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Come aiutare un figlio adulto insicuro

25 Gennaio 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Come aiutare un figlio adulto insicuro

> Donna e famiglia Pubblicato il 25 Gennaio 2019



Nuovi strumenti di legge e non solo a beneficio della “Generazione X” che non si forma, non studia, né lavora.

La chiamano “Sindrome di Peter Pan”, ma a dispetto del nome che porta, chi ne “soffre” non è deputato a farsi un giro all’ “Isola che non c’è” di disneyana memoria, piuttosto a naufragare in un mare di irresponsabilità, infantilismi e sfiducia nelle proprie capacità. A soffrire di quella che in gergo si chiama “nanotenia psichica”, sembra siano in maggiore misura i maschi piuttosto che le femmine. Ma in che cosa consiste tale sindrome e in quale finestra temporale della vita dell’individuo può affacciarsi? Stando ai professionisti del settore, si tratterebbe di una condizione psicopatologica che riguarda le persone che si rifiutano di crescere, di passare cioè all’età adulta, assumendosi le relative responsabilità, proprio come avviene nella storia di Peter Pan. Ma quali possono essere le cause di questa sindrome? Se anche tu ritieni di non saperne abbastanza sul punto e vuoi raccogliere elementi su come aiutare un figlio adulto insicuro, non staccare proprio ora la “spina”. Magari ti si potrebbe accendere la famosa lampadina che sembra fece gridare ad Archimede “Eureka!”, vale a dire “Ho trovato!”.

Attaccamento del bambino e comportamento da adulto: quale connessione?

Stando a quanto asseriscono gli psicologi dell’età evolutiva, la “Teoria dell’attaccamento[1] con oltre cinquanta anni di vita alle spalle, sta tornando in auge. “Una delle ragioni per cui la teoria dell’attaccamento è tornata di moda è che le sue idee si ripercuotono visibilmente sulla nostra vita quotidiana” ha dichiarato Kenneth Levy[2].

Come si traduce tutto questo nella vita odierna in soldoni? Un corretto attaccamento mamma-bambino nei primi anni di vita fornirebbe una “base sicura” a cui il piccolo potrebbe ritornare nelle fasi di esplorazione dell’ambiente circostante. Tale “porto sicuro” a cui fare ritorno promuoverebbe nel bambino un senso di fiducia in se stesso, favorendo peraltro una progressiva autonomia nei vari stadi della crescita.

Attenzione mamme a fare troppo le chiocce! I piccoli vanno sì protetti, ma al contempo stimolati a spiccare il volo, scontrandosi gradualmente con le frustrazioni e le difficoltà della vita.

Frustrazioni, insuccessi, regole: un trio d’eccezione

Quindi una volta appurato che le mamme sagge, più che “chiocce” o gelidi “iceberg”, devono fungere un po’ da “piattaforme di lancio” per i figli, destinati per loro natura a spiccare i loro voli all’esterna, quali sono gli ostacoli da non temere? In una società come quella odierna dove forse imperversa la politica del “tutto e subito”, in realtà si deve riscoprire l’importanza dei no e quindi delle frustrazioni ad essi connesse.

Pertanto, anziché rendersi paladini del permissivismo tout court, perché non provare ad impartire delle regole della serie “poche ma buone”? Giunti a questo stadio, lasciate che i figli si confrontino con le difficoltà a modo loro! Magari rimanete nelle retrovie per un abbraccio di consolazione quando le cose non vanno nel modo sperato, evitando però di sostituirvi a loro. E poi, se proprio volete suddividere i ruoli tra padre e madre, un saggio ammonimento dice che mentre i padri spingono al raggiungimento di un risultato, le madri premiano lo sforzo.

Teatroterapia: cos’è e quando può rivelarsi utile?

Se comunque, nonostante le varie accortezze seguite e i tentativi fatti, qualcosa fosse andato storto durante la fase della crescita, non è ancora tutto perduto.

Come dice il detto “genitori non si nasce, ma si diventa”, quindi madri e padri che siete all’ascolto non è proprio il caso di piangere sul latte versato, piuttosto se vedete che vostro figlio stenta a staccarsi dal nido per spiccare il suo volo nella vita, qualcosa è ancora possibile, a condizione che accettiate un aiuto dall’esterno. Tra le opzioni da considerare, una può essere di matrice teatrale. Sì! Avete capito bene. Il teatro infatti può rivelarsi uno strumento utile quando sia necessario smuovere delle situazioni e dei vissuti che tendono a stagnare nel tempo.

E’ stato infatti verificato che sperimentare nella realtà immaginaria della scena, comportamenti nuovi e diversi dagli automatismi e schemi personali con cui si reagisce agli eventi della vita, crea un iniziale effetto meraviglia. Per cui quell’esperienza nuova, vissuta sulla scena, entrerà a far parte del vissuto della persona come se l’avesse vissuta nella realtà quotidiana, dando il via ad una serie di novità a cascata, idonee a produrre dei cambiamenti nello stile di vita.

Quindi, magari quel comportamento che proprio non riesce di mettere in atto nella vita concreta, potrebbe saltare fuori in scena rivelando alla persona potenzialità che prima non pensava nemmeno di avere.

Sport e crescita personale: un binomio da non sottovalutare

Altro sicuro alleato della crescita personale è sicuramente lo sport declinato nelle sue diverse forme. E quando si dice “crescita personale” s’intende non solo quella fisica, quanto anche quella interiore.

Se quindi l’inclinazione del figlio è quella di confondersi nella massa, meglio indirizzarsi verso pratiche sportive che incoraggino l’azione individuale, come ad esempio scherma, tennis, ping-pong ecc. Se il ragazzo dovesse avere difficoltà a relazionarsi con gli altri, meglio indirizzarsi verso giochi di squadra come il calcio, la pallacanestro e la pallavolo, fermo restando che in questi ultimi casi vanno posseduti determinati e ineludibili requisiti fisici.

Se poi l’età posseduta dalla persona bisognosa di aiuto, la inserisse ormai nella classe di età di un adulto, potrebbero dimostrarsi più appropriati sport in cui si è seguiti da un personal trainer. Se invece il vuoto dovesse essere di tipo affettivo, perché magari nonostante tutti gli impegni profusi il rapporto genitori-figli è stato più conflittuale e oppositivo che empatico, un’altra opzione da vagliare potrebbe essere la pet-therapy. E’ stato infatti dimostrato che prendersi cura di un animale ed averne la responsabilità incoraggia la crescita con uno scambio affettivo non indifferente.

I valori aggiunti correlati agli sport

E’ ormai fatto notorio come qualsiasi pratica sportiva contribuisca a costruire e consolidare l’autostima tanto in bambini, quanto in adulti che anziani. L’esercizio fisico influisce infatti sulla sicurezza di sé e sull’equilibrio psico-fisico. Vediamo come:

  • aumento del livello di endorfine: l’esercizio fisico contribuisce al rilascio dei neurotrasmettitori detti anche “ormoni della felicità”. Per cui all’aumentare del livello di autostima si produrranno effetti benefici anche sull’umore che, via via, sarà sempre più positivo;
  • obiettivi da perseguire: impostare una scaletta di step raggiungibili e non inverosimili innesca un meccanismo autoindotto di piccole/grandi sfide, con il valore aggiunto di spostare sempre più in là l’asticella dei traguardi personali. Forza e coraggio! La vittoria è assicurata se a tutto questo faranno da cornice impegno e costanza: un mix d’“ingredienti” per stimolare l’autostima;
  • gestione degli stati emotivi. Se si eccettuano i casi in cui gli sport si tramutano in vere e proprie ossessioni, la regolarità degli esercizi fisici imprime all’organismo e anche alla mente, dei ritmi salutari che, quantomeno nel lungo periodo, possono tradursi anche in riduzioni considerevoli del carico di stress con un controllo migliore degli stati emotivi;
  • una routine salutare: allenamenti, partite e gare sono appuntamenti che, volenti o nolenti, entrano a gamba tesa nella scaletta della giornata quando ci si iscrive a certi tipi di pratiche sportive. Tenere testa a questa routine ha il vantaggio di creare punti di riferimento certi nella vita di ogni giorno.

Terapie specifiche di sostegno

Se invece gli stati di blocco dovessero essere d’impatto debilitante al punto che la persona che ne è affetta rifiuti categoricamente i contatti col mondo, chiudendosi in casa in uno stato di quasi perenne isolamento, sarà sicuramente di aiuto rivolgersi ad un approccio terapeutico più mirato coinvolgendo competenze di tipo psicologico se non psichiatrico. E quindi ben vengano incontri di psicoterapia ad approccio comportamentale, cicli di psicodramma, fino a vere e proprie sedute psicoanalitiche anche se è bene sin da ora ricordare che queste ultime non si adattano a tutti. Comunque, qualunque sia il sostegno prescelto, ogni cammino intrapreso in questa direzione andrà inteso come un’esperienza di crescita personale e di chi ci vive accanto.

Generazione N.E.E.T.

Qual è lo scenario che potrebbe profilarsi laddove i “Peter Pan” dei giorni nostri dovessero affacciarsi al pianeta lavoro? Considerando l’attuale giungla del mondo del lavoro, fatta più di pseudo tirocini, contratti a chiamata, e formule ibride che prestano il fianco all’illegalità, non si prospettano di certo tempi facili. Ma qualche cosa si sta muovendo anche dal punto di vista legislativo, anche se in questo campo non si parla più di generazione “Peter Pan” bensì di generazione “N.E.E.T.”. Cosa s’intende con questo acronimo? Per rispondere si deve masticare un po’ d’inglese; infatti N.E.E.T sta per “Not Engaged in Education/Employment or Training”, che significa “non inserito in un percorso di studi, lavoro o formazione”.

A tale riguardo si segnala come anche per l’anno 2019 sia stato prorogato con un nuovo decreto Anpal [3] il bonus assunzioni giovani “neet”. Tale bonus, in sostanza, si traduce in un incentivo all’assunzione calibrato su misura per i giovani che non studiano e non lavorano, di età compresa tra i 16 e i 29 anni, a condizione che siano registrati all’apposito programma dedicato ai Neet.



Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Attribuita allo psicoanalista britannico John Bowlby e scientificamente avvalorata dalla sua allieva Mary S. Ainsworth.

[2] Professore associato di psicologia presso la Pennsylvania State University.

[3] Anpal, Decreto n.581 del 28.12.2018.


2 Commenti

  1. Salve La Legge per tutti… Come posso dimostrare di non essere padre di un ragazzo che credevo fosse mio figlio? Mia moglie mi ha ingannato per anni facendomi credere che quel bambino fosse mio. Sono molto turbato. E nel frattempo il vero padre entrava nella nostra casa, lei ha favorito i rapporti di nostro figlio con lui, un caro amico di famiglia che appunto mio figlio chiamava “zio”…Una situazione assurda! E figuratevi lui, povero ragazzo che ancora non sa nulla, ma io credo abbia diritto di conoscere la verità.

    1. Spetta a chi propone l’azione di disconoscimento della paternità fornire al giudice le prove dell’inesistenza del rapporto di filiazione. Ad esempio il padre può dimostrare di essere stato impotente (a tal fine deve provare la propria impotenza sia come incapacità ad avere rapporti sessuali – la cosiddetta impotentia coeundi – sia come incapacità di concepire – la cosiddetta impotentia generandi). Ed ancora il presunto padre potrebbe dimostrare di non aver coabitato e non aver avuto rapporti sessuali nel periodo del concepimento con la madre. Ma a tal fine deve provare che le vite dei coniugi si svolgevano in modo tale da escludere anche la possibilità di incontri occasionali; non è invece sufficiente provare che hanno vissuto in luoghi diversi. Anche se la prova tipica dell’azione di disconoscimento è l’esame del dna, nulla vieta di portare al giudice altre prove come i testimoni. Il giudice non può obbligare la parte a sottoporsi al prelievo del sangue, ma dal rifiuto può comunque trarre argomenti di prova sulla base delle sue valutazioni, anche in assenza di prova di rapporti sessuali tra le parti. Potrebbe cioè desumere da tale comportamento dimostrata la filiazione. La semplice dichiarazione della madre, che afferma che il marito non è il padre del figlio nato durante il matrimonio, non è sufficiente ad escludere la paternità e far accogliere l’azione di disconoscimento della paternità. Puoi trovare ulteriori approfondimenti nel nostro articolo: Se il padre scopre che il figlio non è suo https://www.laleggepertutti.it/277710_se-il-padre-scopre-che-il-figlio-non-e-suo

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