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Calamite da frigo illegali

9 Gennaio 2019


Calamite da frigo illegali

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Gennaio 2019



Magneti che si attaccano agli elettrodomestici: ogni oggetto di plastica o di altri materiali pericolosi che rappresenta un cibo non può essere né prodotto né messo in vendita. 

Fin quando sono il souvenir di un viaggio, con l’icona di una cattedrale, di un monumento o di uno scorcio della città non c’è nulla da temere. Ma quando le calamite da frigo diventano la fedele riproduzione di un cibo, allora bisogna stare attenti. Già, perché con una sentenza a sorpresa – che cambierà d’oggi in poi l’aspetto dei nostri elettrodomestici – la Cassazione [1] ha detto che esistono calamite da frigo illegali.

La pronuncia parla chiaro: le calamite possono essere pericolose. Già, ma quali?

Non si tratta di una singola partita ritirata dal commercio perché ritenuta pericolosa (magari perché non a norma, difettosa o con colori che stingono). Né la Cassazione ha voluto fomentare la fake news sulle calamite da frigo cancerogene. Per capire quali sono le calamite da frigo illegali bisogna prima conoscere un reato di cui non tutti parlano. La legge [2] in particolare vieta la produzione, l’importazione, l’esportazione o la vendita di prodotti che, avendo un aspetto diverso da quello che sono in realtà, compromettono la sicurezza o la salute dei consumatori. Tali prodotti sono quelli che, pur non essendo alimentari, hanno forma, odore, aspetto, imballaggio, etichettatura, volume o dimensioni tali da far prevedere che i consumatori, soprattutto i bambini, li possano confondere con cibo e pertanto li portino alla bocca, li succhino o li ingeriscano con conseguente rischio di soffocamento, intossicazione, perforazione o ostruzione del tubo digerente.

Come dire: esistono le fake news ed esistono anche i fake food, il cibo finto.

Bene: proprio alla luce di ciò, la Cassazione ha giudicato illegali le calamite da frigo tanto perfette da risultare indistinguibili dai normali prodotti alimentari. Quindi banditi i magneti a forma di banana, ciambelle americane, muffin, macarons, caramelle, pancake, panini al prosciutto, pancarrè con nutella (già, perché le hanno fatte anche così e – almeno in foto – sembrano identiche all’originale), toast. E – aggiungiamo noi – lo stesso dicasi per numerose riproduzione di frutta finta fatta di cera o di plastica che, a quel punto, non potrebbe stare nei nostri centro tavola. Eppure c’è chi li vende.

Di certo, la polizia non può venire a casa di tutti gli italiani a sequestrare i fake food – anche perché, a tutto voler concedere – non è il consumatore ad essere responsabile per l’acquisto ma il produttore o il venditore di tali oggetti.

A questo punto veniamo al caso deciso dalla Cassazione.

Se le calamite raffiguranti alimenti sono troppo realistiche scatta per il commerciante l’incriminazione penale

Tutto nasce da un sopralluogo fatto a Palermo. La polizia passa davanti a un negozio cinese e trova esposte migliaia di calamite «raffiguranti prodotti alimentari di varia natura». La merce viene subito messa sotto sequestro. Per la donna scatta l’accusa di aver messo in vendita oggetti pericolosi sia per adulti che per bambini. Evidentemente gli agenti avranno scambiato il negozio cinese per un fruttivendolo e avranno provato ad addentare i magneti (e dire che c’è chi si diverte a raccontare le barzellette sui carabinieri).

I giudici, messi alle strette, hanno dovuto applicare la legge: e così è stato confermato il capo di imputazione. Visto che la legge c’è, va anche applicata. Secondo la sentenza in commento, il pericolo per i consumatori c’è, almeno alla luce delle caratteristiche delle calamite che per forma, odore, aspetto, imballaggio e dimensioni apparivano come veri alimenti.

Veniamo alle sanzioni: la legge prevede l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda fino a 500mila euro, ma nel caso di specie l’imputata se l’è cavata solo con 700 euro.

La lezione da imparare è chiara per tutti: mai mettere in commercio prodotti con grosse potenzialità ingannatorie tali da simulare il cibo commestibile.

note

[1] Cass. sent. n. 381/19 dell’8.01.2018.

[2] Art. 1 e 5 D.Lgs. 73/1992.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 11 luglio 2018 – 8 gennaio 2019, n. 381

Presidente Lapalorcia – Relatore Ciriello

Ritenuto in fatto

1.- Con sentenza del 19.04.2017, il Tribunale di Palermo, per quanto qui rileva, ha condannato Li. L. alla pena di Euro 700 di ammenda per il reato di cui agli artt. 1 e 5 del D.Lgs. 73/1992, perché “immetteva nel mercato, commercializzava o comunque importava circa 37.800 calamite raffiguranti prodotti alimentari di varie tipologie che per forma, odore, aspetto, imballaggio, etichettatura, volume o dimensioni erano tali da apparire come prodotti alimentari così da determinare il rischio che siano ingeriti con pericolo per la salute dei consumatori”.

2.- Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione l’imputata, tramite il proprio difensore di fiducia, chiedendone l’annullamento.

2.1. Con il primo motivo, la ricorrente ha dedotto il vizio di violazione di legge dell’art. 143 c.p.p. in relazione all’art. 109 e 169 c.p.p., lamentando la lesione del diritto di difesa per mancata traduzione degli atti all’imputata straniera, con conseguente nullità assoluta degli atti compiuti.

2.2. Con il secondo motivo, la difesa ha dedotto il vizio di motivazione, lamentando la mancata valutazione, da parte del Giudice, della effettiva potenzialità ingannatoria dei prodotti. Nella prospettazione difensiva, difatti, qualunque oggetto è di per sé potenzialmente pericoloso per la salute dei bambini, atteso che gli stessi sono per natura portati a mettere in bocca qualsiasi oggetto in loro possesso, a prescindere dalla raffigurazione o meno di un alimento. La difesa rileva altresì la non riconducibilità delle calamite al novero dei giocattoli, oggetto di una più rigorosa normativa a riguardo, nonché la circostanza per cui le calamite vendute dalla ricorrente presentano i medesimi requisiti di tutte le calamite vendute in qualunque altro esercizio commerciale.

Considerato in diritto

3.- Il ricorso è inammissibile.

3.1. In relazione al primo motivo di ricorso, va ribadito come in tema di traduzione degli atti, anche dopo l’attuazione della direttiva 2010/64/UE ad opera del D.Lgs. 4 marzo 2014 n.32, la mancata nomina di un interprete all’imputato che non conosce la lingua italiana dà luogo ad una nullità a regime intermedio – e non assoluto -, che deve essere eccepita dalla parte prima del compimento dell’atto ovvero, qualora ciò non sia possibile, immediatamente dopo e, comunque, non può più essere rilevata né dedotta dopo la deliberazione della sentenza di primo grado o, se si sia verificata nel giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo (Sez. 2, Sentenza n. 26075 del 09/06/2016 Ud. (dep. 22/06/2016, Rv. 267157).

3.2. – Deve anche essere osservato come il riconoscimento del diritto all’assistenza dell’interprete, al pari di quello della traduzione degli atti, non discende automaticamente, come atto dovuto e imprescindibile, dal mero “status” di straniero o apolide, richiedendosi l’ulteriore presupposto dell’accertata ignoranza della lingua italiana in capo a quest’ultimo. (Sez. 4, Sentenza n. 39157 del 18/01/2013 Ud. (dep. 23/09/2013 ) Rv. 256389)

3.3. La ricorrente, nel suo ricorso, deduce genericamente la mancata traduzione degli atti nonché mancata nomina dell’interprete, senza neanche rappresentare che vi sia stata una omissione riguardo all’accertamento sulla conoscenza della lingua italiana né disattenzione di una specifica eccezione in tal senso, atteso che non opera nel sistema la presunzione di ignoranza della lingua italiana da parte del cittadino straniero; non costituendo neanche la pregressa nomina dell’interprete, come l’eseguita traduzione di alcuni atti del procedimento in favore dell’imputato straniero, una prova automatica della ignoranza della lingua italiana da parte di questo, non vincolando tali atti il giudice, sempre libero di accertare, in ogni momento o fase del giudizio, la conoscenza effettiva della lingua sulla base di circostanze univoche di segno diverso (Sez. 3, Sentenza n. 37364 del 05.06.2015 Ud. (dep. 16/09/2015) Rv. 265185).

Ne discende che il motivo di ricorso, che non si confronta con gli oneri di allegazione scaturenti dai suddetti principi, è generico, manifestamente infondato e, quindi, inammissibile.

4.- Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto articolato in fatto e diretto a sollecitare una rivalutazione nel merito delle emergenze processuali, non consentite in questa sede.

4.1.- Dal provvedimento impugnato emerge come il giudice di merito abbia compiuto un accertamento di fatto relativamente al prodotto, pervenendo alla conclusione che gli oggetti esaminati fossero analoghi per aspetto, per forma e odore, a prodotti alimentari e, come tali, carichi di potenzialità ingannatone , nonché pericolosi in quanto idonei ad apparire commestibili, con rischio concreto di poter essere ingeriti, ritenendo tale rischio a carico di ogni consumatore, anche adulto, risultando pertanto frutto di una considerazione ulteriore la potenzialità dannosa per i bambini, rispetto al pericolo già rilevato per il consumatore comune, che non inficia tuttavia la completezza e adeguatezza del ragionamento del giudicante.

5.- Ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.


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