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Finto contratto esterno: cosa si rischia?

13 Gennaio 2019


Finto contratto esterno: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Gennaio 2019



Falsa partita Iva e presunzione di rapporto di lavoro subordinato in caso di monocommittenza: il Co.co.co comporta una condanna per evasione fiscale in capo al datore di lavoro. 

Il tuo datore di lavoro non ti ha voluto assumere ma ti ha fatto firmare un Co.co.co., ossia un contratto di collaborazione esterna (meglio detto «contratto di collaborazione coordinata e continuativa»). Il rapporto di lavoro, che inizialmente prevedeva una scadenza annuale, è stato più volte rinnovato. Ora ti trovi in un limbo in cui non sai se puoi far affidamento su un reddito stabile o se resti soggetto all’arbitrio dell’azienda che potrebbe, in qualsiasi momento, sbarazzarsi di te. Ti chiedi se sia legittimo questo comportamento o se, piuttosto, non sia arrivato il momento di rivendicare un’assunzione come lavoratore dipendente a tutti gli effetti. Cosa si rischia con un finto contratto esterno? 

La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione con una ordinanza assai interessante [1]: la pronuncia infatti farà discutere per il rigore con cui tratta il comportamento del datore di lavoro che fa ricorso ai “contratti esterni” e alle false partite Iva per nascondere invece rapporti di lavoro nella sostanza identici a quelli di natura subordinata. Ma procediamo con ordine. 

Co.co.co: cos’è? 

Co.co.co. non è altro che l’acronimo di collaborazione coordinata e continuativa, un tipo di contratto – ammesso dal nostro ordinamento e che ha sostituito il vecchio contratto a progetto – con cui il lavoratore si impegna a svolgere in via continuativa una prestazione prevalentemente personale a favore del committente e in coordinamento con quest’ultimo, ma senza che sussista alcun vincolo di subordinazione. In pratica il dipendente non viene assunto, non riceve la busta paga, né il Tfr, la tredicesima o la malattia, ma resta un soggetto esterno all’azienda. 

Ciò nonostante la legge lo definisce un lavoratore parasubordinato in quanto si differenzia dal lavoro dipendente (per l’assenza del vincolo di subordinazione) e dal lavoro autonomo (inteso come esercizio di arte o professione) e dall’attività imprenditoriale (poiché manca un’organizzazione di mezzi).

Il rapporto tra committente e collaboratore viene liberamente disciplinato dalle parti con il contratto.

Il collaboratore ha l’obbligo di riservatezza e non concorrenza in virtù dei principi generali di correttezza e buona fede.

Il corrispettivo della prestazione viene generalmente determinato in proporzione alla quantità, qualità e tempo relativi all’attività effettivamente prestata. In aggiunta al compenso in denaro, al collaboratore possono essere riconosciuti benefici in natura (auto aziendale, telefono cellulare, alloggio, ecc.) o altri valori ed utilità (azioni, stock options, ecc.), analogamente a quanto avviene per i dipendenti.

Co.co.co: quando è possibile?

Per evitare che dietro le collaborazioni esterne si nascondano dei rapporti che, di fatto, sono di natura subordinata, la legge consente tale strumento contrattuale solo in determinati ed eccezionali casi. Eccoli:

  • quando consentito dai contratti collettivi nazionali relativamente a determinate categorie di lavoratori. È sicuramente l’ipotesi più ampia e ricorrente;
  • collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali;
  • attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società: amministratori, sindaci o revisori;
  • attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai partecipanti a collegi e commissioni;
  • collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI;
  • collaborazioni prestate nell’ambito della produzione e della realizzazione di spettacoli da parte delle fondazioni lirico-sinfoniche;
  • collaborazioni degli operatori che prestano le attività svolte dal Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.

Come contestare la cessazione del contratto di collaborazione 

Il contratto Co.co.co prevede le modalità e i termini per il recesso delle parti. Se il committente dovesse recedere prima della scadenza o per ragioni illegittime il collaboratore deve contestare tale decisione adempiendo a questi due adempimenti:

  • inviare una raccomandata, entro 60 giorni dalla data di cessazione del rapporto, con cui contesta la decisione del committente;
  • avviare, entro i successivi 180 giorni, la causa depositando – tramite l’avvocato – un ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro oppure comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

Quando il Co.co.co. è illegittimo?

Le caratteristiche essenziali del Co.co.co. sono le seguenti:

  • autonomia: nello svolgimento dell’attività oggetto del contratto il collaboratore deve essere libero e non subire gli ordini del datore. Ciò soprattutto deve riguardare i tempi, i giorni e gli orari del lavoro e le modalità di esecuzione della collaborazione;
  • collaborazione: il collaboratore ha la totale autonomia nella scelta delle modalità di adempimento della prestazione, pur sempre in funzione delle finalità e delle necessità organizzative dell’imprenditore;
  • coordinamento: la collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa. Questo significa che non può essere obbligato a recarsi per forza in azienda per prestare la sua attività. Tuttavia, è possibile consentire al collaboratore di utilizzare i locali e le attrezzature del committente, mentre è escluso l’inserimento strutturale dello stesso nell’organizzazione gerarchica dell’impresa;
  • continuità: la prestazione non deve essere occasionale ma durare nel tempo e comportare un impegno costante del collaboratore a favore del committente;
  • personalità della prestazione: il lavoro deve essere svolto personalmente dal collaboratore e non con l’ausilio di suoi collaboratori. Questi può impiegare altri mezzi o avvalersi di altri soggetti a condizione che non venga meno la preminenza della sua personale partecipazione né la responsabilità su di lui.

Se manca anche uno di questi elementi siamo probabilmente di fronte a un finto contratto esterno. Cosa si rischia?

Finto contratto esterno: cosa si rischia?

Il lavoratore che è stato assunto con un finto contratto di Co.co.co. può fare causa al datore di lavoro e ottenere la conversione in un rapporto di lavoro subordinato di tipo tradizionale. Il dipendente quindi ha tutto l’interesse a dimostrare la falsità e la simulazione del contratto esterno. 

Dal canto suo, il datore di lavoro rischia l’incriminazione penale per il reato di evasione fiscale. Non si tratta quindi di semplice evasione dell’obbligo di versare i contributi. A tanto è arrivata la sentenza della Cassazione citata in apertura. 

Scatta dunque la cartella esattoriale per evasione fiscale al datore che stipula fittizi contratti a progetto o di collaborazione esterna.

L’illegittima stipulazione di tali contratti, sebbene regolarmente registrati, integra l’ipotesi dell’evasione e non dell’omissione contributiva e il datore è sanzionato con una maxi-sanzione. 

Secondo la Cassazione «l’illegittima stipulazione di contratti a progetto benché regolarmente denunciati e registrati, e ancor di più la somministrazione illecita di personale attraverso l’apporto di pseudo volontari o la conclusione di contratti di appalto illeciti concretizzano appunto l’ipotesi di “evasione contributiva” e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva”, in quanto implicano l’occultamento dei rapporti o delle retribuzioni o di entrambi e fanno presumere l’esistenza della volontà datoriale di realizzarli allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti».

note

[1] Cass. ord. n. 270/19.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Nella Sanità privata è pieno di false partite iva.

    Figure sanitarie che hanno turni ben precisi, un badge, prestazioni decise e organizzate dal committente e chiaramente utilizzano macchinari e locali e prodotti del committente.

    Questi contratti sono finalmente ritenuti illegittimi?Ffinalmente un infermiere, un tecnico di radiologia, un fisioterapista, un tecnico di laboratorio e persino un medico può essere riconosciuto falsa partita iva e deve essere assunto?

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