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Minaccia di agire in giudizio

13 Gennaio 2019
Minaccia di agire in giudizio

Minacciare di adire le vie legali per la tutela di un proprio diritto può essere reato quando rivolto a conseguire un vantaggio illegittimo o ingiusto.

Sono mesi che non paghi l’affitto. Il padrone di casa ti ha minacciato: «Se non mi dai i soldi stacco le utenze e chiedo al giudice lo sfratto». Hai intenzione di denunciarlo per questo. Ti senti infatti sotto pressione psicologica: il timore di perdere dei beni essenziali per la sopravvivenza tua e della tua famiglia (il tetto, il riscaldamento, la luce) ti fa sentire vittima di un ricatto bello e buono. Ti chiedi però se la minaccia di agire in giudizio sia davvero un reato. Sul punto si è di recente pronunciata la Cassazione [1]. Vediamo qual è stata la soluzione affrontata dai giudici supremi.

Difendersi da soli è vietato

Minacciare di adire le vie legali è un comportamento tipico di chi sente minacciati i propri diritti. Del resto, il ricorso al giudice è l’unico rimedio consentito dall’ordinamento che vieta di farsi giustizia da sé. Il nostro codice penale, in particolare, stabilisce che l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni è un reato. Non è consentito, ad esempio, a chi è stato derubato di fare irruzione in casa del ladro per riprendersi ciò che è suo; così come non è permesso farsi dare, con l’inganno, dal proprio debitore, i soldi che questi deve da tempo. Non si può cambiare le chiavi di casa per non farvi più entrare l’inquilino moroso e la moglie non può vietare ai figli di vedere l’ex marito se questi non le paga il mantenimento.

Insomma, salvo i (rari) casi di “legittima difesa” – che però ricorre quando c’è un pericolo imminente per la propria incolumità fisica – il patrimonio non si può “auto-difendere”.

Dall’altro lato, agire per la tutela dei propri diritti è un caposaldo della nostra Costituzione. Il punto però è comprendere se il semplice brandire questa possibilità, come una sorta di ritorsione e di ricatto, possa costituire una minaccia psicologica per la vittima, costringendola a fare ciò che altrimenti non avrebbe fatto liberamente. 

Vediamo dunque cosa prevede la legge in caso di minaccia di agire in giudizio.

Quando c’è minaccia

La parola minaccia evoca sempre l’idea di un reato. «Tizio mi ha minacciato…»: con una dichiarazione del genere, chiunque può presentarsi ai carabinieri o alla polizia e sporgere una querela contro il proprio aggressore. 

Tuttavia non sempre la minaccia fa scattare il penale. Innanzitutto la minaccia deve essere credibile: se un vecchietto dovesse dire a un giovane arzillo «Se non la smetti ti picchio col bastone» non può certo far presagire un pericolo. 

In secondo luogo la minaccia deve essere seria: dire «Stai zitto altrimenti ti chiudo la bocca io» in un clima goliardico non può considerarsi una reale minaccia. 

Inoltre l’evento minacciato deve dipendere dalla volontà del colpevole: dire «Faccio venire a piovere così ti bagnerai» oppure «Ti faccio una fattura e sarai sfortunato a vita» non è vietato. 

Ultimo elemento per far scattare il reato è l’illiceità dell’evento minacciato: dire «Se non mi restituisci i miei soldi me li vengo a prendere da solo a casa tua» è reato perché a nessuno è consentito farsi giustizia da soli, ma dire «Se non mi paghi ti faccio causa» è vietato? La minaccia di agire in giudizio contro una persona, seppur fatta in modo aggressivo, violento e provocatorio può considerarsi un illecito penale? 

Cerchiamo di fare chiarezza sul punto.

Minaccia di agire in giudizio: è reato?

Se è vero che la minaccia si configura solo quando si paventa un danno ingiusto, e se è altresì vero che il ricorso al giudice non solo è “giusto”, ma è anche tutelato dalla Costituzione, minacciare di agire in giudizio non è reato. Non c’è nulla di illecito a far ricorso al tribunale, così come non è illecito anticiparlo alla propria controparte come arma di ricatto. «Se non mi paghi ti faccio causa» è una frase che non nasconde alcun profilo penale. Allo stesso modo: «Ti denuncerò per quello che hai detto, così la pagherai» non è vietato: il riferimento al “me la pagherai” è infatti chiaramente inteso alla condanna del giudice e non a un male ingiusto.

Se il padrone di casa minaccia l’inquilino di disdire le utenze e di agire in giudizio per ottenere lo sfratto non commette reato. Per i Giudici della Cassazione, ciò che conta è che «il proprietario dell’immobile ha intimato» legittimamente «alla conduttrice morosa di lasciare l’appartamento». Impossibile, quindi, parlare di «minaccia», anche perché il danno prospettato «non è ingiusto, rappresentando l’esercizio del diritto del proprietario di un immobile di intimare lo sfratto per morosità».

Quando minacciare di adire le vie legali è reato

Ciò nonostante possono esservi delle ipotesi in cui minacciare di agire in giudizio diventa reato. Per rimanere nel lecito, l’azione giudiziaria paventata deve essere rivolta a tutelare il diritto controverso tra le parti e non ad ottenere indirettamente un altro beneficio. Un esempio forse servirà a capire meglio di cosa stiamo parlando. 

Immaginiamo un uomo che abbia ottenuto un prestito da un amico; quest’ultimo non ha mai reclamato il denaro per via dei rapporti bonari, fidandosi del fatto che, prima o poi, il debito sarebbe stato saldato. Un giorno però l’amico chiede al debitore di fare da testimone in una causa per un incidente stradale pur non avendo questi assistito allo scontro. Il debitore si rifiuta, non intendendo testimoniare il falso. Sicché l’altro lo ricatta dicendogli che, se non si presenterà in tribunale, agirà nei suoi confronti in giudizio per ottenere le somme dovute. Tale comportamento è un reato: difatti la minaccia è rivolta a ottenere un beneficio ingiusto, non correlato peraltro al diritto fatto valere in giudizio. Il debitore allora potrà denunciare l’amico che lo ha minacciato di adire le vie legali.

note

[1] Cass. sent. n. 563/19 del 8.01.2019.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 29 novembre 2018 – 8 gennaio 2019, n. 563

Presidente Zaza – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Catania, in riforma della condanna pronunciata dal Giudice di pace, ha assolto D’Ar. Vi. dal reato di minaccia, commesso ai danni di Bi. Ag..

2. Avverso la sentenza propone ricorso la parte civile, Bi. Ag., articolando due motivi, con i quali deduce violazione di legge e vizio di motivazione.

2.1 Secondo la ricorrente il reato di minaccia sarebbe pienamente integrato dalla condotta dell’imputato, che sarebbe consistita nel prospettare alla propria inquilina, in ritardo nel pagamento dei canoni e delle spese di locazione, di “buttare dalla finestra tutti i suoi effetti personali e di distaccare le utenze (idriche ed elettriche)” (terza pagina del ricorso).

2.2 Sotto il profilo motivazionale, il Tribunale avrebbe erroneamente valutato gli esiti dell’istruttoria dibattimentale ed in particolare:

– non avrebbe tenuto conto che D’Ar. si è rivolto all’autorità giudiziaria al fine di ottenere il pagamento del proprio credito solo dopo la presentazione della querela nei suoi confronti;

– avrebbe utilizzato i documenti prodotti dall’imputato, i quali però riguarderebbero un’abitazione diversa da quella occupata dalla persona offesa;

– avrebbe assegnato valore al contratto di locazione tra le parti, che sarebbe invalido perché non registrato;

– avrebbe ritenuto non credibile il racconto della persona offesa, in maniera immotivata e, comunque, senza applicare il principio della “credibilità frazionata”.

3. Il ricorso è inammissibile.

4. Il primo motivo è manifestamente infondato.

Il dato fattuale con il quale confrontarsi è quello offerto dalla ricostruzione del Tribunale. La sentenza impugnata afferma che l’imputato, proprietario dell’immobile locato a Bi. Ag. – conduttrice morosa -, ha intimato alla stessa di lasciare l’appartamento (pag. 6).

In tale condotta difetta, all’evidenza, il requisito oggettivo del delitto punito dall’art. 612 cod. pen.

Nel reato di minaccia elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male possa essere cagionato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, Scognamillo, Rv. 261678).

Nella specie il danno minacciato non è ingiusto, poiché rappresenta l’esercizio del diritto del proprietario di un immobile di intimare lo sfratto per morosità. Evento, peraltro, verificatosi, nella specie, all’esito di un procedimento giudiziario.

La prospettazione di adire le vie legali, in quanto esercizio di un diritto, non implica un danno ingiusto (Sez. 6, n. 20320 del 07/05/2015, Lobina, Rv. 263398) e, come tale, rimane estranea alla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 cod. pen. (Sez. 5, n. 44381, 26/09/2017, in motivazione; Sez. 5, n. 51246 del 30/09/2014, Maratta, Rv. 261357).

5. Il secondo motivo è generico.

Il ricorso muove da una prospettazione diversa da quella contenuta in sentenza, contestando che quanto affermato dal Tribunale corrisponda alle reali emergenze istruttorie.

Tuttavia il controllo di legittimità concerne il rapporto tra motivazione e decisione, non già il rapporto tra prova e decisione; sicché il ricorso per cassazione che devolva il vizio di motivazione, per essere valutato ammissibile, deve rivolgere le censure nei confronti della motivazione posta a fondamento della decisione, non già nei confronti della valutazione probatoria sottesa, che, in quanto riservata al giudice di merito, è estranea al perimetro cognitivo e valutativo della Corte di cassazione.

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma, ritenuta congrua, di Euro 2.000,00, a favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.


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