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Bambino si tappa orecchie se sente rumore: che significa?

7 Febbraio 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini


Bambino si tappa orecchie se sente rumore: che significa?

> Salute e benessere Pubblicato il 7 Febbraio 2019



In attesa di una legislazione italiana che renda obbligatori i test preventivi sulla salute dei bambini, le ricerche procedono in ambito di training uditivi.

“Non parlo, non vedo, non sento!” Questo il tris di saggi intendimenti che vanno di pari passo con le tre scimmiette di tradizione giapponese appollaiate sulla sommità dell’ingresso di un tempio shintoista, riconosciuto peraltro come bene protetto dall’UNESCO [1]. Chi può dire di non aver mai visto almeno una volta questo gruppetto di mini primati almeno in apparenza inclini a farsi i fatti propri? Se infatti una scimmietta è tutta intenta a tenere la bocca “cucita”, la seconda, si scherma lo sguardo con le mani, mentre l’ultima si fodera le orecchie con entrambi i palmi delle mani. Tutti escamotage per non entrare in contatto con l’esterno o forse con il male proveniente dall’esterno. Ma se a trincerarsi dietro una cortina di incomunicabilità non sono più i cuccioli di scimmia, ma i “cuccioli” degli uomini, vale a dire se il bambino si tappa le orecchie se sente rumore che significa? La risposta più ovvia, ma forse anche meno significativa, potrebbe essere che il rumore è davvero fastidioso, ma quando un rumore può dirsi fastidioso? Esiste un tetto di normale tollerabilità da non oltrepassare? Se non ti senti così sicuro di centrare l’obiettivo, perché non provi a seguirci? L’argomento che lega i bambini alla capacità di ascolto può infatti rivelarsi molto meno banale di quanto potrebbe sembrare. Anzi, un’attenzione amplificata su questo aspetto che riguarda i bimbi con cui, a vario titolo, si ha a che fare, potrebbe rivelarsi importante per la loro vita da adulti.

Ci sono dei rumori da attenzionare?

La risposta è sì. Scartando infatti le situazioni di oggettivo fastidio, e con questo ci si intende riferire ai casi in cui i rumori sono davvero assordanti al punto da essere sgradevoli per chiunque, stabilire una linea di demarcazione da non oltrepassare è tutt’altro che agevole.

Nel caso in cui il bambino fosse incline a portarsi le mani alle orecchie in modo frequente anche dinnanzi a rumori tendenzialmente sopportabili, un approfondimento in più non sarebbe affatto male. Ma quali sarebbero questi rumori insopportabili? Potrebbe trattarsi del frullatore di casa, dell’aspirapolvere, della sirena dell’allarme dei vicini, o anche delle ventole dei bagni, o di un banalissimo asciugacapelli.

Tutti rumori quindi ai quali per lo più ci si assuefà, in genere senza grossi problemi, nonostante la totale assenza di melodia. Ma allora cos’è che può determinare delle reazioni così radicali da parte di alcuni piccini verso certe fonti di rumore? Stando a chi da tempo si occupa di queste casistiche, i peggiori sarebbero i rumori vicini in quanto percepiti come potenzialmente più aggressivi rispetto a quelli che provenendo da lontano, appaiono più lievi.

Se alla vicinanza si aggiunge poi l’elemento della continuità del suono e dello stridore, ci sono buone probabilità che i bambini particolarmente sensibili ai rumori comincino a tenere dei comportamenti tali da richiamare l’attenzione.

Bambini più a rischio

Come è vero che ci sono dei rumori a cui prestare maggiore attenzione, è vero anche che esistono dei bambini su cui ci si dovrebbe soffermare un po’ di più. In questa categoria di “sorvegliati speciali” si annoverano i bambini affetti da dislessia; spesso infatti è stato possibile appurare che le difficoltà scolastiche che questi scolari incontravano erano causate proprio da disfunzioni uditive.

Un’altra correlazione è quella tra la iperacusia e forme depressive o autolesioniste.

Quindi per dirla molto semplicemente, i disturbi uditivi possono essere la causa di ulteriori e importanti deficit su cui però è possibile intervenire, con buoni risultati, sin dalla più tenera età.

Quali strategie usare verso i bambini ultra-sensibili ai suoni?

Per approcciare nella giusta ottica la domanda, una premessa è d’obbligo. La ipersensibilità dei più piccoli potrebbe infatti tradursi anche in una loro iper-reattività al semplice scorrere dell’acqua del rubinetto o al susseguirsi delle onde marine. Un duro colpo visto che lo sciabordio delle onde marine viene spesso persino utilizzato all’interno di esercizi di meditazione, in quanto suono che predispone al rilassamento dei pensieri e dei sensi.

Se per qualche bambino non è così, la sua reazione, per quanto incomprensibile razionalmente, va accettata, in quanto molto probabilmente il piccolo sta mandando dei segnali che dovrebbero indurre l’adulto a capire che l’ambiente circostante gli risulta probabilmente troppo stimolante.

Per cui è abbastanza insensato incaponirsi nel tentare d’insegnare al bambino a non farlo più, mentre è sicuramente più di buon senso prendere atto che il gesto del bambino di tapparsi le orecchie può essere semplicemente una risposta adattativa ad un contesto sensoriale sovra-stimolante.

Disturbi uditivi e disturbi comportamentali: quale connessione?

Forse non è poi così scontato sottolineare che se il bambino ipersensibile ai suoni, dovesse vivere in un ambiente per lui poco rassicurante, ciò potrebbe nel lungo periodo essere causa anche di disturbi del comportamento.

Ad esempio, se a disturbare l’equilibrio interiore del piccolo dovesse essere il suono insistente del telefono, potrebbe anche verificarsi che, per evitare il ripetersi di stati ansiosi legati al trillo inaspettato e stridulo, il bambino possa reagire rompendo il telefono. Sul punto potrebbe essere di sicuro illuminante quanto scritto dal dottor Guy Berard, otorinolaringoiatra francese, già a partire dal 1982 [2].

È infatti lui stesso a sostenere che “il comportamento dell’uomo è in gran parte condizionato dal suo udito”. Un’affermazione sicuramente dotata di una certa autorevolezza se si considera la sua esperienza maturata su ben oltre 8.000 casi seguiti.

Esistono dei test utili per un primo screening?

La risposta è affermativa anche se forse ben pochi conoscono l’esistenza e il nome di questo test ad hoc. Infatti se, con buona approssimazione, chiunque ha sentito parlare del test del DNA, non altrettanto può forse dirsi per il cosiddetto M-CHAT test costituito da una ventina circa di domande rivolte ai genitori con il fine di capire se sia opportuna una visita da un neuropsichiatra infantile.

Trattandosi in buona sostanza di una griglia di domande, il rischio che si potrebbe correre laddove il test dovesse dare un risultato non corretto, è di sottoporre il piccolo ad una visita neuropsichiatrica inutile, ma laddove il test dovesse centrare il suo bersaglio, si potrebbe evitare al piccolo guai ben peggiori, come si vedrà di seguito.

Cosa fare e a chi rivolgersi per un consulto specialistico?

Una volta infranta la cortina dell’incredulità e della ritrosia ad andare più a fondo dinnanzi a comportamenti sui generis del bambino, non sarebbe sbagliato pensare ad un approccio multidisciplinare tale da coinvolgere l’aspetto biomedico, sensoriale e comportamentale.

Un punto da cui partire potrebbe essere un training uditivo volto alla rieducazione dell’udito che in USA prende il nome di Auditory Integration Training con acronimo A.I.T. Un training che può variare a seconda delle metodologie messe in campo.

A titolo esemplificativo si segnalano:

  • metodi da fare “on-site”, vale a dire sul posto tra cui si annoverano i metodi che vanno sotto i nomi degli “ideatori” tra cui: Berard, Tomatis, e Wolf;
  • metodi cosiddetti “Home-programs”, vale a dire da fare a casa mediante il ricorso a cassette o CD personalizzati o standard. Tra questi segnaliamo: il Johansen Sound Therapy, il Listening Program, il Samonas, l’Audry ecc.

Potendo scegliere, andrebbero preferiti i metodi che implicano una relazione diretta con un terapista, ma laddove si sia impossibilitati a spostarsi per raggiungere i centri che applicano queste metodologie, anche la seconda opzione sopra menzionata rappresenta una valida alternativa. Inoltre per ciò che attiene nello specifico il metodo Berard, la precauzione è quella di rivolgersi ad uno specialista autorizzato dall’International Association of Berard Practitioners (IABP) in Belgio. È bene sapere che la terapia in Europa è a totale carico delle famiglie, non essendo rimborsata in alcun modo dalle ASL di appartenenza.

Disturbi uditivi e rischio autismo

Seppur non sia mai da consigliare il ricorso a diagnosi estemporanee “fai da te”, non è infrequente il caso che vede associati complessi disturbi uditivi a fenomeni di autismo. A tale riguardo merita una menzione uno studio condotto nel 2014 da Mark Wallace, con Ph.D alle spalle, nonché direttore del Brain Institute Vanderbilt. I risultati a cui l’equipe di studio è pervenuta indicherebbero che le persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) avrebbero problemi ad integrare le informazioni visive e uditive che ricevono dall’esterno.

Questo sembrerebbe così vero che tanto un rumore particolare che un surplus d’informazioni visive, sarebbero sufficienti a produrre un vero caos nel loro cervello. Per dirla con il co-autore Stephen Camarata “È come se stessero guardando un film straniero doppiato male: nel loro cervello i segnali uditivi e visivi non corrispondono”. È poi sempre Wallace ad affermare che “una delle immagini classiche dei bambini con autismo è che hanno le mani sopra le orecchie”.

La persona affetta da autismo emette quindi un rumore aggiuntivo, ma a lei noto e quindi tranquillizzante rispetto a quelli che sente amplificati nella sua testa, con l’unico scopo di riuscire a meglio tollerare l’ambiente che lo circonda.

Legge su M-CHAT test: sogno o realtà?

Considerato lo scenario non tranquillizzante che potrebbe aprirsi in conseguenza di complessi disturbi uditivi, sottovalutati o non correttamente diagnosticati, perché non rendere obbligatorio l’M-CHAT test di cui sopra?

È forse proprio con questo intento di sensibilizzare opinione pubblica e legislatore che le sorelle Selene e Sabina Colombo con il “loro” film dal titolo “Ocho pasos adelante” (Otto passi avanti) sono riuscite a spuntarla in Argentina dove esiste una legge sulla diagnosi precoce di questi disturbi dell’udito. Mentre in Italia non esiste ancora niente di tutto questo, nonostante l’estrema importanza di una diagnosi tempestiva, quando cioè il bambino è ancora alla scuola materna.

Vaccini e rischio autismo: cosa pensano i giudici?

La Cassazione con una recente pronuncia [3] con la quale ha negato la relazione tra vaccini e autismo, non fa che confermare la posizione presa in ambito di politica vaccinale dall’OMS e dal ministero della Salute. Una linea quella seguita dagli “ermellini” nel 2017 che precedentemente era stata presa anche dalla Corte d’appello meneghina che aveva negato alla parte attrice il diritto al risarcimento per danni vaccinali, normato da una apposita legge risalente al 1992 [4].

Nel caso di specie non poteva dirsi accertata in base a criteri di probabilità scientifica, l’incidenza dal punto di vista deterministico delle vaccinazioni sull’insorgenza della sindrome autistica. Per cui, per dirla più semplicemente: i vaccini somministrati al bambino non sono stati ritenuti nemmeno una concausa dell’autismo poi dallo stesso “sviluppato”.



Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Santuario di Nikko in Giappone.

[2] “Udito uguale comportamento”, Guy Berard, 1982.

[3] Cass. civ. sez. lav. ordinanza n.29583 dell’11.12.2017.

[4] L. n. 210 del 25.02.1992.


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