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Rapporti personali tra coniugi

27 Gennaio 2019 | Autore:


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Quali sono i diritti e i doveri nascenti dal matrimonio. La disciplina dei rapporti personali tra coniugi.

Vuoi sapere in che cosa consiste l’obbligo alla coabitazione alla cui osservanza sono tenuti i coniugi dopo il matrimonio? Ti stai chiedendo in che misura marito e moglie devono contribuire alle spese necessarie a soddisfare i bisogni della famiglia? Non conosci quali sono gli obblighi previsti per i coniugi nei confronti dei figli? La risposta a queste domande va rintracciata in quegli articoli del Codice civile che vengono letti dal sacerdote agli sposi subito dopo la celebrazione delle nozze. Tali norme riguardano infatti, i cosiddetti rapporti personali tra coniugi che consistono nell’insieme dei diritti e dei doveri di natura personale che sorgono con il matrimonio.

I rapporti personali tra coniugi

I rapporti personali vanno tenuti distinti da quelli patrimoniali, i quali consistono nell’insieme dei diritti e degli obblighi che concernono le questioni patrimoniali, nascenti sempre in virtù del matrimonio.

A proposito di questi ultimi è opportuno evidenziare che la disciplina dei rapporti patrimoniali si articola con la previsione di più tipi di regimi patrimoniali della famiglia (comunione legale, impresa familiare, comunione convenzionale, separazione dei beni e fondo patrimoniale).

Il nostro legislatore ha previsto come regime patrimoniale legale la comunione dei beni, che si applica automaticamente, al momento del matrimonio, qualora gli sposi non si accordino per un regime diverso (ad esempio per quello della separazione).

A titolo puramente esemplificativo e avendo riguardo solo alla comunione e alla separazione dei beni, si fa presente che con la prima entrambi i coniugi diventano titolari dei beni acquistati durante il matrimonio, ad esclusione di quelli personali; con la seconda invece, ciascun coniuge conserva il godimento e l’amministrazione dei beni (compresi quelli acquistati dopo il matrimonio e i risparmi successivi) di cui è titolare esclusivo.

I coniugi, nel caso in cui il regime scelto non soddisfi più le loro esigenze, possono passare ad un altro regime.

Così i coniugi in comunione di beni possono decidere di passare al regime della separazione dei beni quando si è in presenza di debiti contratti dal marito o dalla moglie oppure in pendenza di una causa che rischia di finire con una condanna per uno dei due.

Su questo argomento si consiglia la lettura dell’articolo Prestito tra coniugi.

La riforma del diritto di famiglia, intervenuta nel nostro ordinamento giuridico nel 1975, ha regolato i rapporti tra i coniugi, sia personali sia patrimoniali, secondo il principio costituzionale dell’eguaglianza morale e giuridica tra marito e moglie.

La struttura autoritaria che caratterizzava la famiglia prima della riforma, in cui il marito occupava un posto primario rispetto alla moglie, è stata quindi, sostituita da una struttura paritaria dove entrambi i coniugi si trovano sullo stesso livello. Ciò significa che vi è un’identità di posizione tra coniugi che hanno le stesse prerogative personali, sono uguali titolari del governo della famiglia e decidono in piena autonomia l’indirizzo della vita familiare.

La regola fondamentale che caratterizza i loro rapporti è quella dell’accordo, nel senso che tutte le decisioni concernenti la conduzione della famiglia dovranno essere prese congiuntamente e in maniera paritaria da entrambi i coniugi.

Questa perfetta uguaglianza esistente tra marito e moglie è espressamente prevista nella prima delle norme che disciplinano i rapporti personali tra coniugi, la quale dispone appunto che con il matrimonio marito e moglie acquistano ed assumono reciprocamente gli stessi diritti e i medesimi doveri [1].

I diritti e i doveri dei coniugi nascenti dal matrimonio

Gli obblighi nascenti dal matrimonio, per entrambi i coniugi sono:

  • obbligo di fedeltà, che da sempre è stato considerato come il più significativo tra gli obblighi nascenti dal matrimonio, posto a tutela dell’unione familiare. Consiste più propriamente nell’impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la fiducia reciproca ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio e non deve essere inteso solo come astensione da relazioni sessuali extraconiugali. La fedeltà dunque, non è solo una fedeltà affettiva. La sua nozione infatti, va ampliata ed avvicinata a quella di lealtà, la quale impone a ciascun coniuge di sacrificare i propri interessi personali e le scelte individuali qualora siano in contrasto con gli impegni e le prospettive di vita comune. In altre parole sia il marito sia la moglie violano tale obbligo non solo quando tradiscono il proprio coniuge ma anche quando prendono decisioni che rispondono solo a un interesse personale e non a quello della famiglia. L’obbligo di fedeltà permane anche durante il temporaneo allontanamento di un coniuge dalle residenza familiare, cioè quando uno dei due coniugi si allontani per motivi di lavoro o di studio dalla casa coniugale; la cessazione di tale obbligo si ha infatti, una volta che sia stato avviato l’iter per la separazione dei coniugi e sia stata emessa l’autorizzazione da parte del presidente del tribunale di vivere separatamente;
  • obbligo di assistenza morale e materiale, che costituisce insieme alla fedeltà, il completamento dell’impegno assunto di vivere insieme. Consiste nel dovere dei coniugi di comprendersi e di sostenersi a vicenda sotto il profilo sentimentale nonché di provvedere alle esigenze materiali dell’altro laddove questi non sia in grado di farvi fronte. Più specificatamente l’assistenza morale riguarda il sostegno reciproco nell’ambito affettivo, psicologico e spirituale. Pertanto, i coniugi devono rispettarsi reciprocamente, astenendosi da comportamenti offensivi, oltraggiosi, denigratori ecc. e ad esempio nel caso di una malattia o di una difficoltà lavorativa del marito, la moglie non deve fargli mancare il proprio sostegno psicologico e morale, confortandolo e standogli il più possibile vicino. Il profilo materiale dell’assistenza riguarda invece, l’aiuto reciproco che dal punto di vista economico i coniugi devono darsi nella vita di tutti i giorni. Quindi, se uno dei due dovesse avere una necessità come ad esempio quella di sostenere una spesa urgente, alla quale non può provvedere da sé, è il coniuge che deve farsene in parte o totalmente carico;
  • obbligo di collaborazione nell’interesse della famiglia, dove si fanno rientrare quei comportamenti che sono necessari a soddisfare le esigenze del nucleo familiare inteso nel suo complesso. Si differenzia quindi, dal dovere di assistenza morale e materiale in quanto quest’ultimo ha riguardo solo ai rapporti reciproci tra coniugi mentre il dovere di collaborazione opera con riferimento all’intero gruppo familiare e quindi, anche ai figli. Entrambi i coniugi devono collaborare sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista materiale per determinare le condizioni necessarie ad assicurare l’unità della famiglia;
  • obbligo alla coabitazione, che va inteso nel senso di abitare sotto lo stesso tetto con riferimento al concetto di comunione di vita. Mentre prima era il marito a fissare la residenza coniugale con il relativo obbligo per la moglie di seguirlo, dopo la riforma, i coniugi fissano la residenza di comune accordo, secondo le esigenze di entrambi e di quelle preminenti della famiglia. Tale obbligo non comporta una presenza continua nella casa familiare in quanto può essere reso non quotidiano e continuo per fatti e circostanze particolari (vedi i numerosi i casi in cui i coniugi spesso per motivi di lavoro, sono costretti ad allontanarsi). In questa situazione pertanto, marito e moglie avranno residenze autonome e mancherà una residenza familiare in senso proprio ma non verrà violato l’obbligo della coabitazione sussistendo una giusta causa all’allontanamento. Inoltre, il nostro legislatore ha posto a carico di entrambi i coniugi, il dovere di contribuzione ai bisogni familiari. Tale dovere in precedenza previsto solo a carico del marito e a carico della moglie solo nel caso in cui il coniuge non avesse mezzi sufficienti a provvedere, realizza il principio di parità tra coniugi introdotto dalla riforma del diritto di famiglia. Marito e moglie pertanto, insieme decidono e contribuiscono ai bisogni della famiglia, intesi come esigenze legate alla vita quotidiana domestica, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze e secondo la propria capacità di lavoro professionale o casalingo. I coniugi scelgono di comune accordo come gestire il “patrimonio familiare” al fine di provvedere al soddisfacimento dei bisogni del nucleo familiare, contribuendo alle necessità ognuno in proporzione alle proprie possibilità. Se ad esempio bisogna comprare un letto nuovo per sostituire quello che si è rotto, marito e moglie d’accordo tra loro decidono come affrontare la spesa, chi paga tra loro e in che misura, contribuendo ognuno in maniera proporzionale. E’importante sottolineare che il nostro legislatore ha parificato al lavoro professionale quello casalingo, di chi pur non producendo reddito, provvede alle faccende domestiche.
  • obbligo di mantenere, istruire, educare ed assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali ed aspirazioni [2]. L’obbligo di mantenimento dei figli consiste nel fornire loro quanto necessario per consentirgli un’adeguata vita di relazione nel contesto sociale in cui sono inseriti. Rientrano in tale obbligo tutte le attività utili per lo sviluppo psico-fisico dei figli. Marito e moglie ad esempio, possono decidere di dare una paghetta settimanale al figlio per le ordinarie spese quotidiane o possono iscriverlo in palestra per favorirne la socializzazione e permettergli di avere relazioni interpersonali. Gli obblighi di istruzione ed educazione riguardano quei provvedimenti che i genitori ritengono utili a formare il senso civico, la coscienza sociale e il grado culturale dei figli, rispettando quelle che sono le loro capacità ed inclinazioni. I genitori devono garantire ai figli un adeguato grado di istruzione, devono impartire loro un’educazione che gli consenta di comportarsi in maniera corretta e civile nella vita di tutti i giorni e devono prestargli aiuto morale e sostegno psicologico.

Gli obblighi dei coniugi nell’interesse della famiglia

La legge prevede inoltre, una serie di obblighi che gravano sui coniugi nell’interesse della famiglia.

La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che non passi a nuove nozze.

Si può considerare tale norma come una deroga al principio di uguaglianza introdotto nel 1975 che trova però, il suo fondamento nell’esigenza di dare all’unione creatasi con il matrimonio, un nome familiare.

In alcuni casi il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando da tale uso derivi per lui un pregiudizio o può autorizzare la moglie a non usare il cognome del marito, qualora dall’uso possa derivarle un pregiudizio. Questi casi il più delle volte, sono da collegare a vicende di separazione.

Dopo il divorzio la moglie perde il cognome del marito, anche se il tribunale, qualora la donna ne abbia fatto richiesta, può autorizzarla a mantenerlo quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela

Tale decisione può essere modificata successivamente, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti [3].

I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

L’indirizzo della vita coniugale non è altro che il programma di vita che entrambi i coniugi delineano per sé e per i propri figli. Non ha solo contenuti patrimoniali (come ad esempio decidere quanto dei rispettivi guadagni vada risparmiato, come si devono investire i soldi della famiglia, il tenore di vita da tenere, ecc.), ma ha contenuti anche di natura interpersonale (ad esempio come determinare i compiti di ciascun membro all’interno della famiglia), avendo riguardo ai principi in forza dei quali si operano le scelte dei coniugi tra loro e quelli in base ai quali i coniugi educheranno i figli.

L’indirizzo familiare va quindi adattato e modificato dai coniugi secondo le esigenze del momento.

Ciascuno dei coniugi ha il potere di dare individualmente, concreta attuazione al programma concordato, in armonia col principio di uguaglianza [4].

Cosa avviene in caso di disaccordo tra i coniugi?

Se i coniugi non raggiungono un accordo sulla fissazione della residenza, sulla determinazione dell’indirizzo della vita familiare oppure su altre questioni concernenti la vita della famiglia, possono ricorrere all’intervento di un giudice per risolvere i contrasti coniugali.

Il giudice tenterà di raggiungere una soluzione concordata. Entrambi i coniugi possono chiedere al giudice di adottare, con un provvedimento non impugnabile, la soluzione che appare più opportuna con riguardo all’interesse della famiglia [5].

Se i coniugi non richiedono l’intervento del giudice, la controversia rimarrà insoluta in quanto lo Stato non potrà intervenire nelle questioni interne tra marito e moglie.

Diversamente, laddove la controversia tra i coniugi riguardi i figli, è necessario – per ragioni di tutela – giungere comunque a una decisione.

Nel caso in cui permanga un disaccordo tra i coniugi, il giudice attribuirà il potere di decisione al genitore che ritiene più idoneo, nel caso concreto, a curare l’interesse del figlio (e che potrà quindi essere, indistintamente, il marito o la moglie) [6].

In tal modo viene comunque garantita l’uguaglianza tra coniugi e rispettata l’autonomia della famiglia, evitando decisioni imposte dall’esterno.

Cosa succede se uno dei due coniugi viola gli obblighi derivanti dal matrimonio?

La violazione dell’obbligo di fedeltà può avere conseguenze rilevanti come l’addebito della separazione al coniuge traditore.

Tuttavia, perché si abbia l’addebito, non è sufficiente provare il tradimento, ma è necessario dimostrare che la violazione dell’obbligo di fedeltà sia stata la causa principale della crisi dell’unione e che abbia da sola o in via principale determinato l’impossibilità della convivenza e della comunione spirituale tra i coniugi.

In caso di allontanamento ingiustificato dalla residenza coniugale, che si verifica quando il marito o la moglie senza giusta causa, abbandona la casa coniugale e rifiuta di farvi ritorno nonostante l’invito dell’altro coniuge, si ha la fine della coabitazione. L’allontanamento deve essere duraturo e non dipendere da un dissenso riguardo alla dimora comune.

Il coniuge che resta nella residenza della famiglia non è più obbligato all’assistenza morale e materiale di quello che si è allontanato mentre quest’ultimo rimane comunque obbligato a contribuire ai bisogni della propria famiglia

Se ad esempio il marito decide di tornare a vivere con i propri genitori, senza che via sia alcuna ragione che giustifichi il suo allontanamento dalla casa in cui viveva con la moglie, questa non è più tenuta ad assisterlo affettivamente, spiritualmente e economicamente mentre il coniuge dovrà continuare a contribuire ai bisogni della famiglia, in proporzione alle proprie sostanze e secondo la propria capacità di lavoro.

Nell’ipotesi di allontanamento senza giusta causa il giudice potrà ordinare il sequestro dei beni del coniuge che si è allontanato, affinché questi non si sottragga all’obbligo di contribuzione ed al mantenimento dei figli [7].

Non si ha allontanamento ingiustificato nel caso in cui il coniuge che ha lasciato la casa coniugale, abbia proposto domanda di separazione o annullamento o ancora di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio).

Non costituiscono cessazione della coabitazione le assenze temporanee o saltuarie dovute a validi motivi di studio o di lavoro.

L’allontanamento dalla casa coniugale e il rifiuto di prestare assistenza morale e materiale al coniuge e di provvedere al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli sono comportamenti sanzionati penalmente.

Pertanto, il coniuge che abbandonando il domicilio domestico o mettendo in atto una condotta contraria all’ordine o alla morale della famiglia, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro [8].

note

[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Art. 147 cod. civ.

[3] Art. 143 bis cod. civ.

[4] Art. 144 cod. civ.

[5] Art. 145 cod. civ.

[6] Art. 316 cod. civ.

[7] Art. 146 cod. civ.

[8] Art. 570 cod. pen.


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