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Famiglia di fatto

24 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Gennaio 2019



Diritti e doveri all’interno della convivenza, tra i partner e nei confronti dei figli. Che succede in caso di separazione o di morte di uno dei due?

Sempre più spesso, soprattutto negli ultimi tempi, ci sono dei giovani che decidono di andare a convivere senza contrarre matrimonio, almeno in un primo momento. È uno dei segni più evidenti del mutamento sociale a cui si assiste da qualche decennio a questa parte. «L’amore e la voglia di stare insieme non hanno bisogno di una firma», si sente dire da tanti ragazzi. La legge, però, non la pensa così: quella firma è necessaria affinché la famiglia che si vuole creare, anche senza passare dall’altare, abbia uno status giuridico. In altre parole: la famiglia di fatto non si genera nel momento in cui due persone decidono di condividere una casa ma nel momento in cui quell’unione viene dichiarata e riconosciuta legalmente.

Che cosa serve per formare una famiglia di fatto, oltre all’amore e alla voglia di stare insieme? Serve che l’unione sia stabile, solida e non occasionale. Insomma, serve un vincolo del tutto simile a quello contratto da marito e moglie al momento del matrimonio. Ci sono, come vedremo, dei requisiti ben precisi affinché una famiglia di fatto venga riconosciuta come tale.

Altra questione importante riguarda i figli frutto di una coppia di fatto: hanno gli stessi diritti legali rispetto ai figli di una coppia sposata? E cambiano anche diritti e doveri tra genitori e figli e viceversa? Che succede con i minori quando la famiglia di fatto si disfa a causa di una separazione? E quando uno dei partner muore, quali diritti ereditari hanno il compagno o la compagna ed i figli?

A queste e ad altre domande sulla famiglia di fatto rispondiamo in questa guida.

Famiglia di fatto: che cos’è?

Proviamo innanzitutto, a dare una definizione di famiglia di fatto. Possiamo dire che si tratta di una realtà in cui una coppia convive stabilmente senza che la loro unione sia stata ufficializzata da un matrimonio ma nel rispetto dei diritti e dei doveri coniugali.

Affinché la convivenza venga riconosciuta come famiglia di fatto, occorrono questi requisiti:

  • la diversità di sesso all’interno della coppia: è una caratteristica che rende la famiglia di fatto diversa dall’unione civile;
  • la convivenza qualificata: la coabitazione della coppia sotto lo stesso tetto (la cosiddetta «casa familiare») e deve avere come scopo la vita materiale e spirituale in comune;
  • la mancanza di un atto di matrimonio;
  • il riconoscimento sociale, che esclude la convivenza clandestina o di durata talmente breve da non essere nota nell’ambiente in cui abita la coppia;
  • la stabilità del rapporto.

Per formare una famiglia di fatto, dunque, non basta «provare a stare insieme» qualche giorno e poi si vedrà: occorre un vero progetto di convivenza come se si fosse sposati.

Famiglia di fatto: diritti e doveri della coppia

Non avere un legame matrimoniale che la unisce, esclude all’interno della coppia che forma una famiglia di fatto i reciproci diritti e doveri caratteristici del rapporto tra marito e moglie (quelli, cioè, sanciti dal Codice civile).

La coppia di fatto, però acquisisce dei diritti legali sia a livello reciproco sia nei confronti della società. L’ordinamento, infatti, riconosce per i conviventi di una famiglia di fatto norme come queste:

  • la possibilità di astenersi durante un processo penale di testimoniare contro il compagno o la compagna;
  • l’accesso alla procreazione assistita;
  • la possibilità di nominare un amministratore di sostegno per il partner;
  • l’esercizio della responsabilità genitoriale nei confronti dei figli riconosciuti dalla coppia;
  • la facoltà di subentrare nel contratto di affitto intestato al partner nel caso in cui quest’ultimo venga a mancare;
  • l’accesso alle prestazioni dello stato sociale, come l’assegnazione di una casa popolare;
  • la possibilità di accogliere in affido un minore temporaneamente privo di una famigli;
  • la tutela possessoria della casa in cui la coppia convive;
  • il diritto al risarcimento del danno subìto dal partner (ad esempio, nel caso in cui rimanga vittima di un incidente mortale o di un omicidio);
  • la tutela contro la violenza domestica;
  • la tutela patrimoniale in caso di separazione;
  • la possibilità di erogare dei soldi al partner per le esigenze della coppia senza l’obbligo di restituzione (a meno che ci sia una palese sproporzione tra la somma elargita e la necessità da soddisfare).

Famiglia di fatto: la tutela patrimoniale della coppia

Tante singole norme, dunque, ma non una tutela giuridica specifica per la famiglia di fatto. Che cosa succede, a questo punto, con la parte patrimoniale all’interno della coppia? Come nella comunione dei beni per una coppia sposata «quel che è mio è tuo e quel che è tuo è mio» oppure c’è una normativa specifica?

In realtà, la legge non dice nulla al riguardo. Ci si affida, dunque, all’iniziativa del Consiglio Nazionale del Notariato volta a tutelare le coppie da questo punto di vista. Si tratta della possibilità di sottoscrivere dei veri e propri contratti di convivenza riconosciuti dalla legge [1] in grado di regolare tutti gli aspetti patrimoniali che riguardano sia la convivenza sia l’eventuale separazione. Quindi, si mette nero su bianco che cosa succede (e succederà, nel caso in cui il rapporto salti in aria) con la casa, il mantenimento, i beni, il testamento, ecc. Nel bene e nel male, ovviamente. Queste clausole, attraverso il contratto di convivenza siglato da un notaio, acquisiscono valore legale in quanto hanno forma di scrittura privata o di atto pubblico.

Famiglia di fatto: c’è l’obbligo di mantenimento?

Senza il contratto di convivenza di cui abbiamo appena parlato, la legge non riconosce ad oggi il diritto al mantenimento da parte del convivente all’interno della famiglia di fatto. Un concetto chiarito anche dalla Cassazione, con una sentenza [2] in cui stabilisce che la convivenza non può essere assimilata al matrimonio in quanto i partner (lo dice la Suprema Corte) non hanno voluto assumersi i diritti ed i doveri dei coniugi legalmente sposati.

Per lo stesso motivo, il convivente non è nemmeno tenuto a garantire all’altro un assegno alimentare.

Famiglia di fatto: i rapporti con i figli

Se la coppia che ha messo in piedi una famiglia di fatto non viene paragonata dalla legislazione a quella sposata, non succede altrettanto con i figli. Dal 2013, infatti, c’è la totale equiparazione tra i bambini nati da una coppia sposata e quelli nati da una coppia di fatto o, comunque, fuori dal matrimonio [3]. Tant’è che nell’ordinamento giuridico, grazie a questa legge, non ci sono più termini come «figlio naturale» e «figlio legittimo». Sempre di figlioli si tratta, insomma.

La stessa legge sancisce per la coppia di fatto la possibilità di esercitare la responsabilità genitoriale e non più la potestà genitoriale. Qual è la differenza? Significa che la coppia di fatto acquisisce l’obbligo di mantenere, educare ed istruire i figli nati dal loro rapporto. Viceversa, il figlio deve rispettare i propri doveri nei confronti del genitore e contribuire, in base alle sue possibilità, al mantenimento della famiglia finché resterà in quella casa.

Famiglia di fatto: che succede in caso di separazione?

Quando la famiglia di fatto si frantuma e cessa la convivenza a causa di un disaccordo tra i partner, non esiste alcun obbligo o diritto reciproco. Significa che ciascuno si deve riprendere la sua roba senza che l’altro possa pretendere alcunché che non sia suo, perché non esiste una comunione dei beni.

Ad esempio, se durante la convivenza sono state acquistate stoviglie, pentole, mobili, ecc., ciascuna di queste cose apparterrà, dopo la separazione, a chi le ha pagate, anche se sono state acquistate ad uso e a beneficio comune. Insomma, se ti piaceva il divano su cui ti addormentavi ogni sera davanti alla tv ma l’ha pagato lei, sarà lei ad addormentarsi davanti alla tv a casa sua senza che tu possa opporti.

Lo stesso vale per la casa in cui la coppia ha convissuto. Il convivente che non è proprietario dell’immobile e che non ha alcun diritto di godimento (come, ad esempio, un affitto) viene considerato un ospite e, pertanto, non è in grado di vantare alcun diritto sull’utilizzo della casa.

Sempre in caso di cessazione della convivenza per disaccordo, in presenza di figli minorenni ciascuno dei conviventi può rivolgersi al Tribunale dei minori affinché vengano stabiliti l’affidamento dei ragazzi, il diritto di visita, l’assegno per il loro mantenimento ed il luogo in cui devono abitare, cioè l’assegnazione della casa familiare.

Famiglia di fatto: che succede se uno dei due muore?

L’altro motivo per cui può cessare la convivenza all’interno di una famiglia di fatto è la morte di uno dei due partner. In questo caso, che succede? Quali sono i diritti del convivente superstite?

Anche qui la legislazione è piuttosto carente. Se il partner muore per cause naturali, al convivente non spetta alcun diritto successorio. A meno che sia stato fatto in vita da parte del defunto un testamento in cui nomina il compagno o la compagna suo erede. In questo caso, ovviamente, va rispettata la volontà del partner deceduto.

Diverso il discorso se la morte è stata provocata da una terza persona, ad esempio per incidente stradale o in caso di omicidio. Il convivente superstite, di fronte a ciò, avrebbe diritto ad un risarcimento del danno da parte di chi ha commesso il fatto.

note

[1] Legge n. 76/2016.

[2] Cass. sent. n. 4204/1994.

[3] Dlgs. n. 154/2013.


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2 Commenti

  1. Buona sera,
    grazie sempre gli argomenti trattati e per le delucidazioni volevo chiedere che nel caso di famiglia di fatto io posso lavorare nel negozio della mia compagna senza essere assunto ( sono pensionato ) e senza incorrere in sanzioni da parte di nessuno di noi due, alludo a lavoro non regolare cioè in nero
    grazie
    giorgio

    1. I pericoli del lavoro in nero gravano anche per il dipendente, il quale addirittura rischia una querela per il reato di falso in atto pubblico. Insomma, in caso di lavoro in nero, le conseguenze per lavoratore e datore sono tutt’altro che lievi. Non perché si tratta di lavoratore irregolare, il contratto di lavoro non si considera concluso. Nel diritto di lavoro vige il cosiddetto «principio di effettività» in base al quale non conta tanto ciò che risulta dalle carte, ma l’effettiva realizzazione di una attività di lavoro dipendente soggetta al potere direttivo e di controllo del datore. Quindi, anche se il rapporto di lavoro si realizza «di fatto», l’azienda è soggetta a tutte le norme e obblighi previsti per quella determinata categoria di dipendente, obblighi di natura retributiva, contributiva e di sicurezza.

      Il pensionato può essere assunto come lavoratore subordinato. Se ti stai domandando «Sono in pensione: posso lavorare come dipendente?», sappi che la risposta è positiva, ma in diversi casi lavorare potrebbe risultare per te poco conveniente, a causa delle trattenute sullo stipendio. Inoltre, ricorda che sommando due redditi, ossia quello di lavoro e quello di pensione, l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si alza, mentre le detrazioni spettanti (cioè gli importi che diminuiscono l’imposta) si abbassano. Per saperne di più ti consigliamo la lettura del nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/264204_sono-in-pensione-posso-lavorare-come-dipendente

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