 13999 del 11/03/2014, Pi., Rv. 259694); e tuttavia, il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario verificare, ai fini della sussunzione del fatto in una delle due ipotesi di cui all’art. 186, comma 2, lett. b) e e) cod. strada, la presenza di altri elementi indiziari (Sez. 4, n. 47298 del 11/11/2014, Ci., Rv. 261573). Quest’ultima affermazione, peraltro, non va intesa come indicatrice di una sorta di aritmetica delle prove: come se, dato un accertamento strumentale a distanza di un tempo non breve dall’atto di guida (durata invero difficile da determinare una volta per tutte), fosse necessario aggiungere elementi indiziari per ottenere il risultato di “prova sufficiente” dell’accusa. Va infatti tenuto conto anche della distribuzione degli oneri probatori. Non v’è alcun dubbio che l’accusa sia tenuta a dare dimostrazione della avvenuta integrazione del reato, offrendo la prova di ciascuno e tutti gli elementi essenziali dell’illecito. Ma tale prova, per espressa indicazione normativa (e per radicata interpretazione giurisprudenziale), è già data dall’esito di un accertamento strumentale che replichi le cadenze e le modalità previste dal Codice della strada e dal relativo regolamento. La presenza di fattori in grado di compromettere la valenza dimostrativa di quell’accertamento non può che concretizzarsi ad opera dell’imputato, al quale compete di dare la dimostrazione dell’insussistenza dei presupposti del fatto tipico.

2. Nella indicata prospettiva va intesa la motivazione della sentenza impugnata, che, lungi dal porsi in contrasto con i principi del libero convincimento e dell’assenza di prove legali, ha semplicemente ribadito gli insegnamenti dianzi accennati in ordine alla impossibilità di fondare un giudizio di ragionevole dubbio in ordine alla configurabilità del reato di guida in stato di ebbrezza sul mero dato costituito dal lasso temporale (più o meno breve) decorso tra la conduzione del veicolo e l’effettuazione delle prove alcolimetriche.

3. A fronte della regolare esecuzione delle due prove mediante etilometro, la Corte territoriale, con motivazione logica e congrua, nonché corretta in punto di diritto, e pertanto immune da vizi di legittimità, ha indicato gli elementi di prova a carico del prevenuto e, nel contempo, ha sostanzialmente contrastato, sia pure succintamente, le argomentazioni del consulente tecnico di parte, nella parte in cui ha opinato che i risultati dell’alcooltest non possono essere letti con la lente delle variabili soggettive nelle tempistiche d’assorbimento dell’alcool. Si tratta della nota problematica della incidenza della cd. curva alcolimetrica che, prescindendo dalla valutazione dei suoi fondamenti scientifici, non può essere predicata in astratto o sulla base di meri indici di “verosimiglianza”, perché va puntualmente e concretamente dimostrato che il tasso esibito dalla misurazione strumentale eseguita a distanza di tempo non rappresenta la condizione organica del momento in cui si era ancora alla guida.

Più in generale, nella materia in riferimento non può essere accolta una prova a discarico basata soltanto su valutazioni teorico-scientifiche che costituiscono espressione della soggettiva dinamica metabolica della curva alcolemica rispetto al momento di assunzione della sostanza alcolica, tanto più in assenza di adeguati riferimenti al momento esatto di tale assunzione.

4. Ne consegue che le censure articolate dal ricorrente non colgono nel segno, posto che la sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei principi che informano la distribuzione dell’onere probatorio rispetto all’applicazione della disciplina di cui all’art. 186 cod. strada, fornendo adeguata risposta alle problematiche sottese al caso concreto sottoposto al suo esame.

5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 24 novembre – 10 dicembre 2015, n. 48840

Presidente D’Isa – Relatore Piccialli

Ritenuto in fatto

I.F. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, riformando quella di primo grado limitatamente alla ravvisata aggravante dell’incidente stradale [che ha escluso, rideterminando in melius la pena], per il resto ne ha confermato il giudizio di responsabilità per il reato di cui all’articolo 186, lettera b), del codice della strada [va peraltro osservato che risulta contestata e ravvisata, anche a livello di trattamento sanzionatorio, l’ipotesi di cui alla lettera b), pur emergendo un tasso alcolemico pari, nella due misurazioni, al valore di 1,58 per entrambe, sicchè doveva semmai ritenersi l’ipotesi più grave di cui alla lettera c)] ( fatto dell’11.2.2011)

Con il ricorso ripropone doglianze disattese già in appello.

La prima, relativa alla propria identificazione, sostenendo di essere nato il 24 febbraio 1987, mentre risultava in atti la diversa data di nascita 9 febbraio 1987. Secondo la Corte di merito non vi era dubbio sull’identificazione del responsabile.

La seconda, riguarda il giudizio di responsabilità che si assume immotivato, contestando il rilievo attribuito dal giudice di merito alla rilevazione del tasso alcolemico: tale rilevazione doveva ritenersi inattendibile in ragione del risultato identico, alla prima e seconda prova.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato.

Quanto al primo motivo, non compete alla Corte di legittimità entrare nel merito delle generalità anagrafiche e infatti qui sufficiente osservare, in linea con quanto accertato in sede di merito, l’insussistenza di dubbio circa l’identificazione del ricorrente quale autore del fatto, così dovendosi richiamare il principio secondo cui l’incertezza sull’identificazione anagrafica dell’imputato è irrilevante ai fini della prosecuzione dei processo penale quando sia certa l’identità fisica della persona nei cui confronti sia iniziata l’azione penale, potendosi, in seguito, pur sempre provvedere alla rettifica delle generalità erroneamente attribuite, nelle forme previste dall’articolo 130 c.p.p. [Sezione V, 8 febbraio 2013, Godly]

Le doglianze sulla responsabilità sono nella sostanza generiche, nonostante gli argomenti spesi a supporto, perché attinge un apprezzamento dei compendio probatorio satísfattiva mente dimostrativo della condizione di irregolarità in cui versava l’imputato, basato sugli esiti non solo della deposizione di uno degli operanti, ma anche sugli esiti del test alcolimetrico

L’apprezzamento del giudicante non merita censure in questa sede, tra l’altro essendovi una doppia statuizione di responsabilità sul punto della responsabilità.

Né può censurarsi la considerazione attribuita agli esiti dell’esame. Vanno richiamati i principi affermati in materia.

In primo luogo, quello secondo cui, in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie dei tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione dei disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro la integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione [Sezione IV, 16 dicembre 2014, Ciarnese].

In secondo luogo, in ordine alla valenza probatoria dell”‘alcooltest” ai fini e per gli effetti dell’affermazione di responsabilità per la contravvenzione di guida sotto l’influenza dell’alcool (articolo 186 del codice della strada), va ricordato l’altro principio, parimenti pacifico, in forza del quale l’esito positivo dell’alcooltest è idoneo a costituire prova della sussistenza dello stato di ebbrezza ed è semmai onere dell’imputato fornire eventualmente la prova contraria a tale accertamento dimostrando vizi od errori di strumentazione o di metodo nell’esecuzione dell’aspirazione ovvero vizi correlati all’omologazione dell’apparecchio, non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell’apparecchio [tra le tante, Sezione IV, 10 maggio 2012, De Rinaldis].

Per l’effetto, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione [Sezione IV, 12 luglio 2013, Varratta].

Ma certo il tema dell’inidoneità dell’apparecchio e quello della inattendibilità del test non possono essere devoluti, specie per la prima volta, in Cassazione, non bastando in proposito, per dedurne l’inattendibilità del test, l’opinabile assunto sulla identicità dei risultati delle due prove, di per sé affatto significativo e dimostrativo di alcunché di irregolare.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost., sent. 7­13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille euro, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.


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