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Biglietti falsi per lo stadio: quali conseguenze?

11 Gennaio 2019


Biglietti falsi per lo stadio: quali conseguenze?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Gennaio 2019



Per il reato di ricettazione basta solo il possesso dei biglietti della partita di calcio oppure è necessario tentare di venderli?

Stai andando allo stadio per vedere la partita domenicale della tua squadra del cuore. Insieme a te c’è una folla di persone che camminano a passo spedito verso il campo di calcio. In direzione del botteghino, dove ti stai dirigendo per acquistare i biglietti, ti imbatti in una persona che, con fare confidenziale e a bassa voce, ti propone di comprarli da lui a un prezzo leggermente più basso. Te li mostra: sono quattro biglietti in parte nascosti nella manica della giacca. Sostiene di averli acquistati poco prima ma di dover, per un imprevisto, cambiare programmi. Il suo fare strisciante ti lascia però il sospetto che possa trattarsi di biglietti falsi, anche se, ad occhio, essi appaiono del tutto simili a quelli originali. Ciò nonostante ti chiedi quali rischi potresti incorrere se dovessi essere scoperto e quali le conseguenze per i biglietti falsi per lo stadio. La risposta è stata fornita dalla Cassazione proprio ieri [1]. 

Nel caso deciso dalla Suprema Corte, un uomo era stato trovato in possesso di sei ticket evidentemente falsi per la partita di calcio Napoli-Milan. La difesa dell’imputato – processato per ricettazione – si era basata su un fatto determinante: egli non era stato trovato a vendere i biglietti né ancora era all’interno dello stadio. Dunque non vi era prova che, dal falso, l’uomo avesse tratto alcun beneficio economico. 

Il punto dunque sul quale si sono trovati i magistrati a giudicare è se la semplice detenzione dei biglietti falsi, a prescindere dall’utilizzo e dall’eventuale guadagno, possa essere in sé e per sé un reato e, quindi, fonte di responsabilità penale. Ecco qual è stato l’indirizzo sposato dalla Corte. 

Il possesso di biglietti taroccati, al di là dello smercio o meno degli stessi, integra il reato di ricettazione salvo che il falso sia “macroscopico” ossia facilmente distinguibile. Un biglietto che rechi la scritta “facsimile” o che sia in bianco e nero o di dimensioni del tutto diverse da quello originale o con dei caratteri e colori differenti non è in grado di trarre in inganno la persona media e, quindi, in tal caso non c’è alcun reato (al pari di come non è reato possedere in tasca i soldi falsi di un gioco da tavolo). Il falso invece rileva quando la contraffazione è tale da far cadere in errore l’uomo medio.

La ricettazione scatta quando non si riesce a dare prova della propria buona fede in merito al possesso dei biglietti falsi

In più le condizioni di tempo e di luogo del rinvenimento dei biglietti – lo stadio, in occasione della partita – lascia intendere che lo scopo del possessore sia solo quello di procurare a sé o ad altri un indebito vantaggio ai danni dei venditori dei ticket originali. 

Dunque, il semplice fatto di tenere in mano o in tasca dei biglietti falsi per la partita è reato di ricettazione. 

Nella sentenza in commento è stata ritenuta decisiva «l’omessa indicazione – da parte dell’imputato – della provenienza dei biglietti». Se questi fosse riuscito a dimostrare, ad esempio, di aver a sua volta acquistato i biglietti falsi per errore e in buona fede, non sarebbe stato condannato. Ma non è riuscito a fornire al giudice tale prova.

Di conseguenza, è considerata evidente «la volontà di occultamento» dei biglietti, «logicamente spiegabile», secondo i giudici, «con un acquisto in malafede». Non secondario, a questo proposito, il fatto che i biglietti per la partita fossero evidentemente «contraffatti nel supporto cartaceo e nei caratteri di stampa».

La Cassazione ha ritenuto quindi irrilevante il fatto che l’uomo, nel momento in cui è stato scoperto dalla polizia, non stava vendendo i ticket falsi. Ciò perché, osservano i giudici, «la responsabilità per la ricettazione deriva dal fatto che egli è stato trovato in possesso di cose di provenienza illecita, non fornendo alcuna giustificazione».

Sempre in materia di calcio si segnala un’altra interessante sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [2] di qualche giorno fa. L’arbitro che altera il risultato della partita di calcio inserita nel concorso Totogol determinando un esborso a carico del Coni a favore degli scommettitori è responsabile del danno erariale di fronte alla Corte dei conti. Secondo la Cassazione, la circostanza che il Coni sia un ente pubblico determina un rapporto funzionale tra l’arbitro e l’ente. Funzione pubblica che rileva anche se svolta in via solo temporanea senza essere formalmente un arbitro un pubblico ufficiale. Inoltre, il carattere pubblico del Coni determina la natura pubblica anche delle risorse che amministra. Da qui la responsabilità per danno erariale dell’arbitro che determina – con un proprio comportamento illecito – un indebito esborso da parte del Comitato olimpico. Con conseguente giurisdizione della Corte dei conti.

note

[1] Cass. sent. n. 926/19 del 10.01.2019.

[2] Cass. S.U. sent. n. 328/2018.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 21 novembre 2018 – 10 gennaio 2019, n. 926

Presidente Prestipino – Relatore Di Pisa

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Napoli, con la sentenza del 30/03/2016, ha confermato la sentenza del Tribunale di Napoli in data 29/03/2011 in forza della quale NA. Ci. è stato riconosciuto colpevole del reato di ricettazione di sei biglietti per l’ incontro di calcio Napoli-Milan del 28/10/2009 di provenienza illecita a lui nota essendo interamente contraffatti nel supporto cartaceo e nei caratteri di stampa, con condanna alla pena di giustizia.

2. Avverso detta pronunzia propone ricorso per Cassazione l’ imputato, a mezzo del suo difensore, formulando due motivi:

a. violazione di norme penali e processuali non avendo la corte di appello considerato che poiché che i biglietti in questione costituivano scritture private ed il reato per falso in scrittura privata ex art. 485 cod. pen. era stato depenalizzato ex D.Lgs. n. 7/2016 in assenza del reato presupposto non era configurabile il contestato reato di ricettazione;

b. vizio di motivazione quanto alla sussistenza degli elementi costitutivi della ricettazione non essendo emersa prova che l’ imputato avesse posto in vendita i biglietti in questione.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo è manifestamente infondato.

Occorre, infatti, rilevare che la intervenuta depenalizzazione del reato presupposto (falso in scrittura priva) in sé non rileva in applicazione del condivisibile principio secondo cui nella ricettazione la provenienza da delitto dell’oggetto materiale del reato è elemento definito da norma esterna alla fattispecie incriminatrice, per cui l’eventuale abrogazione di tale norma non assume rilievo ai sensi dell’art. 2 cod. pen., dovendo la rilevanza penale del fatto essere valutata con esclusivo riferimento al momento in cui ha avuto luogo la condotta tipica di ricezione della cosa (vedi Sez. 7, n. 20644 del 16/02/2016 – dep. 18/05/2016, Sarachelli, Rv. 26713201).

3. Anche il secondo motivo è manifestamente infondato.

In ordine alla asserita violazione dell’art. 648 cod. pen. va osservato che la decisione della Corte territoriale di ritenere l’ imputato responsabile del delitto di ricettazione in quanto trovato nella disponibilità di sei biglietti per l’ incontro di calcio Napoli-Milan del 28/10/2009 di provenienza illecita a lui nota essendo interamente contraffatti nel supporto cartaceo e nei caratteri di stampa, è corretta in quanto in linea con la pacifica giurisprudenza della Suprema Corte secondo la quale la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta. Infatti è stato correttamente osservato che «Ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede. (Sez. 2, n. 29198 del 25/05/2010 – dep. 26/07/2010, Fontanella, Rv. 24826501)».

3.4. La generica prospettazione della difesa del ricorrente secondo cui non vi era prova alcuna del reato contestato in quanto il NA. non era risultato avere posto in vendita i biglietti in questione oltre che non provata ed afferente profili in fatto non deducibili in questa sede, è in sé priva di rilevo alcuno posto che la responsabilità dell’ imputato deriva dal fatto che lo stesso è stato trovato nella disponibilità di cose di provenienza illecita, non fornendo alcuna giustificazione quanto al possesso delle stesse.

3. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al pagamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro duemila.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.


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