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Posso dire parolacce al lavoro?

14 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Gennaio 2019



Si rischia il licenziamento o la multa per usare un tono scurrile in ufficio? Quale esempio danno politici e uomini pubblici?

Si dice che i soldi fanno l’uomo ricco e l’educazione lo fa un signore. In base a questo principio, quindi, per essere dei veri signori non conta quanto è grosso il portafoglio ma quanto è poco grossolano il linguaggio che si usa, almeno quando si sta in compagnia. Capita, ogni tanto, in ufficio di assistere a delle scene poco edificanti, soprattutto quando un collega perde la pazienza, e di sentire dei termini poco ortodossi da parte di chi vuole sfogare la sua rabbia. Parole, anzi parolacce, che vengono usate anche in discorsi banali e che possono risultare perfino imbarazzanti se pronunciate davanti a clienti o ai superiori. Ammesso che, come detto, le regole della buona educazione ad una certa età non dovrebbero essere più spiegate, la domanda è: posso dire parolacce al lavoro o rischio un provvedimento disciplinare se non addirittura il licenziamento?

Conviene tenere la lingua a bada ed allenarsi con certe espressioni alternative del tipo «accidenti», «accipicchia», «per dindirindina» o, alla peggio, «porca miseria». Perché, in effetti, dire parolacce al lavoro può avere delle conseguenze molto spiacevoli per il dipendente. Così ha stabilito la Cassazione con una sentenza [1] che ha confermato il licenziamento di una commessa piuttosto scurrile. Usava un linguaggio improprio in negozio? Non solo: ne tirava una dietro l’altra anche durante la pausa pranzo con le colleghe. Un atteggiamento poco edificante, dunque, che le è costato il posto.

Certo, bisognerebbe stabilire bene il concetto di parolaccia: è sconveniente il riferimento ad un concetto o il termine usato per definirlo? Ad esempio, non è considerato sconveniente dire in pubblico che una persona è pesante ma lo è pronunciare la parola «rompic…». Così come sarebbe utile allargare il discorso sul divieto di dire parolacce: così com’è sgradito ascoltarle al lavoro, è altrettanto antipatico sentirle in treno (dove ogni tanto ci si chiede che fine abbia fatto la lingua di Dante Alighieri) o, peggio ancora per ciò che rappresentano, in un’aula del Parlamento o, ormai, in qualsiasi trasmissione televisiva, cioè in quel mezzo di comunicazione che 60 anni fa insegnò l’italiano a molti italiani.

Che cosa si intende per parolacce?

Giusto perché dire parolacce al lavoro può costare il posto, forse è il caso di cominciare proprio dalla definizione di parolaccia. Il vocabolario Treccani, ad esempio, la descrive come «parola sconcia, volgare (anche per insulto) oppure blasfema». Così pure il Garzanti, che parla di «parola sconcia, volgare o detta per offendere». C’è, però, chi si spinge oltre e, attraverso un blog dedicato al fenomeno delle parolacce (si chiama, appunto, parolacce.org) le definisce attraverso un’equazione: «Limiti d’uso + (connotazione – registro)».

In pratica, come si diceva prima, è lecito riferirsi ad una cosa o ad un concetto utilizzando una parola socialmente accettata (ad esempio, feci) anziché con una ritenuta volgare (m…). Il punto, dunque, non sta in quello che si dice ma in come lo si dice.

Parolacce al lavoro: si possono dire?

Che succede, allora, se si dicono parolacce al lavoro? La giurisprudenza in questo è stata molto chiara. Oltre alla citata sentenza della Cassazione con cui è stato confermato il licenziamento di una commessa troppo sboccata anche durante la pausa pranzo con le colleghe, la stessa Suprema Corte si è pronunciata su altri casi di lavoratori dal linguaggio piuttosto scurrile.

È il caso del dirigente di una struttura sanitaria che, davanti agli utenti e ai loro familiari, si era sfogato con i colleghi usando delle parolacce. Anche in questo caso, il medico è stato licenziato con un provvedimento confermato recentemente dalla Cassazione [2]. Il dirigente era stato accusato di essersi rivolto pubblicamente (il che tinge l’episodio di particolare gravità, secondo i giudici) con delle parolacce e con delle urla al direttore della struttura e all’addetta al personale.

Non sempre si arriva al licenziamento, ma anche una singola parolaccia detta al lavoro può costare una multa. Basta chiederlo al preside di una scuola della Puglia, condannato dalla Corte d’appello di Bari nel 2003 a pagare 100 euro di multa per avere risposto ad un’insegnante in modo poco garbato. In pratica, la docente aveva lamentato di non essere stata informata circa la nomina di una nuova insegnante e la risposta del preside era stata: «C…o, ‘sto povero preside non può nominare neanche chi vuole». La docente si era risentita, al che il dirigente scolastico ha aggiunto «Fottiti». Il tutto al termine di una riunione di un collegio di docenti.

Parolacce al lavoro: quando non vengono punite?

Eppure, la stessa Cassazione ha ammesso che ogni tanto dire parolacce al lavoro non solo non è un gesto da punire ma, anzi, da applaudire. Con una sentenza del 2010 [3], la Corte Suprema ha affermato che in certi casi i termini «ineleganti o rozzi» possono essere un modo per stimolare il dibattito e migliorare l’organizzazione aziendale.

I giudici si sono così espressi sul caso di un avvocato che, nel riferirsi ad una nota inviata dalla contabilità alle segretarie dello studio legale in cui collaborava, aveva detto ad una collega: «Non sono come quella che dice sempre sì avvocato, certo avvocato. Quello lì è un pazzo, vuole restare circondato da leccac…, bene ci resti pure». Parole accompagnate da un gesto con la lingua che lasciava poco spazio all’immaginazione.

La Corte d’appello di Roma aveva ritenuto il collaboratore dello studio responsabile del reato di diffamazione. Tuttavia, secondo la Cassazione, se quei termini vengono usati tra colleghi nelle discussioni su temi riguardanti l’organizzazione del lavoro o l’adozione di particolari iniziative per aumentare la produttività e rendere più agevole l’attività di tutti, finiscono per avere un significato rafforzativo del concetto espresso «ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare» nel caso in cui le critiche non venissero ascoltate. Insomma, non bisogna fermarsi alle parole ma all’utilità che queste possono avere.

Parolacce: la legge è uguale per tutti?

Come abbiamo visto, dire parolacce al lavoro ed esprimersi con termini poco eleganti riferendosi in pubblico a Tizio o a Caio può costare il licenziamento. Ci si chiede, però, perché questo non succede quando «i soliti noti», cioè politici, imprenditori o altri personaggi pubblici vari pronunciano nelle aule del Parlamento o in diretta televisiva delle frasi poco edificanti. Forse perché sicuri di non perdere il posto. Volete qualche esempio?

È l’11 gennaio 2018 quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si vede nello Studio ovale della Casa Bianca con alcuni membri del Congresso americano. A Trump viene chiesto di togliere lo status di protezione a migliaia di immigrati arrivati da El Salvador, Haiti e da diversi Paesi africani. La risposta di Trump: «Perché stiamo facendo venire qui tutte queste persone da Paesi di m…?».

Anche i politici di casa nostra non scherzano. Ad agosto, mentre si discuteva ala Camera dei Deputati il decreto che prevedeva la creazione del nuovo ministero della Famiglia e dei Disabili, la deputata del Pd Maria Elena Boschi criticava l’iniziativa in quanto discriminatoria, poiché «cancella le battaglie per affermare che i disabili sono come tutti gli altri». La replica del grillino Matteo Dall’Osso non si è fatta attendere: «A noi non ci ha cag… di striscio nessuno e adesso vi ribellate perché abbiamo creato un ministero. Ma andatevene aff…, va!».

A novembre, invece, l’imprenditore Stefano Gabbana si lascia andare su Instagram definendo la Cina «Paese di m…, ignorante, sporco, puzzolente, mafia». Qualcuno gli fa notare di avere esagerato parecchio, così la metà «meno Dolce» del sodalizio della moda si vede costretto a scusarsi.

Più clamoroso, sicuramente, il caso della sarta della sede Rai di Napoli, la signora Maria Rosaria Coppola, che, sempre a novembre, nell’affrontare un giovane su un autobus, reo di avere chiamato ad un cingalese «negro di m…», finì per dire al ragazzotto: «Tu non sei razzista, tu sei uno str…». Dopodiché lo minacciò di prenderlo a ombrellate nel caso avesse alzato il pugno contro lo straniero. Gesto che valse alla signor Coppola la nomina di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana dal presidente Sergio Mattarella per il coraggio e lo spirito di iniziativa dimostrati nel difendere uno straniero da un’aggressione razzista. La stessa frase fu pronunciata qualche mese prima dal presidente dell’Assemblea della Regione Sicilia Gianfranco Micciché all’indirizzo del ministro dell’Interno Matteo Salvini per avere bloccato a Catania lo sbarco di 190 immigrati dalla nave Diciotti: «Salvini – sentenziò Micciché – fattene una ragione: non sei razzista, sei solo str…».

note

[1] Cass. sent. n. 3380/2017.

[2] Cass. sent. n. 12102/2018.

[3] Cass. sent. n. 17672/2010.


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2 Commenti

  1. Molto interessante. Personalmente, quando sento parolacce dette anche solo per intercalare mi stanco, mi leva il buon umore.

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