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Svezzamento tradizionale e autosvezzamento

28 Gennaio 2019 | Autore: Vanessa Carollo


Svezzamento tradizionale e autosvezzamento

> Donna e famiglia Pubblicato il 28 Gennaio 2019



Svezzamento tradizionale e autosvezzamento quali sono le differenze? Quale sarà la scelta migliore per il mio bambino? Chi mi aiuta a scegliere e cosa comporta la mia scelta?

Sei un neo genitore alle prese con le prime pappe di tuo figlio, senti parlare di svezzamento tradizionale e autosvezzamento, il primo basato su pappe fatte apposta per i bambini, il secondo che prevede di offrire al bambino, serviti nel modo adeguato all’età, gli stessi cibi di mamma e papà. Detto questo non sai comunque quale approccio scegliere. Ti chiedi, giustamente, quale sia il metodo scientificamente ritenuto più corretto. Nel corso dell’articolo cercheremo di fare chiarezza e fugare qualche dubbio ma, sta tranquillo, qualsiasi sia la tua scelta, premesso che non c’è una scelta giusta e una sbagliata, sarà sicuramente la migliore per il tuo bambino. Bada bene, comunque, che la figura del pediatra è un ottimo consigliere in questi casi.

Svezzamento: cosa prevede?

Fino al sesto mese di vita, circa, il bambino si nutre esclusivamente di latte materno o in formula (latte artificiale). Per i primi mesi, infatti, il latte è la fonte principale di nutrimento. Dal sesto mese in poi le linee guida pediatriche prevedono la possibilità di introdurre, nella dieta del neonato, anche altri cibi semisolidi e solidi.

Lo svezzamento tradizionale è impostato su una dieta letteralmente a misura di bambino.

Lo scopo è quello di introdurre un pasto completo alla volta ed eliminare la poppata corrispondente seguendo un calendario prestabilito per l’introduzione dei vari cibi.

Normalmente si comincia con il classico brodo vegetale (rigorosamente di patata, carota e zucchina) che andrà a sostituire una poppata, di solito quella del pranzo.

Solo con il passare dei giorni il pasto diventerà più ricco e si potranno aggiungere altri ingredienti, secondo un ordine e un calendario temporale ben precisi: prima i liofilizzati o gli omogeneizzati di carne, poi la verdura cotta e passata, i legumi e infine il pesce. Per quanto riguarda la frutta, sono ammesse inizialmente solo mele (meglio se cotte), pere e banane.

Uova, pomodori, fragole, frutta secca e miele solo dopo il primo anno di vita perché potenzialmente allergenici.

Il motivo di tanto rigore nell’introduzione temporale dei cibi è la preoccupazione che certi cibi possano favorire l’insorgenza di allergie alimentari, se dati troppo presto.

Come già detto lo svezzamento tradizionale prevede la graduale eliminazione delle poppate, dapprima di una sola, poi di due e così via sostituendole con parti completi.

Il regime dello svezzamento prevede una certa rigidità non solo nell’introduzione dei cibi, ma anche negli orari e nelle modalità di somministrazione. La consistenza della pappa, infatti, dovrà cambiare in modo graduale: da semiliquida, a cremosa, a semisolida, fino ad arrivare, intorno all’anno di età, agli alimenti tritati. Ricordiamo che il bambino a sei mesi non ha certamente tutti i denti e deve ancora imparare il meccanismo della masticazione.

Lo svezzamento può quindi definirsi un percorso a tappe: il bambino sperimenterà i vari cibi seguendo un calendario specifico fino ad arrivare, circa all’anno di vita, alla completa eliminazione delle poppate e all’introduzione di tutti i cibi.

Cosa si intende per autosvezzamento?

A differenza dello svezzamento che normalmente viene iniziato al sesto mese, l’autosvezzamento è un processo che segue la maturazione psicofisica del bambino: è solo lui che, dimostrando interesse per il cibo, decide quando iniziare. In altre parole l’autosvezzamento riconosce e segue le diversità di ogni bambino non prevedendo alcuna tempistica prestabilita.

L’autosvezzamento si fonda su una tesi semplice ma molto rivoluzionaria: ogni bambino è in grado di svezzarsi da solo, di decidere quando, quanto e cosa mangiare. Detta così sembrerebbe anarchia, in realtà questa libertà concessa al bambino è, come vedremo in seguito, una libertà anche per il genitore.

Come lo svezzamento anche l’autosvezzamento ha lo scopo di far sì che il bambino gradualmente elimini il latte come pasto ed introduca altri cibi semisolidi e solidi, ma a differenza dello svezzamento tradizionale, il latte non viene sostituito seguendo il calendario, ma seguendo il naturale sviluppo del bambino. Se si fa autosvezzamento non si sostituisce a priori nessuna poppata in quanto il bambino si avvicina al cibo in modo graduale, partendo da piccoli assaggi durante tutti i pasti nell’arco della giornata. In questo caso il cibo fa da complemento al latte perché le poppate non si abbandonano se non molto gradatamente.

Il bambino mangia con il resto della famiglia assaggiando tutto quello che ha interesse a provare. L’ordine con cui gli alimenti semisolidi e solidi vengono introdotti nell’autosvezzamento varia in base alle preferenze del bambino e la gradualità la vediamo nel passaggio da micro assaggi ad assaggi sempre più consistenti fino a veri e propri pasti.

La preoccupazione che alcuni cibi possano sviluppare allergie è reale o no? 

Secondo le nuove linee pediatriche tale preoccupazione non sussiste. Anzi, ritardare troppo l’introduzione di certi alimenti potrebbe addirittura essere controproducente e aumentare o comunque non evitare il rischio che il bambino in futuro sviluppi allergie. Le linee correnti dicono che dopo i sei mesi si può introdurre già tutto. Esporre sin da subito i nostri figli a tutta quella serie di cibi potenzialmente allergici non è da pazzi, al contrario.

Come riconoscere quando è il momento giusto per iniziare a proporre il cibo al bambino?

Nello svezzamento tradizionale si devono aspettare i sei mesi di vita.

Nell’autosvezzamento, invece, è il bambino a dover dimostrare interesse al cibo solo allora si può iniziare. I segnali che evidenziano che il bimbo è pronto per passare ai cibi solidi sono assai facili da interpretare: basta mettersi a tavola tutti insieme e attendere che sia il bambino a fare la prima mossa prendendo autonomamente il cibo e portandoselo alla bocca. Cosa fare a quel punto? Assecondarlo ed incentivarlo in questa scoperta facendogli toccare e assaggiare quello per cui prova interesse: che sia pastasciutta, un pezzo di pane o della carne.

Solo così facendo potrai capire quali sono i sapori e le consistenze preferite e anche il modo migliore per proporre il cibo al tuo bambino, tenendo però sempre presente che i gusti nei più piccoli possono cambiare da un giorno all’altro.

Dapprima, come detto, si tratterà solo di piccoli assaggi, ma non preoccuparti, pian piano il numero degli assaggi aumenterà fino a diventare un vero e proprio pasto.

L’autosvezzamento è liberà per il bambino e per il genitore perché con l’autosvezzamento il bambino mangerà a tavola con il resto della famiglia, agli stessi orari, e soprattutto le stesse pietanze.

Inizio con lo svezzamento o con l’autosvezzamento?

Abbiamo capito che non c’è una regola generale e corretta. Molto varia da bambino a bambino. Starà a te genitore interpretare i segnali dati dal tuo bambino. C’è anche chi propende per un “mix”, cioè una combinazione tra questi due approcci. Secondo un’altra parte della dottrina medica, infatti, una certa gradualità nell’introduzione dei cibi va comunque mantenuta, perché il bambino ha bisogno di tempo per adattarsi a nuovi sapori e consistenze.

L’ideale potrebbe essere introdurre un alimento alla volta, riproponendolo per due o tre giorni. La dieta sarà variegata ma verrà garantito al bambino il giusto tempo per sperimentare cose.

Come posso proporre il cibo solido ad un bambino piccolo? Non c’è il rischio che soffochi?

Quello del soffocamento è un problema che, comprensibilmente, crea sempre non poche ansie nei genitori. Innanzitutto buona regola è quella di non lasciare mai il bambino da solo, la prontezza di intervento può essere salvavita in molte occasioni. Altro consiglio è quello di seguire un corso sulle manovre di disostruzione pediatrica: facili gesti salvavita che si devono assolutamente imparare se si ha un bambino piccolo, indipendentemente dal tipo di svezzamento scelto.

Cosa fare se il cibo va di traverso?

Innanzitutto non perdere la calma. Se vediamo che il bambino è in difficoltà con un pezzo di cibo, o addirittura dà segni di soffocamento, bisogna intervenire subito. L’istinto potrebbe portarti ad infilare le mani in bocca al bambino per cercare di togliergli il pezzetto di cibo. Assolutamente sbagliato. Si interviene solo praticando correttamente le manovre di disostruzione.

Gli esperti comunque rassicurano premettendo che è normalissimo che ci siano colpi di tosse e, a volte, addirittura conati. Noi tutti possediamo il cosiddetto riflesso faringeo che è la risposta del nostro corpo in caso di soffocamento. Nei bambini, in particolare, questo riflesso è più marcato.

E’possibile che un bambino trovi difficoltà con consistenze semiliquide, se per esempio proponiamo pastina in brodo, in quanto pensa di dover bere quello che gli viene proposto, ma quando la lingua avverte che c’è qualcosa di più solido che non si aspettava può avere di riflesso un conato; per contro lo stesso bambino può non avere problemi con cibi solidi (esempio pastasciutta) perché in questo caso sa fin dall’inizio e percepisce da subito che in bocca c’è qualcosa che deve masticare.

Ricorda che un bambino lasciato libero di toccare, assaggiare, annusare il cibo in libertà, infatti, imparerà prima a gestirlo e ad apprezzarlo.

Nonostante quello di mangiare sia un istinto innato nell’uomo grande e piccolo che sia, non va sottovalutato il fatto che un bambino che non è pronto allo svezzamento è a maggior rischio di soffocamento se viene forzato a mangiare. Proprio per tale ragione è fondamentale che chi inizia il percorso di autosvezzamento segua il bambino e le sue esigenze, non il calendario biologico.

In ogni caso sappi che non ci sono studi che indichino un legame particolare tra svezzamento tradizionale o autosvezzamento e rischio di soffocamento.

Precisiamo comunque che alcuni cibi, a causa della loro forma, scivolosità e consistenza, sono più a rischio di altri e non devono essere somministrati se non tagliati. In particolare cibi dalla forma tonda come gli arachidi, i chicchi d’uva, i pomodorini o le olive non dovranno essere eliminati ma semplicemente tagliati a pezzetti; cibi che possono formare una palla di bolo in bocca, per esempio il prosciutto crudo, dovrà essere tagliato a listarelle piccole, controllando che venga deglutito il boccone prima di darne un altro.

Il sale nelle pietanze per i bambini

Infine, un altro tabù da sfatare è quello del sale: non c’è motivo oggettivo per il quale i bambini debbano mangiare necessariamente tutto insipido. È sufficiente che il sale vengo usato in dosi moderate, in quanto, alla lunga, un uso esagerato potrebbe causare pressione alta e problemi cardiaci. In sua sostituzione si possono usare le erbe aromatiche. L’abitudine di usare poco sale, comunque, non può che portare benefici a tutta la famiglia.

Cosa dice la scienza su svezzamento e autosvezzamento?

Premesso, come abbiamo già detto, che non ci sono linee guida generalmente applicabili neanche la scienza, sull’argomento, dice esattamente cosa fare. Amici, parenti e addirittura i pediatri, potranno solo consigliarti ma sarai tu, come genitore, a decidere come comportarti seguendo solo il tuo bambino.

Ci sono però alcune regole basilari che devono comunque essere rispettate in ogni caso. Vediamo quali sono:

  • iniziare lo svezzamento (con il metodo tradizionale o meno) non significa eliminare completamente il latte materno o artificiale che rimane un alimento molto importante almeno fino all’anno di vita o comunque fino all’introduzione del latte vaccino;
  • il latte vaccino, che contiene molte proteine e poco ferro, è bene introdurlo dopo i 12 mesi;
  • prima dell’anno evitare anche il miele, che potrebbe contenere spore del batterio botulino, pericolose per la salute e i funghi per la loro tossicità.

E comunque sia lo svezzamento che l’autosvezzamento prevedono altri due ingredienti fondamentali: serenità e pazienza. Il suggerimento è di non forzare il bambino a mangiare e di rispettare i suoi tempi e i suoi rifiuti, che all’inizio sono normali. Quindi non preoccuparti se con le prime pappe fai fatica, non allarmarti se all’inizio il bambino si limita solo ad assaggiare. Non succede nulla, non sei tu che sbagli, l’importante è non demordere con il tempo si abituerà e imparerà.

Il congedo di maternità: cos’è e quanto dura?

Le future mamme e le neo mamme hanno il diritto astenersi dal lavoro durante la gravidanza e per un periodo dopo la nascita del loro bambino usufruendo del cosiddetto congedo di maternità. 

Durante tale periodo di astensione alla lavoratrice viene comunque garantita un’indennità economica in sostituzione della retribuzione.

Il periodo di maternità obbligatorio comprende:

  • i 2 mesi precedenti la data presunta del parto compreso il giorno del parto;
  • i periodi di interdizione in caso di gravidanza a rischio (ove sussistano pericoli concreti per il bambino come per esempio nell’ipotesi di rischio di parto prematuro) o di attività lavorative incompatibili (per esempio in caso di lavori pesanti);
  • i 3 mesi successivi al parto e, in caso di parto avvenuto dopo la data presunta, i giorni compresi tra la data presunta e la data effettiva;
  • in caso di parto prematuro ai 3 mesi dopo il parto si aggiungono i giorni non goduti prima del parto, anche qualora la somma dei 3 mesi successivi al parto e dei giorni compresi tra la data effettiva del parto ed la data presunta del parto, superi il limite complessivo di cinque mesi;
  • i periodi di interdizione prorogata per lavori incompatibili.

Maternità e allattamento

Più volte nel corso dell’articolo abbiamo detto dell’importanza del latte come alimento esclusivo nei primi mesi di vita del bambino.

Per tale ragione, alle madri lavoratrici dipendenti sono riconosciuti, entro l’anno dalla nascita, permessi speciali per soddisfare i bisogni del bambino.

La durata di tali permessi varia a seconda dell’effettivo orario di lavoro della madre. Alla stessa saranno concesse 2 ore di riposo al giorno se l’orario di lavoro è pari o superiore alle 6 ore, 1 ora se l’orario è inferiore alle 6 ore giornaliere.

Precisiamo che alla madre non è richiesto di dimostrare di allattare ancora il proprio figlio per avere diritto a tali permessi.

Le novità del 2019 in tema di congedo di maternità

La nuova legge di bilancio 2019 ha modificato il congedo di maternità concedendo alle future mamme di poter decidere se lavorare fino al nono mese di gravidanza, potendo usufruire dei 5 mesi di astensione garantiti dopo il parto.

Quindi: se sei una futura mamma, sei in forma e soprattutto hai avuto il nullaosta dal medico pensa bene a quanto hai  appena letto. È una grande fortuna veder crescere il proprio figlio.


Di Vanessa Carollo


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