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Dimissioni per cambio mansione: spetta la disoccupazione?

11 Gennaio 2019


Dimissioni per cambio mansione: spetta la disoccupazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Gennaio 2019



Demansionamento: l’assegno di disoccupazione (Naspi) viene riconosciuto anche se le mansioni restano le stesse ma di fatto c’è una riduzione delle responsabilità e delle possibilità di crescita.

Tra una settimana le tue mansioni cambieranno. A comunicartelo è stato il datore di lavoro con un ordine di servizio. Ciò che facevi prima verrà affidato a un tuo collega mentre tu sarai spostato in un altro ufficio. A conti fatti questa modifica ti danneggia: il nuovo incarico è, di fatto, una retrocessione di carriera, confinandoti in una posizione dalla quale non avrai alcuna speranza di promozione o carriera. In più, anche se lo stipendio è lo stesso, l’attività è molto meno stimolante rispetto a quella precedente e non ti garantisce alcuna possibilità di crescita professionale. Insomma, a tuo avviso, dietro il nuovo riassetto aziendale si nasconde un vero e proprio “demansionamento”. Hai così intenzione di “licenziarti”. Il tuo unico dubbio è se, dopo tale decisione, ti verrà comunque pagato l’assegno di disoccupazione. Il sussidio infatti viene riconosciuto solo a chi è stato licenziato o se ne va per giusta causa. Nel tuo caso, invece, non ne sei così sicuro. Pertanto ti rechi da un avvocato e gli chiedi: in caso di dimissioni per cambio di mansioni, spetta la disoccupazione? Il legale, se ha letto la sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1], ti risponderà nel seguente modo.

L’azienda può cambiare mansioni al dipendente?

Non è passato molto tempo da quando abbiamo spiegato, in una precedente guida, quando l’azienda può cambiare mansioni al dipendente.

Lo slittamento verso mansioni inferiori è vietato salvo serva per conservare il posto di lavoro in un momento di crisi e si ponga come unica alternativa al licenziamento. In ogni caso il dipendente conserva la stessa retribuzione precedente salvo per le specifiche indennità (si pensi all’indennità di cassa per il cassiere).

Lo spostamento verso l’alto invece è consentito per esigenze straordinarie e limitate nel tempo come, ad esempio, sostituire un collega assente o in maternità o per far fronte a esigenze impreviste ed eccezionali. In questo caso, però, deve essere garantita la paga della categoria superiore.

Non resta che il cambio di mansioni all’interno dello stesso livello e categoria contrattuale. Questa è una libera scelta del datore che non può però risolversi in un «demansionamento di fatto». In altri termini, anche se al dipendente viene affidato formalmente un incarico dello stesso “rango” del precedente, dietro tale spostamento non si può nascondere il tentativo di esiliarlo, di confinarlo in un ramo “secco” dell’azienda ove non vi sono prospettive di crescita e di lavoro, magari dove non ha gli strumenti per maturare e per svolgere un’attività (è il caso del dipendente messo in un ufficio senza computer). Con una recente ordinanza la Cassazione ha stabilito che anche uno stesso livello contrattuale può costituire una lesione dei diritti del lavoratore se non valorizza le capacità da questi acquisiste. In pratica, il lavoratore assegnato a nuovi incarichi che compromettono la sua professionalità è, di fatto, vittima di un demansionamento.

Demansionamento: che fare?

Il demansionamento è illecito e consente al dipendente di dimettersi per giusta causa nonché di chiedere un risarcimento dimostrando il danno che ne ha subito in termini di lesione all’immagine, alla professionalità sino allora acquisita e di perdita di chance lavorative (danno quest’ultimo di tipo economico). Per il risarcimento tuttavia bisogna agire innanzi al tribunale per il tramite di un avvocato e, soprattutto, fornire la prova del danno. Difatti la Cassazione ha spiegato che la lesione provocata dal demansionamento non può essere presunta ma va sempre dimostrata. Senza la prova non spetta alcun risarcimento.

Invece, a seguito delle dimissioni, il dipendente può presentarsi all’Inps e chiedere l’assegno di disoccupazione (attualmente detto Naspi). Difatti, se anche è vero che tale sussidio viene riconosciuto solo a chi viene licenziato, esso è esteso anche ai casi di dimissioni per giusta causa. Il demansionamento è un’ipotesi di questo tipo: essere costretti a “licenziarsi” non per propria volontà ma per un abuso subito all’interno dell’ambiente di lavoro consente quindi di ottenere l’ammortizzatore sociale. Lo stesso dicasi per il lavoratore cui non viene pagato lo stipendio, che viene trasferito senza un giusto motivo o che è vittima di violenze o molestie sessuali. Ed ancora è stata riconosciuta la giusta causa di dimissione per il dipendente costretto a lavorare in un ambiente insalubre (si pensi a un ufficio dove tutti fumano o dove non sono presenti i termosifoni).

Demansionamento: spetta la disoccupazione?

In sintesi si può tranquillamente sostenere che il dipendente, costretto a dimettersi perché demansionato (ossia perché spostato a una categoria contrattuale inferiore o perché, seppur rimasto nella stessa categoria, ha subito di fatto una riduzione del carico di lavoro e delle prospettive di crescita) ha diritto a dimettersi per giusta causa e a chiedere l’assegno di disoccupazione all’Inps.

note

[1] Cass. sent. n. 175/19 dell’8.01.2019.


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