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Quando c’è violenza sessuale?

10 Gennaio 2019


Quando c’è violenza sessuale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Gennaio 2019



Come capire se una ragazza è stata violentata: tutti i possibili comportamenti che possono essere considerati stupro ai danni di una donna.

Sbaglia chi pensa al reato di violenza sessuale come alla semplice costrizione fisica – eseguita dall’uomo con forza, violenza o minaccia – realizzata al fine del completamento dell’atto sessuale e, quindi, della penetrazione con il coito. La violenza sessuale ai danni di una donna ha così tante sfaccettature da far rientrare in questo concetto anche il semplice bacio non voluto, lo sfioramento del seno o dei glutei e ad anche la prosecuzione di un rapporto sessuale inizialmente accettato ma poi, durante l’esecuzione, opposto con fermezza. Ci sono state addirittura diverse sentenze che hanno ritenuto sussistente la violenza sessuale nel caso di un rapporto con la prostituta a cui però non sia seguito il pagamento della prestazione; ed altre pronunce che hanno ritenuto sussistere il reato quando una persona fa credere alla vittima di ricoprire ruoli o cariche che non ha, inducendola così in errore sulle proprie qualità al fine di estorcerne con l’inganno il consenso. Senza contare poi il banale approfittarsi di una condizione di inferiorità psichica (si pensi alla donna che ha bevuto, si è drogata o ha un deficit mentale). Dall’altro lato, e contrariamente a quanto spesso si crede, non è violenza sessuale il rapporto tra un uomo di 70 anni e una ragazza di 14 atteso che l’età del consenso inizia proprio da questo momento e, quindi, si è fuori anche dalla pedofilia. Alla luce di tutti questi limiti, come capire se una ragazza è stata violentata? Ossia, quando c’è violenza sessuale? Quali sono gli atti che, posti da un uomo, possono far comprendere che c’è stato uno stupro?

Una recente sentenza della Cassazione [1] fa il punto della situazione e fissa una sorta di guida sui presupposti del reato di violenza sessuale. Ne parleremo qui di seguito, facendo il punto della situazione ed elencando le condotte tipiche – e quelle più frequenti – che possono consentire alla donna di denunciare l’uomo con il quale abbia avuto qualsiasi tipo di rapporto. Ma procediamo con ordine.

Quando scatta la violenza sessuale?

Prima di parlare delle singole ipotesi del reato di violenza sessuale e, in questo modo, capire se una ragazza è stata violentata, leggiamo la legge e cerchiamo di interpretarne il contenuto che, per sua natura, è generale e astratto. Successivamente proveremo a immaginare una serie di ipotesi per spiegare quali di queste può considerarsi davvero uno stupro. 

Il codice penale [2] punisce genericamente la condotta di chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. La pena va dai 5 ai 10 anni di reclusione.

Il reato quindi scatta non solo in presenza di un “no” secco ed espresso con le parole. Il diniego della donna può anche essere tacito, intuibile dal suo comportamento. L’uomo deve farsi interprete dei gesti della donna per comprendere se la sta coartando o meno. E difatti – come dice la norma – si ha violenza sessuale non solo quando il rapporto è consumato con minaccia («Se non ti spogli ti uccido») o con violenza (ossia con l’uso della forza), ma anche con «abuso di autorità». Cosa significa?

Per «abuso di autorità» deve intendersi quella supremazia derivante da autorità, sia pubblica (ad esempio un poliziotto o un insegnante) che privata (ad esempio il datore di lavoro), di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali. Tale rapporto di supremazia è stato, ad esempio, riconosciuto in ordine al reato di violenza sessuale perpetrato da un professore a danno di una studentessa. Lo stesso dicasi nel caso del datore di lavoro che costringe la dipendente, sotto minaccia di licenziamento, a un rapporto sessuale. Non importa se questa abbia poi compiuto la scelta in modo consapevole, pur potendo svincolarsi: conta la minaccia psicologica, che può essere diretta («Se non stai con me, ti licenzio») o indiretta («Se ti sottrai potresti non fare carriera»).

Violenza sessuale: tutte le condotte

Per violenza sessuale non si intende solo il rapporto sessuale in sé, ma anche qualsiasi contatto con le zone erogene di una donna. È violenza sessuale il palpeggiamento – sia pur fugace – dei glutei o del seno: non conta il soddisfacimento fisico della vittima, ma l’intrusione, anche di un solo secondo, nella sfera privata della donna. Le zone erogene che fanno scattare il reato di violenza sessuale sono le cosce, le natiche, il petto, il collo, le orecchie, la bocca e, ovviamente, l’organo sessuale. Mettere “a sorpresa” la mano nella scollatura di una donna è violenza sessuale, così come avvicinarsi all’interno di un pullman pieno di gente onde sfiorarle le natiche. Ed è violenza sessuale anche il bacio sulla bocca “rubato”, quello cioè dato con l’inganno e senza consentire alla vittima di sottrarsi (si pensi all’uomo che spinge la ragazza verso il muro dimodoché non possa scappare o le cinge i fianchi o le stampa sulla bocca il bacio senza che questa possa avere il tempo di capire ciò che sta succedendo). Non è invece violenza sessuale, ma il più blando reato di violenza privata, il bacio sulla guancia non voluto. Non è reato neanche toccare i capelli. Invece lo strusciamento sull’autobus è violenza sessuale.

La violenza sessuale consiste anche nell’atto sessuale iniziato con il consenso della donna, ma poi da questa revocato nel corso del rapporto anche per un semplice e capriccioso ripensamento (si pensi all’ipotesi a un uomo che voglia fare pratiche particolari o che voglia togliersi il preservativo). Difatti per capire se una ragazza è stata violentata bisogna verificare che il consenso di questa sia rimasto integro dall’inizio alla fine del rapporto.

Masturbarsi davanti a una donna può essere ingiuria (che non è più reato ma solo un illecito civile, che costringe al più al risarcimento del danno). Ma costringerla a vedere la scena può integrare il reato di violenza privata. 

Quando l’inganno è violenza sessuale

La violenza sessuale può consistere anche quando il rapporto viene raggiunto con l’inganno. Il tipico caso è quello di un uomo che seduce una ragazza su internet, facendole credere di rivestire un particolare ruolo o funzione (ad esempio, il capo dell’ufficio personale di una grande azienda, che potrebbe assumerla) o una professione interessante (ad esempio un fotografo addetto al casting di trasmissioni televisive). Dopo di ciò ottiene un appuntamento con la vittima e, in quella occasione, i due consumano un rapporto sessuale. Poiché però il consenso della donna è stato raggiunto con l’inganno, la Cassazione ha detto che si tratta di violenza sessuale.

Le forme della violenza e della minaccia

Abbiamo detto che il reato di violenza sessuale scatta non solo con la violenza, ma anche con le minacce o con l’inganno o con l’abuso di autorità. Per quanto riguarda la violenza non si intende soltanto quella che pone il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre tutta la resistenza voluta, tanto da realizzare un vero e proprio costringimento fisico, ma anche quella che si manifesta nel compimento rapido e insidioso dell’azione criminosa, consentendo in tal modo di superare la contraria volontà del soggetto passivo. È ad esempio il caso di chi, traendo velocemente la mano da un sacchetto che teneva tra le gambe, aveva «palpeggiato» la coscia di una ragazza che era seduta accanto a lui su un autobus.

Il posizionarsi sopra il corpo della vittima e simulare l’atto sessuale, in modo da impedirle reazioni, è anche una forma di violenza.

Anche la minaccia può essere violenza sessuale. Ad esempio, l’ex fidanzato che, non rassegnandosi alla fine del rapporto, stalkerizza la ragazza e, così, riesce a coartarla a letto. Ed è violenza sessuale quella di un uomo che costringe una donna a un rapporto sotto ricatto di pubblicare alcune foto compromettenti. Obbligare una persona a spogliarsi su internet può essere tentata violenza sessuale se si fa credere al soggetto passivo che solo così potrà ottenere un posto di lavoro.

La violenza può anche tramutarsi in semplice insistenza tanto da far credere alla vittima che, se non acconsentirà agli atti sessuali, ne potrebbe subire danni superiori.

Violenza sessuale quando si abusa delle condizioni di incapacità di una donna

È violenza sessuale approfittarsi di una donna che ha bevuto (o peggio farla bere deliberatamete) ed è ubriaca o semplicemente brilla [3] oppure che si è drogata. È violenza sessuale avere un rapporto con una ragazza che è incapace di intendere e volere per dei deficit mentali (handicap).

Integra infatti il reato di violenza sessuale anche la condotta di chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto.

Secondo la Cassazione [1], l’abuso delle condizioni di inferiorità della vittima non scatta solo quando questa è inferma, malata psichica, ubriaca o drogata. Anche le condizioni di tempo e di spazio possono portare a una condizione di soggezione. Ad esempio, l’uomo che conduce una ragazza in un posto appartato, dove anche se grida nessuno potrà sentirla, e insiste ripetutamente per avere un rapporto sessuale sta abusando di lei se ignora i suoi “no”. L’eventuale consenso infatti potrebbe essere in questo caso ottenuto solo per via del timore che, in caso di diniego, le conseguenze potrebbero essere peggiori. Insomma, la ragazza potrebbe darsi e fingersi consenziente solo per timore di rischiare di essere altrimenti ammazzata.

L’atto sessuale con una donna in condizione di depressione è stato considerato dalla giurisprudenza una violenza sessuale, poiché essa implica una minore resistenza della vittima alle altrui pressioni. Non si richiede quindi una malattia certificata dal medico. 

Dall’altro lato, però, non per questo fare sesso con una donna malata è sempre stupro. La Cassazione ha detto che bisogna valutare caso per caso se c’è il consenso della vittima. Il vizio del consenso non può essere presunto, né desunto solo dalla condizione patologica in cui quest’ultima si trovi.

Se anche l’età del consenso – ossia quella a partire dalla quale non è più reato fare sesso con un minorenne – è 14 anni, per cui da tale momento è lecito avere rapporti sessuali con una ragazzina molto più piccola, secondo la Cassazione l’enorme differenza di età può essere indice di una forma di abuso delle altrui condizioni di inferiorità psicologica. In altri termini, una persona adulta potrebbe giocare proprio su questo divario per portare la giovane a fare ciò che non vuole.

Obbligare una donna a masturbarsi è violenza sessuale

Il reato di violenza sessuale non richiede necessariamente un contatto fisico diretto con la vittima, quando gli atti sessuali coinvolgano oggettivamente la corporeità sessuale della persona offesa e siano finalizzati ed idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale. Quindi è violenza sessuale quando il reo, al fine di soddisfare od eccitare il proprio istinto sessuale, obbliga la donna ad atti di autoerotismo [4].

Costringere la donna a toccare i genitali maschili è violenza sessuale?

La risposta è si. Difatti, Pper atto sessuale deve intendersi qualsiasi atto che sia finalizzato e idoneo a violare il bene primario della libertà individuale attraverso l’eccitazione o il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. Esso ricomprende oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo tra soggetto attivo e soggetto passivo, ancorchè fugace ed estemporaneo, o che comunque coinvolgendo la corporeità sessuale di quest’ultimo, sia finalizzato e normalmente idoneo a porre in pericolo la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale [5].

Rientrano in tale nozione sia gli atti di violenza carnale che quelli di libidine violenti.

La richiesta del preservativo non toglie la violenza sessuale

Secondo la Cassazione [1], se una donna viene costretta al rapporto che non vuole, il semplice fatto che abbia chiesto all’aggressore di mettersi il preservativo, al fine solo di limitare i danni, non implica il suo consenso, per cui si ha ugualmente violenza sessuale.

Circostanza attenuante

La pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi nel caso di minore gravità. La minore gravità deve essere valutata tenendo conto delle modalità esecutive della condotta e delle circostanze dell’azione, come, ad esempio, della qualità dell’atto compiuto, e, quindi, del grado di coartazione esercitato sulla vittima, delle condizioni fisiche e mentali di quest’ultima nonchè del danno alla stessa concretamente provocato anche in termini psichici [6].

Non può riconoscersi tale circostanza attenuante nel caso in cui il delitto di violenza sessuale sia stato commesso da un docente nell’ambito di un istituto scolastico.

Di converso, l’eventuale consenso del minore al rapporto sessuale, sebbene non esclude la configurabilità del reato, può comunque essere considerato dal giudice ai fini del riconoscimento dell’attenuante della minore gravità [7]. 

Circostanze aggravati 

La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di violenza sessuale sono commessi:

  • nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici;
  • con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa;
  • da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio;
  • su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale;
  • nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto della quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, il tutore;
  • all’interno o nelle immediate vicinanze di istituto d’istruzione o di formazione frequentato dalla persona offesa;
  • nei confronti di donna in stato di gravidanza;
  • nei confronti di persona della quale il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva, anche senza convivenza. A tal riguardo, si consideri che non è configurabile un «diritto all’amplesso» né, conseguentemente, il potere di esigere o imporre una prestazione sessuale che, nel contesto dei rapporti coniugali, possa escludere la sussistenza del reato.

note

[1] Cass. sent. n. 727/2019.

[2] Art. 609bis cod. pen.

[3] Cass. Pen., Sez. III, 16 gennaio 2012, n. 1183; Cass. Pen., Sez. III, 03 giugno 2010, n. 20766.

[4] Cass. Pen., Sez. III, 14 novembre 2011, n. 41412; Cass. Pen., Sez. III, 09 aprile 2010, n. 13513; Cass. Pen., Sez. III, 02 luglio 2007, n. 25112.

[5] Cass. Pen., SS. UU., 14 aprile 2014, n. 16207; Cass. Pen., Sez. III, 08 giugno 2011, n. 23094; Cass. Pen., Sez. III, 24 marzo 2011, n. 11958).

[6] Cass. Pen., Sez. III, 12 febbraio 2014, n. 6623; Cass. Pen., Sez. III, 27 gennaio 2014, n. 3638; Cass. Pen., Sez. III, 01 febbraio 2012, n. 4354; Cass. Pen., Sez. III, 23 gennaio 2012, n. 2689; Cass. Pen., Sez. II, 22 gennaio 2009, n. 3189 

[7] Cass. Pen., Sez. III, 25 luglio 2011, n. 29618.


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