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Preavviso per pensionamento

13 Gennaio 2019


Preavviso per pensionamento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Gennaio 2019



Licenziamento per raggiungimento dei limiti dell’età pensionabile: il datore di lavoro deve dare il preavviso? Che succede in caso contrario?

Hai raggiunto i limiti dell’età pensionabile. Sai che, a breve, il rapporto di lavoro dovrà necessariamente cessare e tu inizierai a percepire la pensione dall’Inps. Mentre ti prepari (anche psicologicamente) a questo evento, sul più bello ti arriva la lettera di licenziamento da parte dell’azienda: da domani – recita la comunicazione – non dovrai più presentarti sul posto di lavoro. L’amaro avviso termina con lo zuccherino: l’ufficio del personale ti farà avere, quanto prima, il trattamento di fine rapporto (Tfr). Se anche attendevi questa decisione, sei rimasto ugualmente sorpreso per via della sua tempestività: la decisione di risolvere il contratto di lavoro sul più bello sembra infatti avere un’efficacia immediata, già a decorrere dal giorno successivo al suo ricevimento. Che fine ha fatto il preavviso per pensionamento che, secondo il tuo modo di vedere, era invece necessario? Cosa prevede a riguardo la legge?

Una recente ordinanza della Cassazione [1] affronta questo delicato tema: delicato perché è chiaro che anche chi è prossimo all’età pensionabile o ha già raggiunto i relativi limiti ha comunque diritto ad essere tutelato nel periodo intermedio che va da tale momento a quello in cui il rapporto di lavoro concretamente si risolverà. Si tratta di una sorta di “conto alla rovescia” che permette, al dipendente, di prepararsi – sia economicamente che moralmente – a un momento che cambierà la restante parte della sua vita. 

Preavviso per pensionamento: è dovuto?

La legge stabilisce che il licenziamento possa avvenire “in tronco” – ossia senza preavviso – in un solo caso: quello del licenziamento per giusta causa. Questo ricorre nel caso di condotte del lavoratore giudicate gravissime, tali cioè da interrompere definitivamente il rapporto di fiducia con l’azienda facendo presumere che la prestazione non potrà essere più erogata in modo corretto. Si pensi al dipendente che si assenta senza fornire alcuna comunicazione all’azienda; o a chi invece si fa rilasciare un certificato medico falso per una malattia che invece non ha; o all’ipotesi del dipendete che aggredisce il datore o compie un grave atto di insubordinazione o che si rifiuta di presentarsi presso la nuova sede ove è stato trasferito.

Fuori da questi casi, il licenziamento deve richiedere sempre il preavviso. 

Pertanto, posta la tipicità dei casi in cui il licenziamento può avvenire in tronco, ne deriva che il licenziamento per raggiunti limiti di età pensionabile richiede sempre il preavviso. 

Stabilisce in proposito la legge: quando il lavoratore matura i requisiti (anagrafici e contributivi) per accedere al trattamento pensionistico di vecchiaia, il datore di lavoro può risolvere il contratto di lavoro, anche in assenza di motivazione, seppur nel rispetto dei termini di preavviso. Tuttavia, se il lavoratore decide di proseguire l’attività lavorativa fino a 70 anni (fatti salvi gli adeguamenti di questo limite massimo alla speranza di vita), la tutela contro i licenziamenti illegittimi opera fino al raggiungimento di tale limite di età.

Secondo la Cassazione, tuttavia, è legittimo, e non dà diritto all’indennità sostitutiva del preavviso, il licenziamento intimato prima del raggiungimento dell’età pensionabile, ma destinato a produrre effetto solo a decorrere da tale data [2]. 

Il contratto di lavoro può escludere il preavviso?

La Cassazione [3] ha ritenuto lecita la clausola contrattuale, inserita nel rapporto di lavoro, con cui si prevede l’automatica risoluzione del rapporto di lavoro al raggiungimento dei 65 anni di età: questa non integra infatti un’ipotesi di licenziamento, ma esprime solo la volontà del datore di avvalersi di un meccanismo risolutivo previsto in sede di autonomia negoziale. In tal caso il lavoratore non ha diritto all’indennità sostitutiva del preavviso.

Che succede se c’è licenziamento per raggiunti limiti di età pensionabile senza preavviso

Nella sentenza di due giorni fa la Cassazione ha ribadito i principi appena sintetizzati: «la risoluzione del rapporto di lavoro per raggiungimento dell’età pensionabile impone all’imprenditore di rispettare sempre l’obbligo del preavviso. La tipicità e tassatività delle cause di estinzione escludono, infatti, scioglimenti automatici al raggiungimento dei requisiti di legge. Con la conseguenza che in mancanza di comunicazione scritta l’azienda è tenuta a pagare l’indennità sostitutiva».

La Suprema Corte ha cioè ribadito che il contratto di lavoro privato, se pure consente la risoluzione del rapporto al raggiungimento dell’età pensionabile in assenza di motivazione, non esonera il datore dall’obbligo di comunicazione per iscritto del recesso, con osservanza dei termini di preavviso. 

Ne consegue pertanto, ha concluso la Cassazione, che nel campo dei rapporti di lavoro di natura privatistica, per la risoluzione del rapporto per limiti di età anagrafica del lavoratore, al datore di lavoro è imposto comunque l’obbligo di preavviso.

Se il licenziamento per sopraggiunti limiti di età dovesse avvenire in tronco, il dipendente avrebbe diritto a ottenere, nell’ultima busta paga, l’indennità di mancato preavviso. Se tale indennità non gli viene liquidata, il lavoratore potrà agire in tribunale affinché sia il giudice a condannare l’azienda a versare tale importo. Importo che viene determinato sulla base dei contratti collettivi di lavoro ed è tanto più alto quanto più è elevata l’anzianità di servizio.

 

La risoluzione del rapporto di lavoro per raggiungimento dell’età pensionabile impone all’imprenditore di rispettare sempre l’obbligo del preavviso. La tipicità e tassatività delle cause di estinzione escludono, infatti, scioglimenti automatici al raggiungimento dei requisiti di legge. Con la conseguenza che in mancanza di comunicazione scritta l’azienda è tenuta a pagare l’indennità sostitutiva del preavviso.

note

[1] Cass. sent. n. 521/19 dell’11.01.2019. 

[2] Cass. 14 marzo 2018 n. 6157.

[3] Cass. 24 gennaio 2017 n. 1743.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 13 novembre 2018 – 11 gennaio 2019, n. 521

Presidente Bronzini – Relatore Ponterio

Rilevato

che:

1. con sentenza n. 395 depositata il 17.4.2014, la Corte d’appello di L’Aquila, in accoglimento dell’appello proposto da S.G. e in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato la Saga – Società Abruzzese Gestione Aeroporto s.p.a. (d’ora in avanti, Saga s.p.a.), al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso di recesso, oltre accessori di legge, confermando la sentenza del Tribunale quanto alla condanna di parte datoriale al pagamento della indennità sostitutiva di ferie non godute;

2. la Corte territoriale, preso atto del regime di libera recedibilità del rapporto di lavoro a seguito del raggiungimento dell’età pensionabile da parte del dipendente, con qualifica dirigenziale, ha escluso che le delibere del Consiglio di amministrazione del 29.10.07 e del 17.5.10 contenessero una manifestazione di volontà di recedere dal rapporto di lavoro, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 10, alle scadenze indicate nelle due rispettive proroghe; ha interpretato le stesse come tali da rinviare alle scadenze successive ogni decisione sulla prosecuzione del rapporto o sulla sua risoluzione;

3. la Corte territoriale ha ritenuto che la comunicazione per iscritto del recesso fosse necessaria, in base all’art. 22, comma 6, del c.c.n.l. di settore, anche nel caso in cui il dirigente avesse raggiunto l’età pensionabile, richiamando i principi espressi al riguardo dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 14628 del 2010) e che tale comunicazione mancasse nel caso in esame;

4. avverso tale sentenza la Saga s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, cui ha resistito con controricorso il lavoratore.

5. il sig. S. ha depositato memoria, ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Considerato

che:

6. con l’unico motivo di ricorso la Saga s.p.a. ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e ss., della L. n. 108 del 1990, artt. 2 e 4, dell’art. 22 c.c.n.l. Dirigenti aziende industriali del 25.11.09;

7. ha sostenuto come, per effetto del raggiungimento dell’età pensionabile, il rapporto di lavoro in esame fosse transitato nell’area della libera recedibilità, restando fermo solo l’obbligo di rispetto della forma scritta di intimazione del recesso, adempiuto con la delibera del Consiglio di amministrazione del 29.10.07, sottoscritta dal dipendente, nel rispetto del termine di preavviso;

8. ha censurato l’interpretazione data dalla Corte d’appello in quanto contraria alle previsioni degli artt. 1362 c.c. e ss., argomentando come, in base alle delibere del C.d.A., la cessazione del rapporto fosse stata prorogata e come proprio l’uso del termine “proroga” presupponesse l’esistenza di un termine di scadenza;

9. il ricorso è infondato;

10. occorre premettere, in conformità al consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità, come in tema di interpretazione degli atti unilaterali – regolati, ai sensi dell’art. 1324 cod. civ., alla stregua dei contratti – vale il principio secondo cui l’interpretazione della volontà negoziale delle parti, compiuta dal giudice del merito, non è soggetta al sindacato di legittimità, quando sia stata condotta secondo le regole di ermeneutica fissate dagli artt. 1362 c.c. e segg., e congruamente motivata. Peraltro, la parte che voglia denunciare un errore di diritto od un vizio di ragionamento nella detta interpretazione non può limitarsi a richiamare genericamente le regole di cui ai citati artt. 1362 e seguenti, ad essa incombendo, invece, l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati ed il punto e il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, (Cass. n. 8713 del 2004; Cass. n. 4147 del 2001); non può la parte ricorrente limitarsi a contrapporre interpretazioni o argomentazioni alternative o, comunque, diverse rispetto a quelle proposte dal giudice di merito, atteso che il controllo di logicità del giudizio di fatto non può risolversi in una revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice di merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, (Cass. n. 19089 del 2018; Cass. n. 25270 del 2011; Cass. n. 18375 del 2006);

11. nel caso di specie, le censure mosse dalla società ricorrente risultano prive di elementi atti a far ritenere erronea l’interpretazione data dalla Corte di merito alle delibere del C.d.A., come non contenenti il preavviso di recesso;

12. neppure è ravvisabile la dedotta violazione dell’art. 22 del c.c.n.l. che, se pure consente la risoluzione del rapporto col dirigente al raggiungimento dell’età pensionabile in assenza di motivazione, non esonera parte datoriale dall’obbligo di comunicazione per iscritto del recesso, con osservanza dei termini di preavviso; obbligo che la Corte d’appello, con accertamento non validamente censurato in questa sede, ha ritenuto non essere stato adempiuto;

13. peraltro, sulla questione dei termini e delle modalità di risoluzione del rapporto in coincidenza con il raggiungimento dell’età per il conseguimento della pensione di vecchiaia e dell’esistenza o meno del diritto del lavoratore ad un periodo di preavviso, nell’ambito del rapporto di lavoro privatistico, questa Corte (da ultimo, Cass. n. 6157 del 2018) ha più volte statuito che la tipicità e tassatività delle cause d’estinzione del rapporto escludono risoluzioni automatiche al compimento di determinate età ovvero con il raggiungimento di requisiti pensionistici, diversamente da quanto accade nel lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni in tema di collocamento a riposo d’ufficio, al compimento delle età massime previste dai diversi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche stesse (cfr. Cass. n. 14628 del 2010; Cass. n. 26377 del 2008);

14. dalla L. 1 maggio 1990, n. 108, art. 4 si desume che, nel lavoro privato, il compimento dell’età pensionabile o il raggiungimento dei requisiti per la effettiva attribuzione del diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia (D.Lgs. n. 248 del 2007, art. 6, comma 2-bis) da parte del lavoratore determinano soltanto la recedibilità “ad nutum” dal rapporto di lavoro e, dunque, il venire meno del regime di stabilità, non già la automatica estinzione del rapporto stesso, sicché, in assenza di un valido atto risolutivo del datore di lavoro, il rapporto prosegue con diritto del lavoratore a percepire le retribuzioni anche successivamente al compimento del sessantacinquesimo anno di età (Cass. n. 9312 del 2014; Cass. n. 3237 del 2003; Cass. n. 3907 del 1999);

15. ne consegue che, nel campo dei rapporti di lavoro di natura privatistica, per la risoluzione del rapporto per limiti di età anagrafica del lavoratore, al datore di lavoro è imposto comunque l’obbligo di preavviso (Cass. n. 2339 del 2004; Cass. n. 5576 del 2001; Cass. n. 12890 del 2000; Cass. n. 10782 del 2000; Cass. n. 6396 del 1995);

16. a tali principi di diritto si è attenuta la sentenza impugnata;

17. per le considerazioni svolte, il ricorso deve essere respinto;

18. la regolazione delle spese del giudizio di legittimità avviene secondo il criterio di soccombenza, con liquidazione come in dispositivo;

19. ricorrono i presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis del medesimo art. 13.


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