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Trasferimento per nascita figlio

15 Gennaio 2019


Trasferimento per nascita figlio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Gennaio 2019



Col figlio che ha meno di tre anni il pubblico dipendente va subito trasferito vicino a casa anche se così si scopre l’organico.

Tra le varie misure a sostegno della famiglia vi è il cosiddetto ricongiungimento familiare. La normativa del 2001 – volta a tutelare la maternità e la paternità –  prevede [1] la possibilità per il pubblico dipendente di chiedere, all’azienda presso cui presta servizio, il trasferimento per la nascita del figlio nella sede più vicina a quella di lavoro dell’altro coniuge. Immaginiamo, ad esempio, che un uomo sia in organico in una sede dell’Inps del nord Italia mentre la moglie è rimasta nel proprio paese d’origine a diverse centinaia di chilometri di distanza, dove ha un contratto di lavoro part time con un’azienda privata. Se la coppia dovesse avere un figlio (sia questo il primo, il secondo, ecc.), dal momento della sua nascita e fino al terzo anno d’età, il papà può chiedere di essere trasferito presso la sede dell’Inps più vicina al luogo ove si trova il posto di lavoro della moglie. Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro pubblico ufficio: la Questura, la Prefettura, l’Agenzia delle Entrate, la Guardia di Finanza, i Vigili del Fuoco, ecc.

Condizioni per ottenere il trasferimento per la nascita del figlio

La norma sul trasferimento per la nascita del figlio – di recente interpretata da una sentenza del Tar Sicilia [2] – recita nel seguente modo:

Assegnazione temporanea dei lavoratori dipendenti alle amministrazioni pubbliche: «Il genitore con figli minori fino a tre anni di età dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 , e successive modificazioni, può essere assegnato, a richiesta, anche in modo frazionato e per un periodo complessivamente non superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa, subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione. L’eventuale dissenso deve essere motivato. L’assenso o il dissenso devono essere comunicati all’interessato entro trenta giorni dalla domanda. Il posto temporaneamente lasciato libero non si renderà disponibile ai fini di una nuova assunzione».

Dunque, le condizioni per ottenere l’assegnazione temporanea del pubblico dipendente rivolta al ricongiungimento del nucleo familiare sono le seguenti:

  • bambino con meno di tre anni;
  • altro genitore esercente la propria attività lavorativa (col pubblico o anche privata) in altra provincia o regione;
  • posto vacante e disponibile nell’amministrazione di destinazione corrispondente alla stessa posizione retributiva;
  • consenso della sede dell’amministrazione di provenienza;
  • consenso della sede dell’amministrazione di destinazione.

Quando spetta il ricongiungimento del nucleo familiare

Nonostante la norma sia abbastanza chiara, si sono verificate svariate difficoltà interpretative. La prima di queste è se il lavoratore abbia un vero e proprio diritto soggettivo (nel qual caso alla presentazione della richiesta il ricongiungimento non potrebbe essere mai negato) o piuttosto un semplice “interesse legittimo” (in tale ipotesi, l’istanza resta comunque soggetta al vaglio dell’amministrazione che potrebbe negarne la concessione se ritiene non sussistano le condizioni di opportunità per concedere l’assegnazione temporanea di solito collegate all’assenza di danno per la sede di partenza).

La soluzione data più volte dalla giurisprudenza è stata la seconda: tutte le volte che sono in gioco interessi pubblici (come quelli collegati a pubblici uffici e, quindi, a servizi resi nell’interesse della popolazione), le esigenze del singolo possono trovare accoglimento solo laddove non si risolvano in uno svantaggio per la cittadinanza. Come dire: viene prima l’interesse della collettività e poi quello del dipendente.

La conseguenza però è duplice:

  • il fatto di possedere i requisiti per chiedere il ricongiungimento (figlio con meno di tre anni; coniuge con un lavoro in un’altra regione o provincia, ecc.) non garantisce il beneficio. È necessaria anche una valutazione dell’amministrazione di provenienza e di quella di destinazione. In particolare la prima deve verificare se sussistono dei buchi di organico che difficilmente potrebbero essere tamponati con il trasferimento dell’interessato. Ebbene, se si considera che le piante organiche della P.A. sono quasi sempre sottodimensionate rispetto alle esigenze del territorio, si può comprendere come ottenere il consenso per il ricongiungimento è tutt’altro che facile;
  • dall’altro lato, proprio per evitare arbitrii da parte delle amministrazioni, l’eventuale diniego deve essere accuratamente motivato. Non bastano cioè semplici e generici riferimenti all’assenza di organico ma questi vanno anche dimostrati (eventualmente nel corso della causa intentata contro il rifiuto). Senza la motivazione, il diniego al trasferimento per la nascita del figlio è illegittimo.

Dunque la concessione del beneficio non è un diritto soggettivo direttamente tutelato, ma un interesse legittimo subordinato alla sussistenza nella sede prescelta di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e di destinazione.

In ordine a quest’ultimo aspetto va chiarito che l’assenso dell’amministrazione di provenienza e di destinazione costituisce presupposto necessario all’assegnazione temporanea, esso va concesso sia in caso di movimenti interni all’amministrazione, sia per movimenti presso amministrazioni differenti.

Rientra nella facoltà delle amministrazioni valutare, sulla base delle necessità interne (es. nel caso si tratti di una figura non fungibile) e delle proprie autonome modalità organizzative, la possibilità di accogliere o meno la richiesta di assegnazione provvisoria.

Per quanto tempo spetta il trasferimento?

La norma stabilisce che il ricongiungimento spetta «per periodo complessivamente non superiore a tre anni». Questo termine inizia a decorrere dal momento del trasferimento. Poiché quindi la domanda può essere presentata fino a un giorno prima del compimento del 3° anno di età del figlio, ne consegue che il trasferimento potrà durare fino a quando il figlio avrà sei anni.

È stato infatti chiarito che il periodo complessivo massimo di durata dell’assegnazione non deve essere ricompreso nell’ambito dei tre anni di età dei minori; il limite dei tre anni di età vale solo per la presentazione della richiesta da parte del dipendente.

Il legislatore nell’usare l’espressione «non superiore a tre anni» ha inteso definire la temporaneità dell’assegnazione provvisoria che non può superare complessivamente il periodo massimo di tre anni, fruibili anche in modo frazionato [3].

Il diniego motivato

La sentenza del Tar Sicilia chiarisce un altro importante presupposto. Anche se il provvedimento di trasferimento può lasciare scoperto l’organico nella sede di provenienza, il beneficio previsto dall’articolo 42 bis del decreto legislativo 151/01 per chi ha figli sotto i tre anni può essere escluso soltanto motivando rispetto alla specifica professionalità o specializzazione del richiedente, dunque con la difficoltà a sostituirlo. Ne consegue che se le mansioni del dipendente neo papà sono sostituibili da altri colleghi già presenti sul posto, a questi non può essere negato il ricongiungimento.

Anche per il personale delle forze dell’ordine il trasferimento del dipendente può essere negato unicamente «per casi o esigenze eccezionali» che non possono identificarsi con le carenze d’organico. E la motivazione del diniego da parte dell’amministrazione datrice deve essere particolarmente stringente: la norma testo unico del pubblico impiego nasce dall’esigenza di dare tutela a valori di rilievo costituzionale laddove la famiglia è riconosciuta come formazione sociale.

note

[1] Art. 42 bis del decreto legislativo 151/01

[2] Tar Sicilia, sent. n. 1048/18.

[3] Funzione pubblica: parere n. 192/2004.

Funzione pubblica: parere n. 192/2004

Oggetto: Quesito. Art. 3 , comma 105, della legge 24 dicembre 2003, n. 350.

Si fa riferimento alla nota n. A/100 del 19 aprile 2004, con la quale viene posto un quesito circa le modalità di applicazione della disposizione in oggetto, che ha inserito nel Dlgs n. 151/01, l’ art. 42 bis.

Detto articolo prevede, com’è noto, la possibilità per i genitori con figli minori fino a tre anni , dipendenti di amministrazioni pubbliche, di essere assegnati, per un periodo complessivamente non superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa.

Il dubbio sollevato da codesto Ministero in ordine a tale disposizione riguarda, nello specifico, l’ambito temporale del beneficio, ovvero se l’assegnazione temporanea in esame debba essere, in ogni caso, limitata fino al compimento dei tre anni di età dei minori.

Al riguardo, lo scrivente Dipartimento è dell’avviso che il limite di età (…figli al di sotto dei tre anni), stabilito dalla disposizione, è il requisito soggettivo che dà diritto al beneficio, determinandone l’arco temporale entro il quale va fatta la richiesta e non il limite entro cui deve necessariamente concludersi l’assegnazione provvisoria. L’espressione utilizzata dal legislatore «per un periodo complessivo non superiore a tre anni» definisce, pertanto, la durata massima (tre anni) dell’agevolazione.

Sarebbe paradossale, infatti, chiedere un frazionamento dei tre anni prolungato nel tempo, in cui, venendo meno il presupposto della minore età dei figli, non sarebbe più aderente con la ratio ispiratrice della norma finalizzata, come già detto, a garantire la presenza di entrambi i genitori, nel periodo della prima infanzia.

Si ricorda, infine, come a tali procedimenti vadano applicati non solo i principi derivanti dalla legge n. 241 /1990, ma anche i principi relativi alla tutela dei dati personali di cui al Testo unico sulla privacy, Dlgs 30 giugno 2003, n. 196 , recante codice in materia di protezione dei dati personali.


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