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Che valore legale ha una perizia

14 Gennaio 2019


Che valore legale ha una perizia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Gennaio 2019



Consulenza di parte e consulenza tecnica d’ufficio (CTU): hanno valore di prova o di semplici indizi? Che utilità può avere farsi rilasciare una perizia giurata da un tecnico o un professionista del settore?

Devi intentare una causa. Il tuo avvocato ti ha detto che, per essere sicuri di ciò che affermerete nel vostro atto di citazione e, nello stesso tempo, per convincere il giudice delle vostre tesi, è necessario farsi prima rilasciare una perizia giurata. Decidere così di incaricare un consulente privato. Il professionista (la cui parcella dovrai anticipare di tasca tua), a seguito di una attenta analisi della vicenda, conferma la tua posizione e riconoscere le ragioni da te sostenute nell’atto processuale. Confortato da tale parere, sei a questo punto convinto di vincere il processo. Ma il tuo legale frena ogni facile entusiasmo: la perizia – ti avverte – è solo un atto di parte, non ha carattere ufficiale e non può considerarsi una prova. Ma allora – ti chiedi – che valore legale ha una perizia? Se è vero che non può dimostrare nulla, a che serve e perché spendere tanti soldi in consulenti se, alla fine, si tratta di documenti privi di alcuna valenza probatoria? 

La stessa domanda potresti farti anche con riferimento alla perizia del tuo avversario, che sicuramente confermerà una tesi opposta alla tua: quale peso può avere nella causa la consulenza della controparte? Il giudice è tenuto a prenderla in considerazione? La perizia di parte può essere palesemente falsa?

Di tanto parleremo nel seguente articolo. Ti spiegheremo il valore di una consulenza tecnica nell’ambito del processo civile, penale e tributario (ossia relativo alle cause nei confronti del fisco). Ti diremo a che serve una perizia e quale influenza può avere sulla sentenza definitiva. Ma procediamo con ordine.

Quali sono le prove di un processo?

Le prove sono quei documenti o quelle dichiarazioni che servono per convincere il giudice delle ragioni di una parte rispetto all’altra. 

I giuristi, nella loro mania di catalogare ogni concetto per categorie astratte, distinguono due tipi diversi di prove:

  • quelle che si sono già formate prima del processo e che, pertanto, per essere prese in considerazione, vanno depositate in tribunale (sono le cosiddette «prove precostituite») come, ad esempio, una scrittura privata, un atto notarile, una lettera, un’email, una videoregistrazione, una fotografia;
  • quelle che invece si formano nel processo stesso (sono le cosiddette «prove costituende») come, ad esempio, un testimonianza, una confessione, il giuramento.

Le prove non hanno tutte lo stesso valore. In alcuni casi il giudice tiene conto della prova prodotta dalla parte secondo una valutazione personale e prudente: è il caso, ad esempio, della testimonianza (vista da sempre con una certa diffidenza). In altri casi il magistrato non può discostarsi dalla prova per cui deve dare per assodati i fatti da essa dimostrati: è il caso di un rogito notarile o della confessione fatta da una parte (in processo o con un documento scritto).

Avrai notato che non abbiamo volutamente indicato la perizia tra le prove del processo. Non è un caso. La perizia, infatti, per come ti spiegheremo meglio qui di seguito, non è una prova, sia che si tratti della perizia di parte (quella cioè redatta da un consulente nominato da una delle parti in causa), sia che si tratti della perizia fatta da un consulente nominato dal giudice (CTU).

Cos’è una perizia?

La perizia non è altro che una indagine tecnica svolta da eperti al di fuori del giudizio.

Le parti interessate incaricano uno o più tecnici di verificare o accertare lo stato dei luoghi o le condizioni o la qualità in cui si trovano determinate cose. Si può, ad esempio, ricorrere a una perizia per valutare l’incidenza di un errore medico sulla vittima e calcolare l’invalidità (con conseguente determinazione del risarcimento del danno). Con la perizia si può anche valutare la provenienza di infiltrazioni d’acqua sul soffitto di un appartamento per dimostrare la responsabilità del vicino del piano superiore. La perizia può aiutare a comprendere quali conseguenze psicologiche ha riportato la vittima di un incidente stradale a causa del trauma dovuto allo scontro. In un processo penale, la perizia serve a determinare l’entità delle lesioni causate alla parte offesa di un’aggressione. In un processo tributario si può ricorrere alla perizia per stimare il valore di un immobile contro il riclassamento fatto dall’Agenzia delle entrate. 

Per attribuire un maggior valore ed attendibilità, la perizia può essere asseverata dal tecnico che l’ha redatta, tramite giuramento, che viene prestato in tribunale, generalmente innanzi ad un cancelliere. Tuttavia, la perizia non deve necessariamente essere «giurata». L’importante è che sia firmata da un consulente del settore. Se il settore prevede l’iscrizione a uno specifico albo (si pensi quello degli ingegneri) sarà bene che il perito possegga tale requisito e sia quindi legittimato all’esercizio della libera professione.

Che valore ha una perizia di parte?

Nel corso di una causa, quando c’è da valutare questioni di carattere tecnico che sfuggono alle conoscenze dell’avvocato e/o del giudice, le parti si muniscono in anticipo di una perizia di parte. La perizia di parte si distingue così dalla “perizia d’ufficio” o meglio detta consulenza tecnica d’ufficio – più nota con il suo acronimo CTU – che è quella redatta da un consulente incaricato dal giudice. In pratica, il magistrato, dopo aver letto gli atti di parte e valutato le perizie da questi prodotte, decide di affidare la valutazione tecnica a un proprio perito, un consulente nominato dalla cancelleria tra professionisti iscritti in appositi elenchi. Il CTU in questo modo è il consulente “terzo” rispetto alle parti, imparziale perché dipende solo dal giudice (anche se la sua parcella sarà a carico di chi perderà il processo). 

La perizia di parte, anche se asseverata con il giuramento, non ha valore di prova ma di semplice indizio ed il suo apprezzamento è affidato alla valutazione discrezionale del giudice, che non è obbligato a tenerne conto [1]. La perizia di parte, infatti, costituisce un semplice allegato difensivo di carattere tecnico, senza una autonoma efficacia probatoria [2].

Il giudice è pertanto libero dal decidere in modo difforme dalle perizie di parte senza peraltro dover neanche motivare il proprio dissenso in ordine alle osservazioni contenute in una perizia giurata [3].

Se allora è vero che la consulenza prodotta dalla parte non ha valore di prova, non serve a convincere il giudice, il quale peraltro può anche non leggerla (potendo decidere senza tenerne conto), ci si può a questo punto chiedere a che serve una perizia. La sua funzione è comunque importante perché da un lato serve a calibrare meglio le richieste nell’atto processuale e, dall’altro, a orientare il parere che un eventuale consulente tecnico, nominato dal giudice, fornirà. Difatti, nell’ambito delle operazioni di CTU, il perito d’ufficio tiene sempre conto delle perizie di parte e, spesso, ha dei contatti con i relativi professionisti che le hanno redatte. 

Quanto detto vale, ovviamente, solo nell’ambito di un processo. Fuori da una causa, la perizia non ha alcun valore legale. Non è un documento ufficiale proprio per via del legame contrattuale che unisce il perito a chi gli ha commissionato la consulenza. Dunque, ad esempio, se una persona volesse sostenere l’illegittimità di alcuni lavori fatti dal vicino di casa e, a tal fine, volesse presentare all’ufficio tecnico del Comune una relazione giurata di un tecnico, l’amministrazione non è tenuta a prenderne considerazione.

Che valore ha una consulenza tecnica d’ufficio (CTU)

A dire il vero, secondo gli addetti ai lavori, neanche la CTU, ossia la consulenza tecnica d’ufficio, si può considerare propriamente una prova. Essa è un semplice mezzo che serve al giudice per integrare le sue conoscenze in un ambito tecnico a lui poco noto e che richiede studi e analisi specifiche da parte di un professionista del settore. 

La perizia in un processo tributario

Dopo aver valutato il valore della perizia nel processo civile e penale (ma lo stesso discorso vale anche nel processo amministrativo, nelle cause cioè davanti ai TAR contro la pubblica amministrazione), vediamo quale valore può avere la perizia nel processo tributario.

Anche nelle cause contro il fisco la perizia può essere un elemento importante per scalfire le pretese della controparte. Ma qui si scontrano due parti che hanno spesso un peso diverso: l’amministrazione finanziaria da un lato (ad es. l’Agenzia delle Entrate) e il contribuente dall’altro. Vediamo dunque se anche le rispettive perizie hanno una valenza differente.

La perizia dell’ente impositore 

L’ente impositore può ricorrere a perizie tecniche di tipo estimativo, per fondare la pretesa tributaria. Il caso tipico è quello delle perizie Ute (ufficio tecnico erariale) in ambito immobiliare, che possono rilevare, ad esempio, ai fini della liquidazione dell’imposta di registro sui trasferimenti.

Secondo la giurisprudenza, le perizie pubbliche, benché espressione di una posizione “di parte”, se non contestate in giudizio dal contribuente in modo specifico (e non astratto o generico), diventano una prova e su di esse il giudice può fondare la conferma dell’accertamento fiscale. In ogni caso la sentenza dovrà motivare la fondatezza della perizia Ute, pena il vizio di motivazione [4]. 

La perizia del contribuente

Anche nel processo tributario la perizia di parte ha semplice valore di indizio. Può assumere valenza di prova solo la perizia di un soggetto terzo e neutrale come il CTU. Lo conferma la Cassazione, per la quale la perizia di parte rappresenta, nel processo tributario, una mera allegazione difensiva a contenuto tecnico, priva di autonomo valore probatorio [5]. Di conseguenza, la Cassazione ammette il deposito della perizia nel giudizio tributario, anche nel corpo di una memoria difensiva di parte, nel rispetto del termine dei dieci giorni liberi dall’udienza di trattazione; e non dei venti giorni liberi precedenti, come se si trattasse di un documento.

note

[1] Cass. 22 aprile 2009 n. 9551, Cass. 19 maggio 1997 n. 4437, Trib. Milano 5 febbraio 2008.

[2] Cass. 18 marzo 1975 n. 1049.

[3] Cass. 29 luglio 2011 n. 16650, Cass. 11 febbraio 2002 n. 1902

[4] Cass. sent. n. 14418/2014, 9357/2015, 11080/2018.

[5] Cass. sent. n. 16242/2018, 21132/2016 e 16552/2015.

Autore immagine: 123rf com


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