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Come può un minore chiedere aiuto ad uno psicologo?

10 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Gennaio 2019



Quando serve il consenso dei genitori per la consulenza di un professionista. Come funziona l’assistenza nel consultorio familiare e a scuola.

«Né carne né pesce», si diceva una volta dell’adolescente. Non è più un bambino ma nemmeno è adulto. Forse per questo la fase dell’adolescenza è una delle più difficili da attraversare per ogni giovane: si avverte che qualcosa è cambiato, ma non si riesce a dare la giusta dimensione a questo mutamento. E si ha la sensazione di non essere capiti dai grandi, neppure dai genitori. L’adolescenza è un periodo in cui si soffre per le prime cotte non sempre corrisposte, per non essere accettati dal gruppo come si vorrebbe, perché si è insoddisfatti del proprio corpo. O per la propria essenza, a volte difficile da comprendere anche per l’adolescente stesso. Tutto ciò porta, inevitabilmente, ad uno stato di sofferenza che, in alcuni casi, può portare ad una grave crisi esistenziale. Per uscire dalla quale qualche volta c’è bisogno di un intervento esterno. Ma come può un minore chiedere aiuto ad uno psicologo?

Il problema (o uno dei problemi) è che non esiste una ricetta unica per curare il «mal d’adolescenza», se vogliamo chiamarlo così. Ogni giovane, infatti, reagisce a questa fase di cambiamento in maniera diversa. Ognuno, ad esempio, elabora a modo suo un lutto o la separazione dei genitori con l’inevitabile allontanamento fisico di uno di loro dalla famiglia. Così come vive a modo suo un fallimento a scuola o una situazione così particolare come una gravidanza inattesa. Se poi c’è un rapporto conflittuale con il padre e con la madre, per non sprofondare nella depressione e capire come recuperare sé stesso ha bisogno di un punto di riferimento esterno, come uno psicologo. E la domanda che si pone è sempre quella: come può un minore chiedere aiuto ad uno psicologo? La legge agevola in qualche modo l’approccio di un ragazzino ad un professionista di cui non sa nulla ma al quale raccontare i suoi problemi ed il suo stato d’animo? Ed il tutto senza che i genitori ne sappiano nulla?

Perché anche questo è un problema non indifferente: come fare a convincere un adolescente a confidarsi con uno sconosciuto senza dire alcunché ai genitori? Lo può fare o ha bisogno del consenso di almeno uno dei due, anche se sono separati? Vediamo.

Chiedere aiuto allo psicologo: il consenso dei genitori

La normativa vigente sui minori prevede che un minore si possa rivolgere ad uno psicologo solo con il consenso di entrambi i genitori. La consulenza del professionista verso i ragazzini, infatti, viene considerata a tutti gli effetti un atto di straordinaria amministrazione. Pertanto, si richiede il consenso sia della madre sia del padre, cioè di chi ha la responsabilità genitoriale. Il Codice civile, infatti [1], stabilisce che tale responsabilità è esercitata da entrambi i genitori. E che le decisioni di maggiore interesse per i figli devono essere prese di comune accordo, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei ragazzi. In caso di conflitto, sarà un giudice a decidere eventualmente che la responsabilità genitoriale venga esercitata separatamente. Da ciò si deduce che se uno dei due ha perso per decisione di un giudice tale facoltà, spetta a chi l’ha mantenuta dare il proprio consenso affinché il minore possa chiedere aiuto allo psicologo.

Questo concetto viene ribadito nel codice deontologico degli psicologi, come riporta il portale italiano di riferimento per la consulenza psicologica PsicologiOnline.net. Questo codice, infatti, sancisce che «le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la tutela» [2].

Le eccezioni al consenso genitoriale

Può capitare, però, che uno psicologo venga a conoscenza di una determinata e grave situazione che interessa un minore e che i genitori del ragazzo non vogliano dare il loro consenso per una consulenza. Che succede in questi casi?

Il professionista che, comunque, ritiene necessario un intervento ed un trattamento nei confronti del giovane può farlo ma solo dopo averne informato l’autorità che tutela i minori.

Non è necessario il consenso dei genitori per chiedere aiuto allo psicologo nemmeno quando la consulenza viene determinata da un giudice competente oppure quando avviene all’interno delle strutture predisposte dalla legge.

Che succede se i genitori sono separati?

Il fatto che due genitori siano legalmente separati non esclude che debbano essere entrambi a dare il consenso quando il minore chiede aiuto allo psicologo. Non a caso, se – ad esempio – la madre si reca presso lo studio del professionista chiedendo una consulenza per il figlio, lo psicologo la inviterà a ritornare con il padre del ragazzo (se esercita ancora la potestà genitoriale su di lui) per acquisire il relativo consenso.

Se, invece, la consulenza è già iniziata ed uno dei due genitori manifesta successivamente il proprio dissenso, le sedute con il minore dovranno essere sospese.

Può succedere, però, che uno dei due genitori sia impossibilitato, per vari motivi, a recarsi presso lo studio dello psicologo per fornire il proprio consenso. In questo caso, dovrà rivolgersi al giudice tutelare per ottenere la dovuta autorizzazione a procedere alla consulenza.
Per quanto riguarda le richieste di certificazione, invece, ciascuna dovrà essere firmata da entrambi i genitori. In caso di separazione legale, la documentazione dovrà essere rilasciata in duplice copia (una per ciascun genitore).

La firma di entrambi viene richiesta anche sul consenso informato, che dovrà essere sottoscritto alla presenza del professionista a meno che ci sia una decisione di un giudice che stabilisca il contrario. Può capitare, infatti, che il magistrato competente autorizzi la consulenza psicologica nei confronti di un minore anche se uno dei due genitori ha manifestato il proprio dissenso.

Che succede in caso di affidamento?

E se il minore che chiede aiuto allo psicologo non è figlio naturale dei genitori con cui vive ma è stato dato in affidamento esclusivo? Anche in questo caso la legge vuole l’intervento di entrambi, a tutela dell’interesse del ragazzino e del suo diritto di ricevere assistenza ed educazione da parte sia del padre sia della madre.

Anche in questo caso, però, c’è un’eccezione e riguarda il cosiddetto «affidamento super esclusivo». Si tratta di quello che lascia nelle mani del genitore affidatario ogni potere decisionale riguardante il minore e che, quindi, toglie all’altro genitore la facoltà di deliberare alcunché. Se quest’ultimo, dunque, si oppone alla consulenza psicologica, lascerà il tempo che trova: la sua decisione non produrrà alcun effetto legale.

Il consenso manifestato dai genitori può essere revocato in qualsiasi momento: significa che, in questo caso, lo psicologo dovrà sospendere la consulenza in mancanza dell’approvazione del padre o della madre.

Chiedere aiuto allo psicologo: che succede se uno dei genitori si oppone?

Fin qui, dunque, abbiamo visto che (a meno di situazioni eccezionali in cui interviene un giudice) un minore può chiedere aiuto allo psicologo solo con il consenso di entrambi i genitori. Ma che succede se uno dei due si rifiuta, forse pensando che il figlio non ha bisogno di un estraneo per risolvere i suoi problemi?

Ecco, la prima cosa da fare in questo caso è partire proprio da qui: dal fornire al genitore che rifiuta la consulenza il motivo per cui il minore chiede aiuto e la terapia si rende necessaria per il suo benessere fisico ed emotivo. Parlare, quindi, con il genitore che nega il consenso, dunque, è il punto di partenza per capire

se è disposto a cambiare idea o, al contrario, se non sarà mai disposto a cedere.

In quest’ultimo caso, cioè se il genitore dissenziente appare irremovibile, l’altro genitore può chiedere un parere ad un avvocato, per valutare l’opportunità di rivolgersi eventualmente all’autorità giudiziaria ed ottenere un provvedimento di autorizzazione a procedere. Come abbiamo visto prima, infatti, la decisione del giudice prevale sul mancato consenso di uno dei genitori.

Chiedere aiuto allo psicologo: il consultorio familiare

Quando un minore avverte la necessità di chiedere aiuto allo psicologo, non vuol dire che sia costretto a recarsi ogni volta nel suo studio che, magari, immagina troppo serioso, pieno di libri e con la classica poltrona sulla quale sdraiarsi per raccontare i suoi problemi. Ci sono delle alternative come il consultorio familiare, cioè l’ufficio messo a punto dalle Asl per accogliere chi ha bisogno di questo tipo di prestazione sanitaria (perché di quello si tratta: di una prestazione per migliorare uno stato di salute non per forza fisico).

Per fare questo percorso in un consultorio familiare ci vuole, comunque, il consenso di entrambi i genitori.
Gli operatori della struttura, compreso lo psicologo, sono tenuti a mantenere il segreto professionale. Significa che nessuno verrà a sapere ciò che il minore racconterà al professionista, il che metterà il ragazzo maggiormente a suo agio.

Il minore può recarsi al consultorio da solo?

Come abbiamo più volte ribadito, affinché il minore possa avere la consulenza di uno psicologo ci deve essere il consenso dei genitori. Ciò non impedisce al ragazzo, però, di recarsi al consultorio familiare la prima volta in maniera autonoma, cioè da solo, per avere un parere iniziale sulla sua situazione personale. Questo consulto è gratuito. Quindi, in assenza dei genitori, la legge prevede la possibilità per lo psicologo di effettuare una singola seduta di consulenza con il minore, considerando quest’ultima come un singolo atto di ordinaria amministrazione. Si tratta, infatti, di una previsione finalizzata a tutelare il ragazzino. Tuttavia, lo psicologo non potrà in quell’occasione somministrare al minore alcunché né redigere una relazione su quanto emerso nel corso della seduta: ciò è vietato in assenza di un consenso esplicito di entrambi i genitori. In altre parole, il professionista non può fare una relazione in assenza del consenso di entrambi o di uno solo dei genitori perché violerebbe il codice deontologico. Cosa che non farebbe, però, se utilizza in giudizio una relazione redatta in precedenza con il consenso di entrambi i genitori (anche se presentata soltanto da uno di loro).

Lo psicologo può soltanto – e se richiesto – rilasciare una mera certificazione della singola seduta di consulenza nei confronti del minore, senza però esprimere dei pareri clinici o alcun tipo di diagnosi.

Come accennato in precedenza, può succedere che il professionista avverta il rischio un grave danno per la salute psicologica del minore e ritenga necessarie delle prestazioni nei suoi confronti, ma non disponga del consenso di entrambi i genitori. In questo caso può informare l’autorità tutoria competente, ovvero il giudice tutelare e il presidente del Tribunale per i minorenni). Si tratta di una possibilità residuale, che può essere utilizzata in via eccezionale e adottando un atteggiamento estremamente prudente.

Chiedere aiuto allo psicologo a scuola

L’altra alternativa per il minore che chiede aiuto allo psicologo è quella di avere una consulenza nell’ambiente che conosce di più: la scuola che frequenta. Qui, però, bisogna distinguere due situazioni diverse: che ci sia professionista all’interno dell’istituto scolastico o che non ci sia.

Nel primo caso, lo psicologo viene inserito attraverso un progetto di psicologia scolastica, all’interno del quale si definiscono degli obiettivi da realizzare durante l’anno. Tale progetto (noto come Pof) viene comunicato ai genitori e da loro visionato e sottoscritto al momento dell’iscrizione a scuola del ragazzo. Pertanto, quando il minore chiede aiuto allo psicologo si potrebbe escludere la necessità del consenso informato dei genitori. A patto, però, che l’intervento del professionista non interferisca con la sfera personale del minore.

Se, invece, lo psicologo deve entrare direttamente in classe per lavorare con i ragazzi, il consenso dei genitori sarà obbligatorio, come ha stabilito la Corte di Cassazione [3].

Questo significa che tutte le attività degli psicologi a scuola devono essere comunicate preventivamente ai genitori, in modo da acquisire o meno il consenso, come qualsiasi altro progetto scolastico (e come, del resto, avviene nel caso della consulenza psicologica privata).

Il consenso informato dei genitori, infine, è necessario anche per attivare lo sportello di ascolto psicologico individuale all’interno della scuola. Si tratta di una modalità particolare di consulenza, che permette allo psicologo di ascoltare individualmente un minore.
Ai sensi della normativa in vigore, peraltro, anche un primo colloquio con il minore dovrà essere sempre preceduto dal consenso informato, diversamente da quanto accade al consultorio familiare.

note

[1] Art. 337-ter cod. civ.

[2] Art. 31 cod. deontologico psicologi.

[3] Cass. sent. n. 40291/2017.


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