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Redditi non dichiarati: cosa fare?

13 Gennaio 2019


Redditi non dichiarati: cosa fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Gennaio 2019



Dichiarazione infedele: sanzioni, accertamento, termini di prescrizione e decadenza.

Quando si tratta di pagare le tasse si può incorrere in diversi illeciti. C’è quello di chi, pur riportando fedelmente, nella propria dichiarazione dei redditi, i proventi ricevuti nell’ultimo anno, all’atto pratico poi non versa le tasse all’erario. In tal caso, il contribuente si vedrà notificare direttamente una cartella esattoriale: non c’è infatti bisogno di un accertamento fiscale visto che l’imposta da versare è stata autoliquidata dallo stesso contribuente e, dunque, su questo punto non c’è bisogno di un confronto con l’Agenzia delle entrate, non essendovi contrasti. Ancor più ricorrente è l’illecito di chi occulta uno o più redditi percepiti, dichiarandone di meno o usufruendo di detrazioni non dovute, per ridurre il carico fiscale; si pensi a chi occulta i canoni di affitto, non fattura una prestazione, omette di riportare nel 730 delle vendite private o delle donazioni ricevute. Infine c’è l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi che riguarda, invece, chi – pur essendo tenuto a farlo – non invia all’Agenzia delle Entrate il documento annuale ove vengono riepilogati i redditi percepiti. Quando però si parla di evasione fiscale si pensa, quasi sempre, al secondo dei tre illeciti appena elencati, quello cioè di chi, pur ricevendo dei soldi, non li dichiara per non dover pagare le tasse. Ebbene, in caso di redditi non dichiarati cosa fare?

Di tanto parleremo nel seguente articolo. Partiamo però da un aspetto terminologico. Quando una persona non dichiara alcuni dei redditi percepiti si verifica un illecito tributario denominato: dichiarazione infedele. Si tratta delle ipotesi in cui la dichiarazione è presentata formalmente in modo corretto e nei termini di legge, ma in essa viene riportato un reddito minore rispetto a quello effettivamente percepito ed accertato dall’Agenzia delle Entrate.

Redditi non dichiarati: chi rischia?

Comunemente si pensa che l’evasione fiscale è un illecito tipico dei lavoratori autonomi, degli imprenditori e dei professionisti in quanto tenuti ad autodichiarare il proprio reddito allo Stato. Non hanno cioè, come un dipendente o un pensionato, un unico soggetto che versa loro le somme periodicamente trattenendo da queste le imposte (cosiddetto sostituto di imposta).

Si tratta però di un luogo comune. Dati alla mano, le evasioni sono trasversali e non risparmiano nessuno. Si pensi ai redditi da fabbricati, ossia quelli derivanti dall’affitto non registrato, oppure a quelli di lavoro in nero. Si tratta, magari, di piccole evasioni ma pur sempre di illeciti.

Di recente la Cassazione ha detto che, in caso di redditi non dichiarati, le indagini bancarie possono avvenire anche su dipendenti, disoccupati e pensionati [1]. Ne abbiamo ampiamente parlato nell’articolo Controlli sui conti correnti privati. In buona sostanza, i giudici supremi hanno ricordato che, nel caso in cui il titolare di un conto corrente riceva bonifici o faccia dei versamenti di contanti senza poter giustificare (con documenti scritti) la provenienza del denaro è tenuto a pagare, su tali somme, tasse e sanzioni. In buona sostanza, i movimenti sospetti sul conto (solo quelli in entrata, non anche i prelievi) si presumono sempre reddito in nero salvo che vi sia una prova contraria a dimostrare che le somme sono esentasse o sono state tassate alla fonte.

Del resto è la legge [2] a stabilire che gli accrediti di denaro sul conto corrente si presumono essere dei redditi; per cui, se di essi non vi è traccia nel 730, si considerano “nero”, frutto cioè di evasione fiscale. La Corte sostiene che l’accertamento tributario fondato sui movimenti bancari di un lavoratore dipendente deve considerarsi legittimo, la suddetta presunzione ha carattere generale, si applica cioè anche ai soggetti diversi dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi.

Spetta al contribuente dimostrare in modo analitico l’estraneità di ciascuna delle operazioni bancarie a fatti imponibili [3].

Redditi non dichiarati: cosa si rischia?

Veniamo ora alle sanzioni per la dichiarazione infedele. Contrariamente a quanto spesso si crede, l’evasione fiscale non è sempre reato. Nel caso di dichiarazione infedele, infatti, il reato scatta solo se:

  • l’imposta evasa è superiore a 150mila euro (prima era di 50mila euro), e
  • i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 3 milioni di euro (prima era 2 milioni).

Se si superano tali limiti si subisce una incriminazione penale. Il processo per evasione fiscale porterà a una pena della reclusione da 1 a 3 anni.

In tutti gli altri casi il contribuente rischia soltanto una sanzione amministrativa, senza processi e, quindi, senza macchie sul casellario giudiziario. Vediamo quali sono queste sanzioni:

  • se viene indicato un reddito imponibile inferiore a quello accertato o un’imposta inferiore a quella dovuta o viene riportato un credito superiore a quello spettante: se la maggiore imposta o la minor eccedenza è complessivamente inferiore al 3% dell’imposta, dell’eccedenza detraibile o rimborsabile dichiarata e, comunque, inferiore a € 30.000, la sanzione che va dal 60% al 120% della maggior imposta o della differenza di credito utilizzato;
  • se viene indicato un reddito imponibile inferiore a quello accertato o un’imposta inferiore a quella dovuta o un credito superiore a quello spettate a seguito di errore di imputazione temporale di componenti positivi o negativi purché quelli positivi abbiano già concorso al reddito in annualità anche successiva ma fino a quella in cui interviene accertamento, la sanzione va dal 60% al 120% della maggior imposta o della differenza di credito utilizzato; invece, se le imposte non sono dovute la sanzione è solo di 250 euro;
  • se viene indicato un reddito imponibile inferiore a quello accertato o di imposta inferiore a quella dovuta o di un credito superiore a quello spettante, quando la violazione è realizzata mediante utilizzo di fatture o altri documenti falsi o per operazioni inesistenti, mediante raggiri, condotte simulatorie o fraudolente, la sanzione va dal 135% al 270% della maggior imposta o della differenza di credito utilizzato;
  • Omessa dichiarazione del reddito fondiario: se il reddito di fabbricati non dichiarato supera € 413,17, si applica una sanzione pari al 30% del reddito accertato; si applica anche la sanzione per omessa o infedele dichiarazione;
  • se viene indicato un reddito imponibile inferiore a quello accertato o di imposta inferiore a quella dovuta o di un credito superiore a quello spettante, nei casi diversi da quelli precedenti, la sanzione amministrativa varia dal 90% al 180% della maggior imposta o della differenza di credito utilizzato.
  • Controlli della dichiarazione dei redditi

Le dichiarazioni dei redditi presentate dal contribuente sono controllate dall’Agenzia delle Entrate che fa una verifica sulla correttezza dei calcoli eseguiti ai fini della liquidazione e del versamento delle imposte (cosiddetto controllo automatico).

Inoltre, le dichiarazioni presentate ai fini delle imposte dirette possono subire un controllo più approfondito che si basa sul riscontro dei dati indicati con la relativa documentazione a supporto (controllo formale).

C’è poi il controllo sostanziale (o di merito), sulla base dei criteri selettivi fissati dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, il cui esito può comportare l’emanazione di un apposito avviso di accertamento. Il controllo di merito è effettuato avvalendosi dei poteri istruttori previsti dalla legge e può assumere caratteristiche diverse a seconda dei diversi metodi di accertamento adottati.

L’esito dei controlli eseguiti è in generale formalizzato tramite la consegna di un’apposita comunicazione (che, nei casi di controllo “formale”, può essere preceduta da uno specifico invito) che consente al contribuente di pagare quanto richiesto usufruendo di particolari riduzioni sulle sanzioni applicabili, così evitando l’iscrizione a ruolo e la conseguente cartella di pagamento.

Se il contribuente si accorge di aver commesso errori che determinano un maggior debito d’imposta, prima del ricevimento delle comunicazioni, può autonomamente sanare la propria posizione attraverso il cosiddetto “ravvedimento operoso“, ottenendo una consistente riduzione nelle sanzioni applicabili.

L’accertamento può essere rivolto a rettificare il reddito complessivo o il volume d’affari del contribuente in un determinato periodo (cosiddetto accertamento generale), oppure solo alcuni specifici redditi o determinate operazioni (accertamento parziale).

Evitare l’accertamento per redditi non dichiarati con il ravvedimento operoso

Per evitare che il fisco si accorga dell’evasione è possibile sfruttare il ravvedimento operoso: il contribuente si mette in regola pagando sanzioni ridotte. Ecco quali sono:

  • entro 90 giorni dalla data della violazione, ovvero, se la violazione si concretizza con la presentazione della dichiarazione (ad es. per le violazioni riguardanti il contenuto o la documentazione della dichiarazione), entro 90 giorni dal termine di presentazione della stessa: sanzione ad 1/9 del minimo;
  • entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno in cui la violazione è stata commessa o, se non è prevista dichiarazione periodica, un anno dall’omissione o dall’errore: sanzione ad 1/8 del minimo;
  • entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno successivo a quello in cui la violazione è stata commessa o, se non è prevista dichiarazione periodica, due anni dall’omissione o dall’errore: sanzione ad 1/7 del minimo;
  • oltre il termine che precede: sanzione ad 1/6 del minimo;
  • dopo la constatazione della violazione tramite PVC (processo verbale di constatazione): sanzione ad 1/5 del minimo.

note

[1] Cass. ord. n. 104/2019

[2] Art. 32 dpr n. 600/1973.

[3] Cass. 3 maggio 2018, n. 10480.


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